A cosa servono le inquadrature belle? Non, come si potrebbe pensare, ad appagare gli occhi. Non solo, per lo meno. Ce lo spiega Vermiglio, che è pieno di momenti visivamente incredibili e li usa nella maniera giusta: le immagini sono i contenitori delle emozioni che vengono dai personaggi. Le immagini gli danno una forma, e le trasmettono fuori dallo schermo. Non sono infatti le composizioni virtuose, i bellissimi paesaggi, a generarle, ma quello che significano per le persone. Così guardando il bellissimo Vermiglio ci si ritrova con gli occhi lucidi guardando dei bambini a scuola porre domande ingenue al maestro, oppure attraverso il semplice gesto di sussurrare parole all’orecchio della figlia neonata. Tantissimo con pochissimo.
Maura Delpero raddoppia il suo talento in regia dopo l’importante esordio nel cinema di finzione con Maternal. Lì la maternità era un elemento che metteva in discussione la fede e le scelte di vita. Le credenze religiose hanno un ruolo molto presente anche nel mondo femminile di Vermiglio – presentato in Concorso all’81esima Mostra del Cinema di Venezia – ed insieme a loro anche il generare figli. Siamo nel 1944, nella provincia di Trento tra le montagne di un piccolo paese, Vermiglio appunto. Soggetto dell’opera è la numerosa famiglia di un maestro di scuola. Tra i molti che abitano la casa, il film si sofferma in particolare sulle tre figlie: Lucia, Ada e Livia che incarnano tre aspetti della vita contadina femminile.
Ancora più di Maternal, Vermiglio racconta gli esseri umani nella loro semplicità, nei desideri e nelle contraddizioni. Lungo il film si assiste alla maturazione sessuale delle sorelle. Il menarca della minore. Le esplorazioni del proprio corpo compiute in segreto dietro l’armadio e con auto punizioni per il senso di peccato che portano con sé, da parte di Ada. Il matrimonio pieno di amore con Pietro, un soldato giunto nel paesino dopo la guerra. La scoperta di un suo matrimonio precedente con una donna in Sicilia porterà Lucia a percepirsi come “la sposa di montagna”, impegnando tutta la comunità a confrontarsi con la propria morale e le proprie tradizioni.
Un cinema che trova il suo massimo facendo meno
Maura Delpero porta avanti l’insegnamento di Ermanno Olmi. Fa un cinema contadino, parlato tutto in dialetto, recitato benissimo. La sua cinepresa si attacca alle differenze rispetto al mondo moderno. Articola cioè il più possibile la sceneggiatura su tradizioni che non sono più in uso o sono in declino, come le celebrazioni di Santa Lucia e la suggestione magica esercitano sui bambini. Oppure i detti: ad un certo punto ne viene pronunciato uno che diventa oggetto di una discussione tra le ragazze le quali non ne hanno capito il significato. La scuola è diversa e il criterio con cui si boccia è diverso. È lontano all’oggi ovviamente anche il modo in cui si partorisce un figlio e come la comunità lo cresce (le donne che hanno latte sopperiscono per chi non ce l’ha). Calcando molto la mano su queste differenze, la regia attualizza con grande intelligenza il film.
Tommaso Ragno interpreta un padre-maestro duro, ma solo se letto con gli occhi odierni. Nel contesto storico in cui si svolge il film risuona invece come un uomo dallo sguardo lungo, moderno, ma impedito nella sua modernità proprio dalla cultura retrograda del paese e che si sforza di cambiare. La famiglia ha pochi soldi per sfamare la famiglia, eppure lui non si trattiene dal comprare dei vinili con la musica classica. Non capito, risponde alla moglie che quelli: “Sono il pane dell’anima”. In quel momento così cinematografico e così poetico il personaggio si innalza come un gigante. Si sente nelle ossa quanto siano state persone come lui, non attaccate solo ai bisogni materiali, a portare avanti lo sviluppo della nazione e la fatica che hanno fatto. L’uomo ha difetti, non è né un genitore né un maestro ideale. Eppure la sua figura suscita tenerezza e stima per come insegna non solo a leggere e scrivere a grandi e piccoli, ma soprattutto ad amare la crescita personale con lo studio.
Vermiglio non è un film su un docente, bensì sulle sue tre figlie. Loro sono scritte ancora meglio. Succede nel film quella cosa magica che accade con le grandi opere: basta un piccolo movimento per capire tutto ciò che intercorre tra due o più personaggi. Le sequenze con la famiglia a tavola, i silenzi e le preghiere, fanno emergere un mondo emotivo fortissimo senza usare alcun artificio retorico! La stessa cosa vale per una finestra che si chiude sul finale, o per un bambino che si priva del proprio aeroplanino di legno mettendolo sulla tomba del fratello morto perché possa avere le ali per andare in paradiso.

Filmare la povertà con rispetto e senza retorica
Tutto questo viene messo in scena in maniera asciutta, mai ricattatoria e sempre originale. Quanta educazione nella regia di Maura Delpero, la quale entra in punta di piedi nelle esistenze povere delle famiglie di montagna. Non li giudica mai, li lascia esistere e coesistere sullo schermo. Ci si può trovare a ridere delle loro ingenuità guardando Vermiglio, ma è un sorriso bonario, carico di tenerezza. Si arriva pertanto come ospiti del film a creare qualcosa di più di un legame di affetto verso la famiglia di cui si raccontano le vicende, quello accade nei primi minuti. Man mano che ci si addentra verso la fine diventa impossibile non provare simpatia (nel significato originario del termine, cioè sperimentare le loro stesse sensazioni) e arrivare alla genuina ammirazione.
Le tre sorelle sono figure femminili che, insieme, riescono a comprendere uno spettro incredibilmente alto di aspirazioni e desideri ancora attuale. C’è un dramma autentico nella voglia di proseguire gli studi impedita dalla mancanza di fondi della famiglia. Così come il processo di accettazione di un figlio prima voluto, poi vissuto come generato da un tradimento, diventa un viaggio interiore che non necessita di troppe parole. In quanti però si potranno rivedere nel dolore di provare sentimenti non allineati con quelli che gli altri si aspettano. Sulla madre pesa lo sguardo della comunità, la vergogna e il timore che la vita, una volta persa la “rispettabilità” in paese, sia finita.
Alla ricerca del realismo
Commuove quindi con poco Vermiglio, perché ama la realtà più dell’artificio. Ci si sente osservatori indiscreti che entrano nella quotidianità altrui. Questo progetto non ha nulla di documentaristico, eppure la sua ricostruzione dei tempi andati è così precisa, rigorosa e potente che ad un certo punto si smette di considerarla una finzione.
Vermiglio è un film così incastonato nell’Italia che forse risulterà di difficile comprensione all’estero. Non importa. A noi, per una volta, resta il piacere esclusivo di vedere rappresentate sullo schermo le storie d’amore ai tempi della guerra che raccontavano i nonni. In qualche modo le persone mostrate tra quelle montagne siamo noi. Un film del passato, che riecheggia fortemente nel presente. Ad accumunare questi due tempi sono i sentimenti fondamentali provati. Amore, morte, sogni, desideri, pulsioni e piaceri che il film individua come la grande costante della storia dell’umanità.


