La guerra del Vietnam ha rappresentato il “cuore di tenebra” per un’intera generazione di giovani americani. Il trauma collettivo di un’intera nazione che, per la prima volta, si interrogava sulla moralità di un suo intervento militare in territorio straniero. Una ferita sanguinosa e purulenta che non poteva lasciare indifferente il cinema, una delle arti più permeabili al sentimento del tempo. Il mondo della celluloide ha riflettuto tanto sul Vietnam, sia sulla natura della guerra stessa (Apocalypse Now, Platoon, Full Metal Jacket) che sulle drammatiche conseguenze sul fisico e sulla psiche dei suoi veterani (Taxi Driver, Il cacciatore, Rambo).
Il “cuore di tenebra” della società contemporanea
Se dovessimo individuare un evento bellico dalla simile influenza sulla società contemporanea, questo sarebbe di sicuro il secondo conflitto in Iraq. Anche in questo caso, come fu tra gli anni ’70 e ’80, il cinema non poteva ignorare gli effetti storico-sociali e l’impatto sull’opinione pubblica della controversa guerra voluta dall’amministrazione Bush. Il risultato è stata una produzione che si è interrogata sia sui retroscena politici della cosiddetta “guerra al terrore” (Fahrenheit 9/11, Vice – L’uomo nell’ombra) che, inevitabilmente, sulla condizione dei militari direttamente coinvolti (The Hurt Locker, American Sniper).
Una riflessione ed elaborazione del trauma che sembrerebbe non essere ancora conclusa. Arriva, infatti, anche nei nostri cinema, grazie a I Wonder Pictures, Warfare – Tempo di guerra, disponibile in sala a partire dal 21 agosto. Il regista e sceneggiatore Alex Garland (Annientamento, Men), affiancato dal veterano Ray Mendoza (già consulente militare per pellicole come Act of Valor e Lone Survivor), mette in scena una ricostruzione certosina di un’azione militare reale, in cui sono stati coinvolti membri del corpo dei Navy SEAL. Un film basato sui ricordi dei veri protagonisti della vicenda, fra cui lo stesso Mendoza.

Il crudo realismo di Alex Garland
Garland, uno degli autori che più di tutti, almeno nelle ultime due decadi, ha saputo raccontare al cinema inquietanti realtà distopiche (28 giorni dopo, Non lasciarmi), affronta, per la prima volta, un orrore ben concreto come la guerra in Iraq. Il naturale passo successivo dopo il precedente Civil War, dove nel contesto di un conflitto fittizio, ma credibile, veniva costruito un racconto di crudo realismo sul ruolo fondamentale dei fotoreporter, testimoni preziosi delle più oscure nefandezze belliche. Un film di finzione, ma dove le situazioni e le emozioni ricreate sono esemplari, capaci di portare consapevolezza allo spettatore. Approccio che in Warfare viene applicato a una storia vera.
Di cosa parla Warfare – Tempo di guerra
L’azione ha luogo a Ramadi in Iraq, il 19 novembre 2006. Un gruppo di Navy SEAL guidato dal capitano Erik (Will Poulter) si insidia in una casa di una famiglia civile per fornire copertura a un’operazione degli US Marines. I due cecchini Elliott (Cosmo Jarvis, recentemente protagonista della bellissima serie Shōgun) e Frank (Taylor John Smith) si alternano alla sorveglianza della strada di fronte, pronti a cogliere il minimo segno del nemico.
Ma la situazione è destinata a precipitare quando una granata viene lanciata dentro l’abitazione, causando gravi danni ad alcuni dei soldati. La squadra Alpha One si ritrova accerchiata dalle forze jihadiste, oltretutto con la necessità di ricevere soccorsi immediati per i suoi feriti. Si preannuncia per i giovani militari statunitensi una drammatica e logorante lotta per la sopravvivenza.

Un tesissimo film d’assedio
Warfare ci fa immergere in un’ora e mezza della vita dei soldati al fronte, dal cazzeggio pre-missione, quando si caricano con il videoclip del brano “Call on Me” di Eric Prydz (dove è rappresentata la cultura occidentale che tanto amano e sono venuti a difendere dalla minaccia del terrorismo islamico, quella fatta di prorompenti bellezze bionde sculettanti), fino alla irrequieta sorveglianza al riparo delle quattro mura della casa da loro occupata. Un claustrofobico spazio spoglio che diventa il loro forte, da difendere ad ogni costo se vogliono portare a casa la pelle.
Ed è questa l’essenza della pellicola firmata da Garland e Mendoza (il cui alter ego filmico è interpretato dal giovane D’Pharaoh Woon-A-Tai), che presto si trasforma in un film d’assedio. Ma scordatevi l’eroismo epico di classici film del genere come Un dollaro d’onore di Howard Hawks e Zulu di Cy Endfield; qui veniamo catapultati in un inferno di polvere e sangue, dove l’insostenibile e angosciante attesa domina sull’azione. Grazie alla sua fotografia a tratti sulfurea, ad opera dell’esordiente David J. Thompson (operatore di macchia nel succitato Civil War), siamo calati in un caos fumoso, decorato con il sangue dei corpi maciullati.
Come per il film premio Oscar di Kathryn Bigelow The Hurt Locker, più che un film di guerra, si ha spesso la sensazione di stare guardando un violento e tesissimo thriller. Un incubo di momenti dilatati e suoni ovattati, nel quale il panico, in costante crescita, diventa presto insostenibile. Dove ci si ritrova a combattere contro un nemico disumanizzato e senza volto, in agguato dietro ogni angolo, un po’ come nello scioccante Distretto 13 – Le brigate della morte di John Carpenter, rivisitazione in salsa poliziesca del sopraccitato capolavoro western di Hawks.
L’orrore della guerra
Durante la sua visione, Warfare vi farà venire più volte la voglia di esclamare “l’orrore! L’orrore!” imitando il colonnello Kurtz. Uno di quei film capaci di generare repulsione e disgusto per la guerra semplicemente mostrandola per quello che è, con efficace e coinvolgente realismo. Tutto senza il bisogno di dichiarare esplicitamente le sue intenzioni attraverso la solita moralina didascalica, tanto amata da troppe produzioni hollywoodiane. Un’altra aggiunta riuscita nella filmografia di Garland che, allontanatosi da ogni elemento fantascientifico e fantastico, sembrerebbe aver trovato una nuova forza espressiva.


