Provocatorio, dissacrante, esilarante, malinconico. Un film sull’amicizia, sulla morte, sul peso delle proprie azioni e sulla necessità, prima o poi, di fare i conti con ciò che si è stati. Wild Horse Nine è tutto questo, ma è soprattutto la conferma di qualcosa che, arrivati a questo punto, diventa sempre più difficile mettere in discussione: Martin McDonagh è uno dei più grandi autori del cinema contemporaneo.
Presentato in Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia, Wild Horse Nine arriva quattro anni dopo Gli spiriti dell’isola e riporta McDonagh al Lido, dove proprio con quest’ultimo e, prima ancora, con Tre manifesti a Ebbing, Missouri, aveva conquistato per due volte il premio per la migliore sceneggiatura. Non è un dettaglio secondario, perché è ancora una volta dalla scrittura che bisogna partire per comprendere la grandezza del suo cinema.
Questa volta McDonagh porta con sé un clamoroso John Malkovich e ritrova Sam Rockwell, già straordinario protagonista di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Accanto a loro compaiono Steve Buscemi, Tom Waits e Parker Posey, splendidi come al solito anche nel poco tempo a disposizione, mentre Mariana Di Girolamo e Ailín Salas interpretano le due giovani donne incontrate dai protagonisti sull’Isola di Pasqua. Ed è proprio da Rapa Nui che, in qualche modo, nasce Wild Horse Nine.
McDonagh visitò l’isola circa tredici anni prima della realizzazione del film, rimanendo affascinato dai Moai e dal mistero che ancora li circonda. Sapeva di voler ambientare lì un film, ma non aveva ancora trovato la storia giusta. Gli sono serviti anni perché quell’idea incontrasse un altro suo interesse: l’interventismo statunitense in America Latina e il Cile dei primi anni Settanta.
Memorie di un assassino
Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) sono due veterani della CIA. Lavorano insieme da decenni, hanno attraversato alcuni dei momenti più controversi della politica estera americana e condividono molto più di una professione: segreti, operazioni, omicidi e una quantità probabilmente incalcolabile di cose delle quali sarebbe meglio non parlare. Chris sa, però, di essere arrivato alla fine: è malato, è consapevole di avere davanti poco tempo e decide di raccontare la propria vita attraverso delle memorie.
Una scelta estremamente pericolosa per un uomo che ha trascorso decenni nelle zone più oscure della CIA. Quelle memorie, infatti, non appartengono soltanto a lui. Raccontare la sua vita significa rendere pubbliche operazioni e responsabilità che l’Agenzia non può permettersi di far emergere. Il loro superiore MJ (Steve Buscemi) comprende immediatamente la portata del problema e Lee si ritrova inevitabilmente nel mezzo: da una parte l’organizzazione alla quale ha dedicato la propria esistenza, dall’altra l’uomo che dopo decenni è diventato molto più di un collega.
I due viaggiano verso l’Isola di Pasqua, apparentemente lontanissima dalle tensioni che stanno attraversando il Cile. Qui incontrano due giovani studentesse (Mariana Di Girolamo e Ailín Salas), con le quali soprattutto Chris instaura immediatamente un rapporto tanto assurdo quanto rivelatore. Parla, provoca, scherza, insulta e seduce senza alcun filtro: è un uomo che sa di stare per morire e sembra essersi finalmente concesso il lusso di non avere più nulla da perdere.

Un’amicizia al limite
È però innanzitutto un’amicizia, quella che Martin McDonagh decide di raccontare. La CIA, il golpe cileno, Salvador Allende e le operazioni clandestine americane attraversano Wild Horse Nine, ma non ne soffocano mai il cuore. Alla fine rimangono loro due: Chris e Lee. Due uomini che parlano, litigano, si insultano, ricordano, mentono e ridono, conoscendosi forse meglio di quanto conoscano loro stessi.
Wild Horse Nine si regge quasi interamente sulla parola e McDonagh dimostra ancora una volta quanto poco serva quando esistono una sceneggiatura straordinaria e due interpreti capaci di comprenderne ogni sfumatura. I dialoghi sono provocatori, dissacranti, politicamente scorretti e quasi costantemente esilaranti. È difficile immaginare una sala completamente in silenzio durante le due ore del film: le risate arrivano spontaneamente, spesso proprio quando meno sarebbe opportuno ridere.
