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Verity, recensione del film con Anne Hathaway e Dakota Johnson

Diretto da Michael Showalter, Verity è tratto dall'omonimo romanzo di Colleen Hoover. Dal 01° ottobre al cinema distribuito da Eagle Pictures.

Verity, tratto dall’omonimo romanzo di Colleen Hoover, si inserisce nel filone del thriller psicologico dalle venature erotiche affidandosi a tre interpreti di grande richiamo come Anne Hathaway, Dakota Johnson e Josh Hartnett, ma si rivela presto incapace di restituire sullo schermo l’ambiguità e la tensione che dovrebbero alimentarne il racconto.

Il problema non risiede soltanto in una scrittura che procede attraverso svolte narrative fin troppo calcolate, ma anche in una regia che fatica a trovare una forma coerente per un materiale di partenza sospeso tra melodramma, sensualità e inquietudine, senza riuscire davvero a dare consistenza a nessuna di queste dimensioni.

Michael Showalter, regista che aveva dimostrato una sensibilità più efficace nei territori della commedia e della dramedy sentimentale (Gli occhi di Tammy Faye, The Idea of You), si misura questa volta con un registro che esigeva una gestione più rigorosa e calibrata delle atmosfere e dei meccanismi della tensione.

Verity cerca continuamente di suggerire allo spettatore che dietro ogni immagine, ogni dialogo e ogni comportamento si nasconda qualcosa di ambiguo, finendo però per rendere troppo evidente il proprio meccanismo narrativo. Il film lascia abbastanza spazio a dubbi, teorie e incertezze, ma tende a sottolineare fin troppo le proprie smaccate intenzioni invece di lasciare che la tensione emerga naturalmente dalla costruzione narrativa.

Tra suspense, melodramma ed erotismo

La materia narrativa alla base del romanzo originale possiede effettivamente elementi che potrebbero sostenere un thriller cinematografico efficace. Lowen Ashleigh, giovane scrittrice che attraversa una fase professionale difficile, viene coinvolta nel lavoro lasciato incompiuto da Verity Crawford, autrice di enorme successo rimasta paralizzata e catatonica dopo un incidente.

L’ingresso di Lowen nell’ambiente familiare di Verity e il rapporto nascente con suo marito Jeremy introducono una dinamica potenzialmente fertile, nella quale la scrittura diventa progressivamente uno strumento per mettere in discussione ciò che i personaggi raccontano e ciò che invece preferirebbero nascondere. Tuttavia, il film rimane in superficie rispetto alle possibilità offerte da questa premessa, trasformando l’ambiguità in un processo estremamente meccanico.

La difficoltà maggiore di Verity riguarda probabilmente il tono. Il film ambisce a mescolare suspense, melodramma familiare ed erotismo, senza riuscire a trovare un equilibrio convincente tra queste componenti. In un thriller psicologico, il dubbio dovrebbe nascere dall’osservazione dei personaggi e, soprattutto, dalle contraddizioni tra i loro comportamenti; di conseguenza, la tensione dovrebbe derivare dall’impossibilità di stabilire con assoluta certezza quale interpretazione sia corretta.

Verity sembra troppo consapevole della propria impalcatura narrativa, al punto che il suo continuo gioco al rilancio finisce per indebolire anziché rafforzare il mistero, suggerito costantemente attraverso dialoghi e situazioni che sembrano ricordare allo spettatore quali domande dovrebbe porsi.

Verity. Photo Credit: Alisha Wetherill © 2026 Amazon Content Services LLC. All Rights Reserved.

Un trio di attori decisamente sprecato

Il cast di Verity rappresenta indubbiamente uno dei principali elementi di interesse del progetto, ma nemmeno le tre star al centro della scena riescono a compensare le debolezze della sceneggiatura firmata da Nick Antosca (il recente adattamento seriale di Cape Fear per Apple TV). A impedire che il film perda completamente presa sullo spettatore contribuisce soprattutto Anne Hathaway, che interpreta Verity senza ridurla ad una semplice figura antagonistica.

L’attrice lavora sulle contraddizioni di una donna la cui immagine pubblica di scrittrice e madre entra continuamente in conflitto con ciò che potrebbe nascondersi dietro quella facciata. L’interpretazione di Hathaway – reduce da un’annata particolarmente fortunata (nel 2026 ha recitato in ben cinque film!) – trae forza proprio dall’impossibilità di stabilire quanto ci sia di autentico nel personaggio e quanto, invece, appartenga alla sua capacità di manipolare gli altri.

