Archiviato il risonante esordio con Più Buio di Mezzanotte, presentato in concorso alla “Semaine de la Critique” al Festival di Cannes 2014, Sebastiano Riso torna dietro la macchina da presa per dirigere Una Famiglia, dramma sulla mostruosità umana e sugli effetti deleteri dell’amore.
Il film è la testimonianza del lato più oscuro della nostra società, quella fatta di gente disperata, di persone senza scrupoli, di chi si nasconde dietro un’apparente normalità o una privilegiata posizione sociale, e di chi si trova perennemente a fare la scelta sbagliata.
Sebastiano Riso torna dietro la macchina da presa per dirigere un dramma sulla mostruosità umana
La storia d’amore al centro della pellicola viene utilizzata da Riso per parlare del significato profondo della genitorialità negata: Vincent (Patrick Bruel) costringe la sua compagna Maria (Micaela Ramazzotti) a dare alla luce bambini per aiutare coppie che – per i motivi più disparati – non possono avere figli.
Un terribile progetto messo in scena da Riso con sguardo attento e per certi aspetti dimesso, che lascia trapelare tutta la crudeltà e la ferocia di una spaventosa realtà – quella del mercato nero delle adozioni – di cui si parla tanto ma si conosce (come spesso accade in questi casi) davvero molto poco.

Una Famiglia recensione del film di Sebastiano Riso con Micaela Ramazzotti
Ciò che indubbiamente colpisce di Una Famiglia è il taglio fortemente drammatico che il regista catanese impone alla sua “creatura” e la natura sconcertante degli eventi che vedono coinvolti i due protagonisti. Vincent e Maria si muovono come prigionieri in un microcosmo rappresentato dal loro appartamento (un luogo abbandonato da Dio in cui si covano progetti irrazionali portati avanti con lucida determinazione e si compiono sacrifici in virtù di un amore che non conosce condizioni e al tempo stesso in un macrocosmo rappresentato da una Roma svogliata ed egoista (alla quale Riso si approccia con audacia, allontanandosi da qualsiasi didascalismo tipicamente italiano).
Un’assoluta nota di merito va anche all’interpretazione di Micaela Ramazzotti (per la sesta volta nei panni di una madre), voce e corpo di un personaggio spesso straziante che è insieme complice e vittima; una donna completamente incapace di camminare da sola che si troverà costretta a scegliere se rinunciare per sempre al bisogno e al desiderio di diventare madre, o continuare ad assoggettarsi alla volontà di un padre padrone per certi aspetti molto simili a quello già trasposto sullo schermo da Matteo Garrone in Primo Amore.
Una Famiglia ritrae con coraggio e personalità una spaccato della nostra società marcio e desolante
L’aspetto meno convincente di Una Famiglia è rappresentato dalla sceneggiatura, ridonante in alcuni punti, ingiustificatamente superficiale in altri. È impossibile non apprezzare il coraggio per la scelta dei temi trattati, così come alcuni sorprendenti guizzi registici e le performance di tutto il cast, ma risulta piuttosto difficile – visti i temi attualissimi del film – riuscire a perdonare una scarsa attenzione dedicata ai personaggi (nei confronti dei quali, troppo spesso, abbiamo come la sensazione di saperne davvero troppo poco) e alle loro motivazioni.
Una Famiglia ritrae con coraggio e personalità una spaccato della nostra società marcio e desolante, ma perde più di un’occasione per giustificare scelte e comportamenti, spinto probabilmente dalla volontà di lasciare l’ultima parola ad uno spettatore certamente turbato, oscillante però tra immedesimazione e distanziazione.