John Malkovich e Sam Rockwell trasformano poi ogni parola in qualcosa di ancora più grande. Il primo da corpo ad un Chris imprevedibile, sgradevole, infantile e allo stesso tempo incredibilmente umano; il secondo gli risponde con un personaggio apparentemente più controllato, ma costretto continuamente a mediare tra l’uomo che ama come un fratello e l’istituzione alla quale ha consegnato la propria vita. Sono due interpretazioni travolgenti, costruite l’una sull’altra e difficilmente separabili, assolutamente meritevoli – insieme alla sceneggiatura di McDonagh – di essere considerate durante la prossima stagione dei premi.
McDonagh aveva già costruito Gli spiriti dell’isola intorno alla fine apparentemente inspiegabile di un’amicizia. Qui sembra quasi compiere il percorso opposto: racconta due uomini che hanno trascorso una vita insieme e che soltanto quando quella vita sta per finire sono costretti a comprendere realmente cosa significhi quel rapporto.
Da Inisherin a Rapa Nui
Cambiano il continente, il periodo storico e i personaggi, ma rimane qualcosa di profondamente familiare nel modo in cui Martin McDonagh utilizza lo spazio. Dall’Irlanda di Gli spiriti dell’isola si passa all’Isola di Pasqua. Dai prati verdi affacciati sull’Atlantico alle immense distese di Rapa Nui e ai suoi Moai. Eppure la sensazione è curiosamente simile: ancora una volta esistono uomini minuscoli all’interno di spazi enormi.
La fotografia di Ben Davis sfrutta continuamente questa sproporzione e trasforma l’Isola di Pasqua in qualcosa di molto più importante di una semplice ambientazione. Chris e Lee attraversano distese sterminate e si muovono sotto lo sguardo immobile dei Moai, mentre la Storia, quella personale e quella politica, sembra improvvisamente ridimensionarsi. E proprio in mezzo a tutto questo McDonagh nasconde una delle piccole ironie più belle del film. Chris, a un certo punto, confessa di voler andare a Venezia, quella stessa Venezia in cui Wild Horse Nine, alla fine, è arrivato davvero.
Presentato in anteprima mondiale alla Mostra, il film porta con sé un personaggio che sogna esattamente il luogo nel quale il pubblico lo incontra per la prima volta. Una coincidenza, una strizzata d’occhio o semplicemente una delle tante piccole ironie che attraversano il cinema di McDonagh.

Ridere prima di morire
Tra le ironie esiste però anche una malinconia profondissima. Una tristezza che Martin McDonagh non esplicita quasi mai completamente, perché preferisce nasconderla dietro una battuta, un insulto o una provocazione. Chris sta morendo. Ed è questa consapevolezza a modificare progressivamente tutto ciò che osserviamo. Le sue memorie, il bisogno di parlare, il rapporto con le due ragazze, l’amicizia con Lee e persino quella continua necessità di scherzare sembrano appartenere allo stesso disperato tentativo di lasciare qualcosa prima di scomparire.
McDonagh, però, non cerca mai di assolvere i propri personaggi. Chris e Lee hanno fatto cose terribili e il rimorso non può cancellarle. La possibilità di comprendere un uomo non coincide necessariamente con quella di perdonarlo. Ed è forse proprio questa una delle qualità più affascinanti della sua scrittura: costruire personaggi moralmente discutibili senza trasformarli né in mostri né in vittime.
Wild Horse Nine è contemporaneamente una commedia nerissima, un film politico e una storia d’amicizia, ma soprattutto è un’altra dimostrazione della straordinaria capacità dell’autore di costruire cinema attraverso le parole. Di far ridere parlando della morte, di rendere umani personaggi che probabilmente non meriterebbero la nostra compassione e di trovare un sentimento autentico persino là dove sembrerebbe impossibile cercarlo. Wild Horse Nine non rappresenta semplicemente un’altra conferma: Martin McDonagh è, definitivamente, uno dei più grandi autori del nostro tempo.


