venerdì, Febbraio 23, 2024
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Uncharted, recensione del film con Tom Holland

La recensione di Uncharted, film con Tom Holland e Mark Wahlberg basato sull'omonima serie di videogiochi . Dal 17 febbraio al cinema.

Uncharted è il titolo dell’atteso adattamento cinematografico dell’omonima saga videoludica sviluppata da Naughty Dog: un film capace di catturare la fantasia tanto degli appassionati quanto dei comuni spettatori, pronti ad approdare in sala per vedere Tom Holland nei panni dell’avventuriero Nathan Drake.

A fianco della giovane star di casa Marvel – visto di recente in Spider-Man: No Way Home – troviamo anche Mark Wahlberg, Sophia Ali, Tati Gabrielle e Antonio Banderas, tutti diretti da Ruben Fleischer, già dietro la macchina da presa del primo standalone incentrato su Venom. Il film è pronto a debuttare nelle sale dal 17 febbraio.

Protagonista di Uncharted è il giovane e furbo Nathan Drake (Holland), un orfano che ha imparato a cavarsela da solo dopo la scomparsa dei genitori e la fuga, in età adolescenziale, del fratello Sam. Ma i loro destini tornano a convergere quando viene reclutato da un uomo misterioso per andare alla ricerca di un prezioso tesoro proprio con l’aiuto di quest’ultimo, il cacciatore di tesori Victor “Sully” Sullivan (Wahlberg). In un’epica avventura piena di azione che attraversa il mondo intero, i due protagonisti partono alla pericolosa ricerca del “più grande tesoro mai trovato”, inseguendo indizi che potrebbero condurli fino al fratello di Nathan, scomparso da tempo.

Uncharted è il paradigma perfetto delle attese tradite, delle aspettative degli appassionati (e non) che s’infrangono davanti alla realtà, come un’onda sulla spiaggia. Perché nonostante la presenza di innumerevoli elementi interessanti e dal potenziale narrativo dirompente già in nuce il film perde la propria partita sul piano della sceneggiatura, che si rivela come un’esile struttura funzionale solo alla trasposizione di un videogioco sul grande schermo.

Purtroppo l’incapacità, da parte dell’adattamento, di trovare una propria voce peculiare e di strutturare una personalità complessa da portare sullo schermo in modo indipendente riflette la ricerca spasmodica di un algoritmo “perfetto”, di un ricettario ormai consolidato di topoi narrativi derivati dalle ultime tendenze mainstream che viene applicato perfettamente alla lettera sul prodotto, col risultato di creare un guazzabuglio narrativo caotico e altalenante. È evidente l’influenza del MCU, della lunga ombra della Marvel che continua ad aleggiare su qualunque grande progetto blockbuster che viene realizzato: si tratta di una necessità, di una certezza legata alla necessità di applicare forme e modelli consolidati e vincenti sul grande schermo, capaci di richiamare il pubblico in sala.

L’uso della CGI, scene d’azione clamorose e iperboliche, battute disseminate tra le pieghe di ogni dialogo e un senso di leggerezza che sembra permeare l’intera risoluzione sono solo alcuni degli aspetti comuni alla maggior parte dei cinecomics contemporanei, che di solito vengono però stemperati in formule di scrittura sempre più sofisticate e complesse come hanno dimostrato soprattutto i prodotti seriali più recenti (WandaVision, Loki e Hawkeye).

Uncharted, au contraire, evita proprio di approfondire e di rendere la propria drammaturgia via via più complessa, abbracciando la scorciatoia di un intrattenimento leggero che diverte ma non coinvolge mai fino in fondo, nonostante il meccanismo di rebus e puzzle da risolvere che risucchia l’attenzione dello spettatore.

Il pubblico non può non rimanere affascinato dall’infinita ricerca, da parte di Nathan e Victor, di un tesoro suggestivo e accattivante che affonda la propria storia nelle sabbie del tempo; tutti elementi narrativi che accrescono il fascino già insito nei film d’avventura, capaci da sempre di garantire un’evasione sicura dalla grigia quotidianità e perfino dal buio stesso della sala cinematografica, permettendo agli spettatori di salpare per viaggi verso terre lontane, esotiche, trasformandosi a loro volta – in prima persona – in archeologici, investigatori, cacciatori di tesori, pirati e avventurieri sulle tracce di misteri preziosi e tesori leggendari.

