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Vita privata, recensione del film di Rebecca Zlotowski con Jodie Foster

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, Vita privata di Rebecca Zlotowski con Jodie Foster arriva nelle sale l'11 dicembre distribuito da Europictures.

Rebecca Zlotowski torna al cinema per continuare a esplorare l’universo interiore delle sue protagoniste. Dopo il bel I figli degli altri, una commedia a tinte drammatiche sulla maternità, l’affetto e le relazioni, la regista parigina gioca con una strampalata indagine dalle tinte psicanalitiche. Vita privata si muove in un territorio tra il giallo alla Woody Allen (senza essere ugualmente brillante) e la commedia al femminile.

Jodie Foster interpreta Lilian Steiner, una psichiatra in crisi profonda da ben prima di ricevere la notizia del suicidio di Paula, una sua paziente. Inizia in lei un processo di negazione: si convince che la donna non si sia suicidata ma che, dietro alla sua morte, ci sia un mistero ben più fitto. Si butta così in un’indagine condotta in autonomia per scavare nelle registrazioni lasciate, nelle parole dette e trovare una ragione. Per scoprire la verità dovrà però viaggiare anche nel proprio subconscio e capire cosa le è mancato nel lavoro di ascolto che le risulta sempre più difficile.

Ipnosi e psicanalisi indicano la via

È un periodo complicato per la psicanalisi al cinema. Già in A dire il vero Nicole Holofcener si divertiva a mettere in scena sequenze di pazienti che protestavano e chiedevano il rimborso al proprio terapista. Vita privata inizia proprio così; suona Psycho Killer dei Talking Heads per chiarire sin da subito il terreno di gioco, prima di conoscere Lilian. Viene accusata di avere fatto una terapia invano da un paziente che desiderava smettere di fumare. Costui si è rivolto a una ipnotista ed è riuscito a risolvere la sua dipendenza.

Lilian è affascinata dalla tecnica e si fa ipnotizzare a sua volta per risolvere un fastidioso problema agli occhi. Piange, senza controllo e senza ragione. È un disturbo o è un rimosso che riemerge? Il braccio di ferro tra ipnosi e psicanalisi è molto divertente nella prima parte del film (un vero peccato che a lungo andare si perda). Perché l’idea di un’indagine più interiore che esteriore è ottima, così come l’uso delle lacrime come punto di domanda che la regia pone sulle emozioni dei personaggi. Ci si trova a chiedersi spesso perché piangano e soprattutto da dove vengano quelle lacrime. Se siano sincere, inconsce o forzate.

I fazzoletti, elemento centrale nella messa in scena delle sedute di psicanalisi, sono usati dalla regia con arguzia. Li vediamo passati dalla terapista ai pazienti, altre volte vengono usati per sé e durante l’indagine diventano una sorta di grimaldello nelle mani della detective provetta. Durante un funerale porgere un fazzoletto può essere una tecnica per avvicinare le persone. Sono gli attrezzi del mestiere di una psicanalista.

Registrare il subconscio

È stimolante anche l’uso che Vita privata fa dei registratori portatili. Lilian affida alle registrazioni i suoi pensieri. Le cassette diventano un materiale d’archivio importante (è proprio la possibilità di perderle a renderle preziose, si spiegherà). È un discorso sulla memoria che interpella direttamente il cinema stesso, come strumento che permette di catturare frammenti di realtà e riprodurli all’infinito scandagliandoli.

Lilian appare come una persona che ha subito diversi grandi cambiamenti nell’esistenza. Ha un ex marito, è nata negli Stati Uniti e si è trasferita ormai da anni in Francia. Conosce bene la lingua, ma a volte necessita ancora del traduttore. Il film si ambienta in un periodo della sua esistenza in cui questa trasformazione sembra volgere alla conclusione (è più parigina che americana), ma in cui si intravedono ancora gli strascichi del passato. Tutto Vita privata servirà ad individuarli. “Psicanalista psicanalizza te stesso”, insomma.

Un giallo di troppo

Fin qui tutto bene. È a lungo andare però che Zlotowski inizia a perdere l’interesse. Se tutti gli elementi più tipici del cinema d’autore sono ben posizionati e viene voglia di vederli approfonditi, il giallo non riesce infatti a trovare il giusto ritmo. Fallisce proprio nell’appassionare, tanto da sembrare un pretesto per fare altro, come se non si sapesse quale trama costruire intorno alla sua azzeccata protagonista.

Non basta un simpatico cameo (già visto nel cinema di Zlotowski) del mitico Frederick Wiseman a dare la scossa a un film che va via via a spegnersi. Psycho Killer ritorna ancora e ancora in colonna sonora, ma si constata con rassegnazione che la sceneggiatura ha perso la carica che prometteva, adagiandosi su un andamento “di mestiere”.

Alla fine Vita privata piacerà facilmente a molti. Forse essere delizioso, guardabile e un divertissement da domenica pomeriggio era il suo unico obiettivo. Il bellissimo inizio e qualche grande intuizione di regia qua e là avevano fatto pensare che potesse essere qualcosa di più ambizioso. Il risultato è solo una simpatica commedia di indagine che si vede con la facilità con cui la si dimentica.

Guarda il trailer ufficiale di Vita privata

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Rebecca Zlotowski è una brava regista. E questo, paradossalmente, è un problema. Perché l’inizio di Vita privata, grazie ad alcune felici intuizioni di regia, faceva sperare che questa commedia a tinte gialle potesse diventare veramente un gran film. Il risultato è solo un buon prodotto di consumo da guardare, godere e lasciarsi alle spalle.

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Rebecca Zlotowski è una brava regista. E questo, paradossalmente, è un problema. Perché l’inizio di Vita privata, grazie ad alcune felici intuizioni di regia, faceva sperare che questa commedia a tinte gialle potesse diventare veramente un gran film. Il risultato è solo un buon prodotto di consumo da guardare, godere e lasciarsi alle spalle. Vita privata, recensione del film di Rebecca Zlotowski con Jodie Foster