martedì, Settembre 27, 2022
HomeRecensioniVoyage of Time, recensione del documentario di Terrence Malick

Voyage of Time, recensione del documentario di Terrence Malick

La recensione di Voyage of Time, il documentario di Terrence Malick del 2016 con la voce narrante di Brad Pitt. Disponibile sulla piattaforma Mubi.

In un’intervista di molti anni fa, Sam Shepard raccontò un aneddoto riguardo a Terrence Malick, regista con il quale aveva lavorato nel film I giorni del cielo. L’attore e drammaturgo, scomparso prematuramente nel 2017, rivelò di aver letto un copione scritto dal regista de La sottile linea rossa alla fine degli anni ’70, introdotto da una sequenza che definire affascinante è probabilmente riduttivo: un minotauro, disteso in una pozza d’acqua, sognava la nascita dell’universo. Quel progetto, all’epoca denominato Q, non avrebbe mai visto la luce, ma alcune delle suggestioni in esso contenuto sarebbe confluite molti anni dopo in The Tree of Life e Voyage of Time. Quest’ultimo film, presentato nel 2016 al Festival del Cinema di Venezia in una versione di 90 minuti, è ora disponibile su Mubi nella sua versione più sintetica della durata di 40 minuti.

Definire “documentario” l’ottavo film di Malick, regista che negli ultimi anni ha riscoperto una verve creativa inaspettata dopo un silenzio pluridecennale (dal ’78 al ’98), è certamente riduttivo. Voyage of Time è una sinfonia dai toni elegiaci; un viaggio, come evidenzia anche il titolo, agli albori dell’universo: dal Bing Bang fino all’avvento dei primi ominidi sulla Terra. A guidare lo spettatore in questo indiscutibilmente fascinoso viaggio la voce narrante di Brad Pitt (anche produttore), che sostituisce Cate Blanchett, narratrice della versione estesa del film. Una voce narrante, quella dell’attore hollywoodiano, mai invadente, utilizzata dal regista con invidiabile parsimonia per sollevare quesiti esistenziali sul rapporto dell’uomo con il creato, sul significato della vita e sul ruolo che ognuno di noi ricopre nel mondo.

Di fatto, Voyage of Time è un prolungamento del segmento centrale di The Tree of Life, nel quale, attraverso un flash-back estremo, la vita di una famiglia nella Waco degli anni ’50 veniva posta in relazione con la nascita dell’universo. Anche in questo caso, infatti, sequenze ambientate nel presente (una bambina che gioca) si connettono idealmente alla formazione del pianeta Terra e delle prime forme di vita. Ma, se nel film vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2013, la divagazione “antidiluviana” serviva per definire un’ambiziosa opera-mondo dove l’infinitesimale (la vita umana) dialogava con l’immenso (l’universo/il creato), in Voyage of Time la panoramica proposta dal regista rischia di essere determinata da un’interesse personale che rende l’operazione fine a se stessa.

Da spettatori siamo portati a perderci nel profluvio di immagini maestose di cui è composto il film (tra i produttori c’è anche National Geographic). Le sequenze in CGI che descrivono l’evoluzione dell’universo e quelle riprese dal vero che raccontano il formarsi della crosta terrestre e dei continenti, filmate tra Islanda, Stati Uniti e Oceania, colpiscono per la loro magnificenza evocativa. A tratti, il film coinvolge, emoziona e ipnotizza – sopratutto grazie al tono tra il solenne e il malinconico che contraddistingue l’incedere narrativo -, ma rimane di per sé un oggetto misterioso. Difficile da giudicare, Voyage of Time più che un film con una sua identità è una sorta di intermezzo nella carriera di Malick. Un approdo inevitabile, forse, ma che in fondo nulla aggiunge alla poetica e alla filmografia del regista.

Da La rabbia giovane fino all’ultimo La vita nascosta – Hidden Life, il cinema di Malick è sempre stato caratterizzato da una propensione all’interrogazione e dalla volontà di osservare la vita umana come parte di un sistema più grande e complesso del quale talvolta è impossibile comprendere il senso. Le strade deserte del suo primo film, le praterie texane de I giorni del cielo, l’isola di Guadalcanal ne La sottile linea rossa, la Virginia di The New World, il Texas di The Tree of Life e Song to Song, la Parigi e l’Olkahoma di To the Wonder, l’Hollywood di Knight of Cups, ed infine l’Austria che fa da sfondo alla sua ultima opera, così come le storie e i personaggi che accolgono, sono frammenti di un macro-racconto che l’autore ha scritto – con encomiabile dedizione – nell’arco di più di quarant’anni di carriera e che testimonia un’unità estetica (e tematica) che fanno di Malick uno degli autori più rigorosi della storia del cinema.

E poco importa se, a conti fatti, Voyage of Time non sarà ricordato come uno degli apici della filmografia del regista texano. Perché, in fondo, non è questo il punto. Forse dovremmo, per una volta, abbandonare gli sterili giudizi sommari e considerare un’opera non solo alla luce della propria singolarità, ma come parte di un qualcosa di più grande. Si tratta di uno sforzo che non sempre paga, ma che al cospetto di alcuni autori può aprire a nuovi scenari interpretativi. Applicare quanto teorizzato dalla cosiddetta Politica degli autori negli anni ’50 sulle pagine dei «Cahiers du Cinéma» è probabilmente l’unico modo per riflettere su una carriera ondivaga e indecifrabile come quella di Malick: un autore le cui opere sono così profondamente connesse tra loro da apparire come tasselli di un mosaico affascinante da osservare, talvolta ostico da interpretare, ma che non lascia certamente indifferenti.

Guarda il trailer ufficiale di Voyage of Time

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Voyage of Time è un prolungamento del segmento centrale di The Tree of Life, nel quale la vita di una famiglia nella Waco degli anni '50 veniva posta in relazione con la nascita dell'universo. Ma, se nel film vincitore della Palma d'Oro, la divagazione "antidiluviana" serviva per definire un'ambiziosa opera-mondo dove l'infinitesimale (la vita umana) dialogava con l'immenso (l'universo/il creato), in Voyage of Time la panoramica proposta dal regista rischia di essere determinata da un'interesse personale che rende l'operazione fine a se stessa.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -
Voyage of Time, recensione del documentario di Terrence MalickVoyage of Time è un prolungamento del segmento centrale di The Tree of Life, nel quale la vita di una famiglia nella Waco degli anni '50 veniva posta in relazione con la nascita dell'universo. Ma, se nel film vincitore della Palma d'Oro, la divagazione "antidiluviana" serviva per definire un'ambiziosa opera-mondo dove l'infinitesimale (la vita umana) dialogava con l'immenso (l'universo/il creato), in Voyage of Time la panoramica proposta dal regista rischia di essere determinata da un'interesse personale che rende l'operazione fine a se stessa.