Storie e suggestioni immortali che trasportano fin nel cuore dell’azione sospendendo l’incredulità e accendendo i ricettori di un’atmosfera “magica” che si annida in qualunque blockbuster di questo genere, partendo dai più riusciti fino ad approdare agli esperimenti incompleti che hanno del buon potenziale che rimane inespresso, non sfruttato fino in fondo per paura di tradire la leggerezza di un certo prototipo di intrattenimento.

E proprio in Uncharted il problema non si annida nelle sequenze d’azione coreografate alla perfezione dalla regia ipercinetica di Fleischer, in grado di sospendere Holland da un aereo in alta quota mentre cerca di sgominare i cattivi di turno (scena d’apertura mozzafiato che omaggia il videogioco e di cui il regista ha parlato nel corso della conferenza stampa); piuttosto, in una sceneggiatura incapace di sostenere – e, al contempo, giustificare – scene madre sospese in aria e galeoni volanti che si sfidano tra i cieli. Tutte le sequenze action più iperboliche derivate dal mondo videoludico di Uncharted non trovano una collocazione specifica in un universo drammaturgico che risulta esile, un gigante dai piedi d’argilla che si infrange davanti al peso dell’adattamento.

E se il Nathan Drake di Holland funziona proprio grazie all’interpretazione dell’attore, che lo rende una giovane e scanzonata canaglia dall’intelligenza affilata e la battuta tagliente (candidandosi di diritto alla corsa per il prossimo James Bond), purtroppo sono gli altri personaggi “di contorno” a non essere troppo efficaci, ridotti a figurine sulla scena funzionali alla narrazione. Il Sully di Wahlberg è il classico buddy, sparring partner ideale di Drake ma personaggio monodimensionale; ancora peggio vengono trattate le protagoniste femminili, stereotipi action da film d’avventura che permettono alla storia di proseguire ma senza mai lasciare un segno incisivo.

Uncharted dovrebbe collocarsi nel solco della tradizione del cinema d’avventura, che ha offerto in passato – tra gli anni ’80 e i 2000 – grandi esempi d’intrattenimento per famiglie regalando adrenalina, intrighi, puzzle, rebus e scene memorabili al pubblico: la saga di Indiana Jones ma anche I Goonies sono due esempi perfetti, fino alle più recenti trasposizioni disneyane delle attrazioni dei loro parchi a tema.

Ma il film di Fleischer, sovvertendo i capisaldi di una buona drammaturgia e stracciando la mappa delle regole che trasformano uno script in un buon prodotto audiovisivo, tradisce le aspettative riposte dagli spettatori, dimostrandosi incapace di soddisfare fino in fondo tanto le (altissime) attese dei fan nei confronti di questa origin story quanto il palato del pubblico curioso, ormai abbonato a un intrattenimento dalla qualità sempre più alta.

Guarda il trailer ufficiale di Uncharted

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Uncharted è il paradigma perfetto delle attese tradite, delle aspettative degli appassionati (e non) che s’infrangono davanti alla realtà, come un’onda sulla spiaggia. Perché nonostante la presenza di innumerevoli elementi interessanti e dal potenziale narrativo dirompente già in nuce il film perde la propria partita sul piano della sceneggiatura, che si rivela come un’esile struttura funzionale solo alla trasposizione di un videogioco sul grande schermo.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Uncharted è il paradigma perfetto delle attese tradite, delle aspettative degli appassionati (e non) che s’infrangono davanti alla realtà, come un’onda sulla spiaggia. Perché nonostante la presenza di innumerevoli elementi interessanti e dal potenziale narrativo dirompente già in nuce il film perde la propria partita sul piano della sceneggiatura, che si rivela come un’esile struttura funzionale solo alla trasposizione di un videogioco sul grande schermo.Uncharted, recensione del film con Tom Holland