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Weapons, recensione dell’horror di Zach Cregger

Diretto da Zach Cregger e interpretato da Julia Garner e Josh Brolin, Weapons è al cinema dal 6 agosto distribuito da Warner Bros.

Negli ultimi anni il genere horror ha cambiato pelle più volte, prendendo direzioni molteplici: da Jordan Peele ad Ari Aster, da i fratelli Philippou fino al gotico digitale di The Conjuring, passando per l’atmosfera disturbante di Oz Perkins o il rigore folklorico di Robert Eggers. E ancora: l’estetica splatter e grottesca di Terrifier, o il successo virale e psicologico di Smile. Un genere camaleontico, continuamente ridefinito, che trova nuova linfa nella contaminazione e nella stratificazione.

Dentro a questo panorama in movimento si inserisce Zach Cregger, 44enne americano nato dalla commedia televisiva e passato a sorpresa all’horror più spietato con Barbarian, suo debutto alla regia nel genere che ha sorprendentemente conquistato critica e pubblico. Ora, con Weapons, Cregger alza il tiro e punta a qualcosa di ancora più ambizioso: un film che mescola paura e ironia, satira e mistero, umorismo nero e violenza, realismo sociale e suggestioni soprannaturali. Weapons nasce da un lutto: la tragica morte del suo amico e collega Trevor Moore ha spinto Cregger a scrivere una storia come risposta creativa al dolore.

Prodotto da New Line dopo una serrata asta tra major, il film ha avuto una gestazione importante, con cambi di cast (Pedro Pascal e Renate Hansen Reinsveen inizialmente coinvolti) e un ensemble di altissimo livello: su tutti Julia Garner nei panni di una maestra devastata dai sospetti, e Josh Brolin, padre rabbioso in cerca di risposte. Attorno a loro, Alden Ehrenreich, Austin Abrams, Benedict Wong e Amy Madigan in ruoli chiave. Weapons prosegue la strada già tracciata con Barbarian, ma tenta un salto: è un horror che vuole essere anche altro. Vuole far paura, sì, ma anche divertire, far pensare, stimolare.

Le radici del male

Inizia tutto da una voce fuori campo, dalle innocenti parole di una bambina che introduce al racconto dandoci il contesto. Siamo a Maybrook, cittadina della Pennsylvania immersa in un’apparente quiete suburbana. Durante una notte qualsiasi, alle 2:17, diciassette bambini della stessa classe elementare escono di casa contemporaneamente, attraversano i vialetti dei quartieri con le braccia spalancate come piccoli aerei, e si dissolvono nel buio. Nessuno sa spiegare cosa sia successo. Solo un bambino, Alex, rimane nella classe ormai vuota, e da lì parte il mistero.

Le telecamere di sorveglianza mostrano immagini sfocate e spaventose, i genitori si radunano in cerca di risposte, la maestra Justine Gandy (Garner) finisce al centro delle accuse. A fare da contrappunto alla sua parabola ci sono Archer Graff (Brolin), padre furioso e impulsivo, il poliziotto locale (Ehrenreich), un piccolo criminale in cerca di redenzione (Abrams), il preside della scuola (Wong), e infine la misteriosa zia Gladys (Madigan), figura disturbante che aggiunge una componente ambigua, forse magica, forse simbolica. La storia si snoda in capitoli, ciascuno seguendo un diverso punto di vista, ricostruendo il puzzle con sempre maggior precisione ma senza mai offrire una verità definitiva.

Il vero orrore è nella reazione collettiva

Weapons non si accontenta di spaventare. Come già fatto con Barbarian, Cregger gioca con il linguaggio, confonde, apre possibilità e le lascia fluttuare. Il vero orrore qui non è solo nella sparizione, ma nella reazione collettiva: è nella follia che si diffonde tra i genitori, nella rabbia cieca, nella ricerca di un colpevole a tutti i costi. Justine, come spesso accade nella realtà, diventa il capro espiatorio ideale. Ma il film parla anche di bambini, di infanzia tradita, e di un male che si insinua silenzioso, che passa attraverso generazioni, che contamina la quotidianità.

