martedì, Agosto 9, 2022
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Uncle Frank, recensione del film con Paul Bettany

La recensione di Uncle Frank, il film con Paul Bettany e Sophia Lillis, disponibile dal 25 novembre su Amazon Prime Video.

Uncle Frank è il titolo del nuovo film, firmato da Alan Ball (già autore di culto dietro ai successi di American Beauty, Six Feet Under e True Blood), che riporta davanti alla macchina da presa Paul Bettany, eclettico e prolifico attore britannico che vedremo a breve sul piccolo schermo nella serie Marvel WandaVision. Accanto a Bettany, la giovane promessa Sophia Lillis (già protagonista di IT e del recente horror Gretel e Hansel), Peter Macdissi, Judy Greer, Steve Zahn e Margo Martindale. Il film, a causa della pandemia da Covid-19, nonostante l’ottima cassa di risonanza del Sundance Film Festival 2020, arriverà nelle nostre case grazie alla piattaforma Amazon Prime Video a partire dal 25 novembre.

Nella New York City del 1973, Frank Bledsoe (Bettany) è un professore universitario che convive insieme al suo compagno Walid “Wally” (Macdissi); eppure è costretto a nascondere la sua omosessualità alla famiglia, eccezion fatta per la nipote diciottenne Beth (Lillis), anche lei scappata dalla remota cittadina di Creekville. Ma quando l’anziano patriarca della famiglia perde la vita, zio, amante e nipote partono alla volta della Carolina del Sud a bordo di un auto per le esequie del capofamiglia, affrontando un viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti ma soprattutto attraverso loro stessi.

Uncle Frank, ad una prima occhiata, sembra collocarsi nel solco convenzionale di un certo cinema capace di raccontare, con sguardo lucido e brillante, l’anima americana dilaniata da contraddizioni e idiosincrasie: così come A Spasso con Daisy, I Segreti di Osage County e Green Book,anche il film di Ball pone in un determinato periodo storico del passato una storia universale di accettazione e incomprensioni, complessità umane e difficoltà relazioni. La famiglia, la bromance atipica o la coppia in generale sono i soggetti privilegiati di questi film, in particolare l’opzione a due voci che ben si colloca nel filone cinematografico del road movie, tra luoghi di passaggio collocati lungo le strade desolate, paesaggi mozzafiato e inaspettati, misfits alle prese con viaggi che dal piano fisico finiscono per attraversare quello emotivo, ovvero quello spazio interno di ognuno di noi, misterioso quanto quello esterno e selvaggio.

Ma superate le similitudini evidenti, Uncle Frank nasconde dei dettagli che lo contraddistinguono dagli altri titoli citati: gli anni ’70 che fanno da sfondo alla vicenda rappresentano l’acme delle libertà sociali, della rivoluzione dei costumi e dei comportamenti; la New York City nella quale abitano Frank, Wally e Beth è una metropoli moderna che non dorme mai e riserva sempre sorprese, così vitale, intellettuale e creativa. Una netta contrapposizione rispetto all’America rurale che attraversa il terzetto, un luogo che sembra viaggiare lungo un altro asse temporale più lento e rarefatto.

Un’atmosfera indie pervade il lungometraggio, trasformandolo in una piccola elegia indipendente di sentimenti universali – perfetta per la cornice del Sundance – nei quali tutti possiamo specchiarci; le tappe tipiche del road movie si fermano con il ritorno di Frank a casa, inaugurando la parte più profonda e conflittuale del film, nella quale il focus diventa l’uomo, preda dei propri demoni e dei propri dilanianti conflitti. È nella cruda brutalità offerta dalla realtà, nella brusca bellezza improvvisa dei piccoli gesti umani che sboccia la profonda umanità del film, che affonda le proprie radici nelle storie personali di Ball e di Paul Bettany.

Ball ha scritto il film pensando alla sua storia e al suo percorso verso il coming out; Bettany ha invece raccontato dei tormenti che affliggevano suo padre, omosessuale represso. Quattro uomini e due sguardi diversi che attraversano le generazioni, realizzando un film brillante e capace di mescolare il dramma con la commedia; arguto e tagliente nei dialoghi, evita accuratamente macchiette e luoghi comuni, aggirandoli con l’abilità di Ball nel tessere i dialoghi realizzando un inno all’express yourself, alla necessità – per ognuno di noi – di continuare a lottare strenuamente per poter essere sempre noi stessi, mentre siamo impegnati nella ricerca costante del nostro posto nel mondo.

La provincia, sfondo ideale della vicenda umana di Uncle Frank, si configura come un enorme buco nero capace di risucchiare desideri, sogni e speranze senza restituire niente in cambio; ma come insegnano alcune teorie sullo spazio, spesso ad un buco nero si accompagna anche un buco bianco, una ipotetica regione dello spaziotempo dalla quale può uscire energia-materia e luce. Una singolarità capace di restituire, dall’altra parte, la materia risucchiata, consegnandola all’immobilità gloriosa delle stelle.

Guarda il trailer ufficiale di Uncle Frank

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Uncle Frank sembra collocarsi nel solco convenzionale di un certo cinema capace di raccontare, con sguardo lucido e brillante, l’anima americana dilaniata da contraddizioni e idiosincrasie: così come A Spasso con Daisy, I Segreti di Osage County e Green Book,anche il film di Ball pone in un determinato periodo storico del passato una storia universale di accettazione e incomprensioni, complessità umane e difficoltà relazioni.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Uncle Frank, recensione del film con Paul BettanyUncle Frank sembra collocarsi nel solco convenzionale di un certo cinema capace di raccontare, con sguardo lucido e brillante, l’anima americana dilaniata da contraddizioni e idiosincrasie: così come A Spasso con Daisy, I Segreti di Osage County e Green Book,anche il film di Ball pone in un determinato periodo storico del passato una storia universale di accettazione e incomprensioni, complessità umane e difficoltà relazioni.