Dakota Johnson, nei panni di Lowen, si muove invece attraverso le pieghe emotive di un personaggio più convenzionale, la cui fragilità dovrebbe costituire il principale punto di accesso dello spettatore all’intera vicenda. L’attrice riesce a conferire alla protagonista una certa ironia e un’insicurezza credibile, ma è come se il film lasciasse inespresse le sue capacità di lavorare sulle sfumature. La progressiva trasformazione di Lowen, che dovrebbe diventare sempre più difficile da distinguere dalla realtà che sta cercando di ricostruire, rimane quindi meno incisiva di quanto potrebbe.

Dal canto suo Josh Harnett, nei panni di Jeremy, beneficia invece di un ruolo costruito proprio sulla possibilità di modificare la percezione che lo spettatore ha di lui. La sua apparente devozione nei confronti della moglie e la crescente vicinanza a Lowen introducono una serie di interrogativi che permettono all’attore di evitare una caratterizzazione altrimenti troppo lineare, anche se il film lascia abbastanza irrisolta proprio quella possibilità di ridefinire progressivamente il personaggio.

Una suspense quasi del tutto assente

Il lavoro di Michael Showalter rimane comunque uno degli aspetti più deludenti, considerando quanto il regista abbia saputo dimostrare in precedenza una buona capacità nel gestire personaggi e dinamiche sentimentali. In Verity, la messa in scena appare spesso subordinata alle esigenze della sceneggiatura, senza riuscire a costruire un linguaggio visivo autonomo. Gli ambienti eleganti, la casa isolata e l’atmosfera invernale sembrerebbero offrire un terreno ideale per sviluppare una tensione claustrofobica, ma il film non sfrutta mai davvero queste possibilità.

L’ambientazione rimane soprattutto uno sfondo estetico, mentre la dimensione domestica, che dovrebbe diventare progressivamente più disturbante, non acquista mai una reale forza perturbante. Anche il ritmo risente di questa impostazione: Verity procede lentamente, ma non costruisce una suspense proporzionale alla durata delle sue attese, vittima di una progressione narrativa più interessata a preparare il prossimo colpo di scena che a far crescere gradualmente l’inquietudine.

Verity. Photo credit: Alisha Wetherill © 2026 Amazon Content Services LLC. All Rights Reserved.

Dal romanzo al film: un’occasione mancata

Più che mettere in discussione il successo dei romanzi di Colleen Hoover, a visione ultimata viene da interrogarsi sulla distanza che può esistere tra un materiale narrativo pensato per alimentare la lettura compulsiva e la sua trasposizione cinematografica. La storia alla base di Verity dispone di tutti gli ingredienti che dovrebbero sostenere un buon thriller commerciale, dal triangolo amoroso alle relazioni ambigue, passando per segreti familiari, case isolate, manoscritti e identità difficili da decifrare, ma la loro semplice presenza non è sufficiente a produrre un risultato finale appassionante.

Il film sembra infatti affidarsi più alla promessa di ciò che potrebbe rivelare che alla qualità della costruzione del percorso necessario per arrivarci. Verity rimane così un prodotto elegante soltanto in superficie, nel quale il prestigio del cast e una confezione visivamente curata non riescono a nascondere una sceneggiatura che fatica a dare credibilità ai propri personaggi e una regia che non trova una prospettiva personale sul materiale di partenza.

Alla fine rimane soprattutto la sensazione di un’occasione mancata: non perché Verity non avesse gli strumenti per funzionare, ma perché li utilizza per guidare eccessivamente lo sguardo del pubblico senza trovare il tono, il ritmo e l’azzardo necessari per trasformare una storia potenzialmente avvincente in un film altrettanto coinvolgente.

Guarda il trailer ufficiale di Verity 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Un thriller erotico debole e privo di tensione, che spreca un cast di primo piano attraverso una sceneggiatura prevedibile e una regia incapace di valorizzarne gli elementi più interessanti. Verity confonde l’ambiguità con la profondità, senza mai trovare un equilibrio convincente tra mistero, erotismo e melodramma.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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