Portare un musical al cinema è sempre una sfida complessa: ciò che sul palco vive grazie all’energia degli attori e alla fantasia del pubblico deve essere ricreato attraverso la macchina da presa, tra scelte visive, effetti digitali e la difficile traduzione di emozioni pensate per essere percepite dal vivo. Con Wicked – Parte 2, il regista Jon M. Chu completa il suo ambizioso progetto di adattamento del celebratissimo musical di Stephen Schwartz e Winnie Holzman, portando sullo schermo la seconda metà della storia che reinterpreta il mito di Oz attraverso una lente questa volta più intimista e politica.
Se la prima parte di Wicked aveva il prevedibile compito – almeno agli occhi di buona parte del pubblico nostrano che non aveva mai sentito parlare del musical originale (mai arrivato in Italia!) – di predisporre la scacchiera e tutte le sue pedine, questa conclusione raccoglie tutto il peso emotivo e drammaturgico dell’opera, offrendo uno spettacolo narrativamente compiuto e visivamente più audace, caratterizzato però da alcune scelte che finiscono per limitarne l’impatto complessivo. Il risultato è un film imperfetto, ma ambizioso – come dicevamo – e spesso sorprendente, capace di onorare l’opera originale pur introducendo nuove idee e qualche inevitabile rischio.
Elphaba, una figura “sovversiva”
La storia riprende esattamente dal punto in cui eravamo rimasti: Elphaba è ormai considerata la Malvagia Strega dell’Ovest e braccata dal Mago, mentre Glinda è stata elevata a simbolo di bontà e perfezione, in contrapposizione alla sua ex compagna dell’università di Schiz. Chi non ricorda bene il primo film potrebbe sentirsi un po’ spaesato, ma per chi ha ancora viva la memoria della prima parte, l’immersione è praticamente immediata. Jon M. Chu rinuncia al didascalismo introduttivo e abbraccia un ritmo più serrato, sfruttando efficacemente il progressivo oscuramento di Oz – ora virata in toni anche più inquietanti – e la trasformazione di Elphaba in figura “sovversiva”. È qui che risiedono le intuizioni migliori del film: la trasformazione dell’ambiente, quasi “contaminato” dalla propaganda, diventa specchio del percorso interiore delle protagoniste.

La costruzione di un percorso emotivo
La relazione tra Elphaba e Glinda – così come la sinergia tra Cynthia Erivo e Ariana Grande – è ancora uno dei maggiori punti di forza. La prima domina ogni scena: Elphaba, sempre più ferita e sempre meno disposta a mediare, è restituita con un’intensità rara, fatta di esitazioni minime e sguardi che suggeriscono un mondo interiore sempre sul punto di sfaldarsi. La seconda sorprende per controllo e intelligenza interpretativa: Glinda – frivola ma non vuota, luminosa ma non ingenua – si arricchisce di sfumature complesse in questa seconda parte, dove il personaggio comprende il peso anche politico delle proprie scelte.
Le due protagoniste condividono una chimica rara, che rende credibile ogni conflitto e ogni riconciliazione. Il film presenta due nuove canzoni originali: un’aggiunta curiosa, seppur con esiti diversi. Il numero affidato ad Ariana Grande – “The Girl in the Bubble” – non resta particolarmente impresso, pur essendo eseguito con grande dolcezza; invece, quello di Cynthia Erivo – “No Place Like Home” – colpisce dritto al cuore ed è perfettamente integrato nella narrazione. Naturalmente, il duetto finale sulle note di “For Good” è uno dei momenti più intensi e sigilla un percorso emotivo costruito con estrema cura. Risulta veramente difficile non commuoversi davanti alla forza – e alla fragilità – di questa amicizia.
Il vero punto debole di Wicked – Parte 2
Più in generale, è innegabile che questa seconda parte contenga i brani emotivamente più densi dell’intero musical: vale la pena citare “No Good Deed”, dove la regia di Chu asseconda il crescendo senza distrarlo con orpelli visivi, lasciando che la performance di Erivo e il montaggio progressivamente più serrato conducano lo spettatore verso il punto di non ritorno del personaggio di Elphaba. Non tutti i momenti musicali, però, raggiungono questa incisività: alcuni brani, seppur funzionali, risultano poco memorabili sul piano cinematografico; non sempre, quindi, la dimensione teatrale si traduce in un idioma filmico pienamente autonomo e soddisfacente.
Tuttavia, se c’è un vero punto debole in Wicked – Parte 2 è probabilmente lo stesso che affligge anche lo spettacolo teatrale: il momento “Defying Gravity” è un picco talmente alto che tutto ciò che segue fatica, inevitabilmente, a raggiungerlo. Il primo film si concludeva proprio sulle note di quel potentissimo climax emotivo; qui, dopo un anno di attesa (e non dopo pochi minuti di intervallo), l’impatto è inevitabilmente smorzato. La scelta di dividere l’adattamento in due parti – per quanto comprensibile (soprattutto in termini di profitti) – potrebbe non essersi rivelata così vincente: attraverso una trasposizione unica, ritmo ed emozione ne avrebbero probabilmente guadagnato.

Un’evoluzione dal punto di vista visivo
Visivamente, Wicked – Parte 2 offre una netta evoluzione rispetto al suo predecessore: i colori sono ancora più vivi e saturi, le scenografie ancora più ricche e articolate, con un’attenzione particolare riservata ad alcuni luoghi iconici (le immagini della Strada di Mattoni Gialli e del Castello di Kiamo Ko aggiungono sfumature che mancavano in precedenza). Chu abbandona una certa patina digitale – ampiamente criticata – per sposare un approccio più “fisico” nelle scenografie e negli effetti, anche se la CGI rimane comunque abbondante (con alcune scelte decisamente poco convincenti). Come accennato in precedenza, le sequenze migliori sono quelle in cui il film costruisce un’atmosfera più cupa: Oz come regime in progressiva autoconsunzione, con giochi di luce e dissolvenze cromatiche che evocano una distorsione morale più che estetica.
La narrazione come forma di dominio
Ciò che rende Wicked – Parte 2 particolarmente rilevante in un panorama mainstream spesso appiattito è la volontà di trattare temi complessi senza volerli nascondere dietro la spettacolarità. Questa seconda parte insiste giustamente sulla dimensione politica del racconto: la propaganda come motore narrativo, la costruzione dell’eroe e del nemico come strumenti di controllo, il potere della narrazione – e della riscrittura – come forma di dominio. Elphaba e Glinda diventano così due poli di un discorso metatestuale (e metacinematografico) sulla memoria collettiva: la scelta di concludere il film assecondando il mito “canonico” del Mago di Oz, pur rivelando la verità al pubblico, è una soluzione tanto coerente quanto amaramente efficace: anche se il potere è in grado di creare grandi narrazioni (spesso distorte), la verità troverà sempre un modo per resistere nelle crepe, nei dettagli, nei margini.
In definitiva, Wicked – Parte 2 resta un film sontuoso, a tratti potentissimo, che tuttavia non riesce a compiere un salto qualitativo rispetto alla prima parte, restando ancorato a un linguaggio troppo dipendente dalla matrice teatrale. Jon M. Chu conclude il suo dittico con risultati discontinui (soprattutto quando tenta di mediare tra musical classico e cinema epico contemporaneo), ma sempre con rispetto e sentimento nei confronti della tradizione, provando ancora una volta a travalicare il mero intrattenimento patinato nel tentativo di far risplendere l’aspetto imperituro di una storia potentissima sulla responsabilità e sulla memoria collettiva, ma soprattutto sulla forza dell’amicizia.