Il tono oscilla tra la tensione e l’umorismo nero, tra suggestione e critica sociale. A emergere è un’idea potente: non tutto ciò che non si capisce deve essere spiegato. E non tutto ciò che fa paura arriva da fuori. Il male è interno, è nostro, è culturale. Weapons non offre risposte ma mette in scena il disagio dell’incertezza, e in questo ricorda tanto Il villaggio dei dannati – diretto da Wolf Rilla nel 1960 e riproposto da Carpenter nel 1995 – quanto i più recenti Midsommar e Longlegs.

Questione di punti di vista

In Weapons, l’orrore è raccontato in maniera nuova: se da una parte abbiamo una messa in scena che sfrutta la colonna sonora inquietante, la fotografia fredda e i jumpscare classici, dall’altra abbiamo un impianto che alterna generi. Il thriller investigativo si trasforma gradualmente in racconto simbolico, magico, quasi favolistico. E nel frattempo Cregger infila piccole dosi di ironia, momenti d’ilarità che derivano dalle sue origini comiche e che insieme alleggeriscono e disturbano. Il finale vira verso il grottesco, quasi parodico, un climax che non piacerà a tutti ma che mostra coerenza col percorso intrapreso. Weapons è un horror dal punto di vista differente: non tanto degli eventi, ma delle persone. E proprio l’uso del punto di vista è il suo vero punto di forza.

Ciascun capitolo rivede la stessa storia da un’altra prospettiva, permettendo allo spettatore di ricostruire la vicenda come un’indagine emotiva. Questo meccanismo rende il film sempre coinvolgente, anche quando la scrittura traballa: alcuni passaggi sono forzati, certe svolte esageratamente surreali, e il mistero rischia in certi momenti di svuotarsi per eccesso di ellissi. Ma l’idea che tutti i protagonisti siano insieme vittime e complici, bersagli e armi – come recita il titolo – è portata avanti con intelligenza. Con Weapons, Cregger ci mostra come una comunità possa diventare pericolosa non per ciò che succede, ma per come reagisce.

Guarda il trailer ufficiale di Weapons

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Weapons è un film che parte con grande slancio, prosegue con fascino grazie a una struttura narrativa originale e a un interessante accostamento tra horror e comicità, ma si perde parzialmente nel suo sviluppo. L’ambizione è chiara, così come il desiderio di rimescolare le carte del genere, e questo non può che fare bene a un panorama spesso appiattito su formule collaudate. Tuttavia, la trama ricorre a espedienti a tratti forzati e inserisce elementi simbolici che risultano eccessivi, finendo per deviare l’attenzione e appesantire il racconto. L’originalità c’è, ed è giusto valorizzarla, ma da sola non basta. Weapons resta comunque un’opera che stimola la conversazione e conferma Zach Cregger come una voce interessante e libera dell’horror contemporaneo - anche se ancora alla ricerca di un equilibrio più solido.

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Weapons è un film che parte con grande slancio, prosegue con fascino grazie a una struttura narrativa originale e a un interessante accostamento tra horror e comicità, ma si perde parzialmente nel suo sviluppo. L’ambizione è chiara, così come il desiderio di rimescolare le carte del genere, e questo non può che fare bene a un panorama spesso appiattito su formule collaudate. Tuttavia, la trama ricorre a espedienti a tratti forzati e inserisce elementi simbolici che risultano eccessivi, finendo per deviare l’attenzione e appesantire il racconto. L’originalità c’è, ed è giusto valorizzarla, ma da sola non basta. Weapons resta comunque un’opera che stimola la conversazione e conferma Zach Cregger come una voce interessante e libera dell’horror contemporaneo - anche se ancora alla ricerca di un equilibrio più solido.Weapons, recensione dell'horror di Zach Cregger