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Una notte a New York, recensione del film con Dakota Johnson e Sean Penn

Diretto da Christy Hall e interpretato da Dakota Johnson e il premio Oscar Sean Penn, Una notte a New York è al cinema dal 19 dicembre grazie a Lucky Red.

Il tema del breve incontro è stato trattato al cinema un’infinità di volte. Le sue origini si possono rintracciare sia in letteratura che in svariati film antecedenti la Seconda guerra mondiale, ma il suo nome e la sua fama derivano dalla celebre (ed omonima) pellicola del 1945 di David Lean. Da quel momento in poi, le sue declinazioni sono state molteplici. Solo per fare qualche esempio: Stazione termini di Vittorio De Sica, I ponti di Madison County di Clint Eastwood e, in tempi più recenti, L’amante dell’astronauta di Marco Berger. Di solito a contraddistinguere questa declinazione del melodramma amoroso è l’incontro fortuito tra due persone che, seppur brevemente, vivono una storia d’amore (a volte platonica) totalizzante, che li strappa per poco tempo alle loro misere esistenze.

A volte, però, questi fugaci incontri non coinvolgono due (potenziali) amanti, ma due anime solitarie in cerca di qualcuno con cui condividere (poche) gioie e (molti) dolori. È il caso di quello raccontato nell’opera prima di Christy Hall (sceneggiatrice di It Ends with Us), Una notte a New York, dal 19 dicembre al cinema. Una sinfonia urbana che sfreccia sulle strade trafficate che collegano l’aeroporto JFK alla downtown della Grande Mela, e che vede come protagonisti solo due personaggi – una giovane donna e un tassista maturo – che si trovano a condividere, nell’arco di un’ora e mezza, non solo il medesimo spazio (quello angusto dell’abitacolo di un taxi), ma anche un po’ delle loro vite.

Se una notte una viaggiatrice… e un tassista

Una giovane donna (Dakota Johnson) atterra all’aeroporto JFK di New York dopo aver fatto visita alla famiglia, in Oklahoma. Sale su un taxi, uno dei tanti in attesa di viaggiatori che si accalcano fuori dall’aeroporto. Uno sbrigativo saluto al tassista (Sean Penn), le indicazioni sulla destinazione da raggiungere e poi subito a controllare sul telefono i messaggi un po’ spinti di un uomo, senza dubbio inopportuno, con cui ha una relazione. Passano i minuti, l’imbarazzante silenzio nell’abitacolo forse diventa un po’ eccessivo anche per il tassista alla sua ultima corsa della giornata; e allora ecco una prima domanda (ovvio, banale), a cui segue una risposta (forse un po’ scocciata). Eppure, nonostante le premesse, il dialogo inaspettatamente va avanti.

Il tassista, che a questo punto si presenta dicendo di chiamarsi Clark, allenta i freni inibitori e inizia a tempestare la sua giovane passeggera di domande sempre più personali (e scomode). Complice anche un incidente stradale, che rallenta il traffico, tra i due sconosciuti si instaura una fiducia tale da permettere a entrambi di abbassare le naturali barriere che ognuno di noi erige per affronta la (difficile) vita di tutti i giorni. Le domande banali iniziano a diventare più profonde ed esistenziali, le risate cominciano a lasciare spazio alle lacrime, e improvvisamente un viaggio di un’ora mezza si tramuta in un percorso tra passato e presente per entrambi: tra gioie e dolori, tra rimpianti e voglia di guardare al futuro con ottimismo.

Un viaggio fino al termine della notte

Per raccontare il breve incontro tra la giovane (chi cui non scopriremo mai il nome) e Clark, Hall (anche sceneggiatrice) si affida a una struttura drammaturgica che rispetta le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. La vicenda raccontata, infatti, si svolge nell’arco di una corsa in taxi, solo nell’abitacolo della vettura, e mantiene in scena esclusivamente i due personaggi principali, senza ricorrere a sottotrame. Una scelta che Hall non adotta in modo radicale, come fatto invece da Steven Knight per il suo Locke. In fondo, il principale interesse della regista non è quello di sperimentare modalità di riprese estreme, capaci di assottigliare le discrepanze tra realtà e finzione, ma di estromettere ogni elemento narrativo superfluo per concentrarsi unicamente sui suoi personaggi.

Per questo motivo, Una notte a New York è un film più emozionale che teorico. Un’opera che non a caso ha rischiato di diventare una pièce teatrale: in fin dei conti, il taxi di Clark non è come un piccolo palco dove va in scena quella dolorosa commedia che è la vita? Così, a farla da padrone, sono soprattutto i due interpreti, la cui alchimia dialettica contribuisce a infondere al film una sua dinamicità. Sia Dakota Johnson che Sean Penn sono abili nel tratteggiare (con poco) i loro personaggi, facendo emergere lentamente – domanda dopo domanda, risposta dopo risposta – le fragilità di due solitudini che si incontrano, si riconoscono e si cercando di comprendere nell’arco di una misera frazione di vita.

Certo, in questo breve ma intenso peregrinare per le strade trafficate di New York, tra scambi di battute a volte impudenti e qualche fisiologica incomprensione, a volte fa capolino qualche banalità di troppo: sulla vita, i sogni, le speranze e i traumi che accomunano ogni essere umano. E se è vero che il film non sbanda mai, è altrettanto vero che a tratti sembra avere un incedere incerto, quasi timoroso di affondare il coltello nella piaga della misera esistenza umana. Accontentandosi troppo spesso di mettere in bella mostra la bravura (a volte un po’ accademica) di una coppia di attori che dimostra un buon feeling.

Guarda il trailer ufficiale di Una notte a New York

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Diretto dall'esordiente Christy Hall, Una notte a New York è un film interessante soprattutto per l'evidente feeling tra i due interpreti principali: Dakota Johnson e Sean Penn. Rispettando le tre unità aristoteliche di tempo, spazio e azione, il film racconta il breve incontro tra due solitudini: una giovane donna con un passato doloroso alle spalle e un presente tutt'altro che roseo, e un tassista che cerca di aiutarla a fare i conti con la sua vita (e, forse, a prendere le giuste scelte).
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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