giovedì, Novembre 25, 2021
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Una famiglia mostruosa, recensione del film di Volfango De Biasi

La recensione di Una famiglia mostruosa, la nuova commedia di Volfango De Biasi che uscirà nelle sale il 25 novembre.

Una famiglia mostruosa è il titolo del nuovo film diretto da Volfango De Biasi (L’agenzia dei bugiardi), pronto a cimentarsi questa volta con una commedia dalle venature decisamente horror che vede protagonisti Massimo Ghini, Lucia Ocone, Lillo (Il mostro della cripta), Ilaria Spada, Cristiano Caccamo, Emanuela Rei e Paolo Calabresi oltre alla partecipazione straordinaria di Barbara Bouchet e Pippo Franco. Il film è pronto ad approdare nelle sale a partire dal prossimo 25 novembre.

Quando Luna e Adalberto scoprono di aspettare un figlio, per il ragazzo arriva il momento di presentare la fidanzata alla sua blasonata famiglia. Peccato che i suoi si rivelino “mostruosi” nel vero senso del termine: un padre vampiro, una madre strega, una nonna fantasma e uno zio zombie. Riusciranno a sopportare l’unione del loro rampollo con una comune mortale? Ma soprattutto, saranno in grado di superare il traumatico incontro con la famiglia di lei, sempre pronta a mettere in imbarazzo la figlia?

A partire da queste premesse, Volfango De Biasi realizza una tipica commedia all’italiana rispettosa della tradizione ma contaminata dai generi, che diventano all’improvviso il mezzo privilegiato per reinterpretare, in un’ottica più profonda e stratificata, la realtà fenomenica che circonda ognuno di noi. Dalla già citata – e consolidata – commedia all’italiana, che ha reso il nostro cinema un unicum esportabile in tutto il mondo, Una famiglia mostruosa riprende il gusto per i caratteri, per i personaggi eccessivi e sopra le righe che sono abitualmente intorno a noi, ma vengono sublimati sullo schermo.

Sia la famiglia “mostruosa” di Adalberto che quella più convenzionale di Luna sono portatrici sane di questo gene antico e insito nel DNA cinefilo italiano: i genitori della ragazza, quintessenza della famiglia grossolana di parvenu arricchiti, si scontra con quella del giovane popolata da nobili mostri che affondano la propria essenza tanto nell’immaginario pop collettivo, quanto nel mondo della psicanalisi.

Un padre e una sorella vampiri, una madre strega, uno zio zombie e una nonna fantasma: archetipi junghiani che volteggiano sullo schermo, transfert di caratteri che abitualmente popolano tanto la quotidianità quanto la sfera della psiche e dell’onirico. La trasfigurazione passa attraverso il genere, cavalcando l’onda di un immaginario consolidato riconducibile ai primi grandi mostri della Universal o della Hammer che da sempre infestano gli incubi – o gli spiacevoli sogni – degli spettatori più appassionati.

La capacità di Una famiglia mostruosa è proprio quella di dialogare con i genres senza mai dimenticare la propria essenza, quel tema cardine che dichiara sfacciatamente fin dal proprio titolo: è la famiglia il motore immobile delle azioni che si susseguono sullo schermo e il film si configura proprio come una leggera riflessione su questa grande – ed annosa – tematica universale che accomuna tutti gli spettatori.

una famiglia mostruosa

A discapito del buon dialogo costante tra tema e argomento dell’opera – elementi che sono in continua relazione tra loro e non vengono mai trasgrediti nel corso della narrazione, rivelandosi dei veri e propri fari guida – a rendere leggermente altalenante l’impatto emotivo del film è proprio la sceneggiatura, ingabbiata in una struttura in tre atti a tratti fragile e poco incisiva.

Il setup iniziale, che dovrebbe trasportare progressivamente lo spettatore nell’universo di Luna e Adalberto, spalancando quindi le porte alla sconvolgente rivelazione sulla natura della famiglia di quest’ultimo, è troppo veloce e stringato, rispettoso dei tempi incalzanti della commedia ma pronto a sacrificare la sospensione dell’incredulità del pubblico. La stessa sensazione si avverte nella parte finale, nel terzo atto che risulta un epilogo prevedibile – come insegna spesso la suddetta commedia – ma troppo breve, pronto a rompere quel gustoso crescendo architettato ad arte nel secondo, lungo, atto centrale.

È proprio nello svolgimento e nel corpo del film che Una famiglia mostruosa trova la propria essenza, quell’equilibrio sottile ma gustoso tra commedia (contaminata) e generi (l’horror con i suoi topoi): le scene più aderenti ai cliché sono le più divertenti, quelle capaci di accendere l’incredulità – e la fantasia – del pubblico in sala; l’incontro/scontro tra le due famiglie, così diverse tra loro e agli antipodi, ricalca il pattern di grandi cult del cinema ma aggiornandoli ad un mondo e ad una serie di linguaggi così diversi, avvicinando l’esito finale a quelle operazioni compiute nel corso della storia televisiva (come The Munsters o la famosa Famiglia Addams) che hanno contaminato il piccolo schermo – e l’immaginario popolare – con canoni ibridi della narrazione così diversi da tutto ciò che era venuto prima di loro.

Il comparto tecnico (effetti speciali, parrucco e trucco soprattutto prostetico) e la regia di De Biasi inseguono la via dell’alta qualità, scegliendo una risoluzione ottimale per creare quel mash up creativo che è alla base di Una famiglia mostruosa, e che dimostra ancora una volta come sia possibile recuperare la via del genere per raccontare delle storie universali (e canoniche) ma in modo diverso, come ha sempre dimostrato il cinema italiano con la propria tradizione (e come ha confermato lo stesso De Biasi durante la nostra videointervista).

Una famiglia mostruosa cerca di fare il possibile per rendere nel migliore dei modi, sul grande schermo, questa fiaba moderna di archetipi e luoghi comuni, cliché che si incontrano ma sono aperti al dialogo, il tutto collocato in una cornice per famiglie che permette un intrattenimento mainstream ma capace di guardare alla tradizione della commedia all’italiana, aprendola ad infinite contaminazioni.

Guarda il trailer ufficiale di Una famiglia mostruosa

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Una famiglia mostruosa cerca di fare il possibile per rendere nel migliore dei modi, sul grande schermo, questa fiaba moderna di archetipi e luoghi comuni, cliché che si incontrano ma sono aperti al dialogo, il tutto collocato in una cornice per famiglie che permette un intrattenimento mainstream ma capace di guardare alla tradizione della commedia all’italiana, aprendola ad infinite contaminazioni.  
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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