mercoledì, Maggio 19, 2021
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Una donna promettente, recensione del film con Carey Mulligan

La recensione di Una donna promettente con protagonista Carey Mulligan, candidato a cinque Premi Oscar. In uscita il prossimo 29 aprile.

Mai come oggi, il cinema si è dimostrato all’altezza di accogliere riflessioni sul presente, facendosi portavoce di veri e propri manifesti politici. Hollywood, in particolare, ha attinto a piene mani dalle battaglie portate avanti da movimenti come Black Lives Matter o #MeToo, diventando potente cassa di risonanza dei mutamenti interni alla società statunitense (e non solo). E questo gli va riconosciuto, con buona pace dei cinefili più snob e radical-chic, che vorrebbero ancora relegare il cinema d’autore e politicamente impegnato ad altre regioni geografiche.

Per alcuni appare ancora sconveniente ammettere che il confine tra impegno e intrattenimento non è mai stato tanto sfumato come oggi e che talvolta è proprio laddove girano molti soldi che vengono imbastite le più potenti riflessioni sulla società contemporanea. Una donna promettente, in uscita in Italia il prossimo 29 aprile, è esempio emblematico di come il cinema americano sia riuscito a volgere a suo completo vantaggio una serie di avvenimenti che avrebbero potuto comprometterlo nelle sue stesse fondamenta. Anche per questo, non stupisce che Una donna promettente sia candidato ai prossimi Oscar (che si terranno il 25 aprile) in ben cinque categorie, tra cui Miglior Film.

Il film, scritto e diretto da Emerald Fennell (showrunner di Killing Eve e attrice in The Crown, qui al suo esordio dietro la macchina da presa) e prodotto dalla LuckyChap Entertainment di Margot Robbie, si inserisce a pieno titolo in quello che potremmo definire “filone post #metoo”. Ci muoviamo comunque in un territorio scivoloso, dal momento che questi film nascono proprio dal contesto (quello hollywoodiano, appunto) in cui è scoppiata la miccia che ha acceso il movimento stesso. Per questo, quando ci si appresta a guardare una di queste opere, occorre armarsi di una buona dose di spirito critico: il rischio di assistere, in realtà, ad una – non troppo mascherata – ricerca di “redenzione” (e quindi ad una semplificazione di questioni estremamente complesse) è sempre in agguato.

Cassandra (Carey Mulligan) ha abbandonato una brillante carriera universitaria, vive con i suoi genitori, non ha amici, né un ragazzo. Di giorno lavora in una caffetteria, di sera gira per locali fingendosi ubriaca, in attesa che il “gentiluomo” di turno si offra di aiutarla e di ospitarla a casa propria per la notte. Puntualmente, l’uomo cerca di approfittarsi di lei e, puntualmente, Cassandra rivela la farsa, mettendo a nudo la meschinità e la pericolosità dei predatori ben nascosti sotto le spoglie di ragazzi perbene. Le azioni di Cassandra, vedremo poi, non sono fini a sé stesse, ma motivate da un desiderio di vendetta e rivalsa per un evento grave e drammatico che l’ha indirettamente coinvolta ai tempi del college.

Una donna promettente ci chiama in causa, prima di tutto, in quanto donne. Cassandra è complicata: insicura, non risolta, problematica e, soprattutto, molto arrabbiata. Agli occhi della società era una donna promettente: peccato che abbia sprecato il suo talento, peccato che non abbia terminato gli studi, peccato che non abbia trovato un bravo ragazzo da sposare. Cassandra ha compiuto “l’errore” più grande che possa essere imputato ad una donna e specialmente ad una donna brillante: ha mollato le aspettative degli altri, si è scritta da sola le proprie regole e, adesso, rende conto unicamente a sé stessa. Per quanto incatenata ad un passato che la tormenta, è una donna libera. E per questo, in realtà, Cassandra è ancora una donna promettente, essendosi appropriata del potere di svelare l’ipocrisia di una società che continua a giustificare l’uomo e ad incolpare la donna, incasellandola entro ruoli preconfezionati, stabilendo a priori cosa debba fare per esser considerata di successo, che atteggiamenti debba tenere per esser definita rispettabile.

E, si badi bene, Cassandra non è un personaggio positivo. Contraddittoria, maleducata, manipolatrice, crudele, è l’antieroina per eccellenza. Eppure, ci immedesimiamo nella sua rabbia, invidiamo la sua freddezza, la sua ribellione alla prepotenza altrui, il suo essere impassibile di fronte ai piccoli e grandi sgarbi cui quotidianamente siamo sottoposte. Carey Mulligan (An Education, Shame, La nave sepolta) è eccezionale nel tratteggiare un personaggio ormai “anestetizzato” rispetto a qualsiasi forma di sopruso: il volto dell’attrice è espressione della disillusione, la sua recitazione asciutta è segno della rassegnazione rispetto a un mondo che gira nel verso sbagliato, in cui è normale importunare una sconosciuta, rimproverarla se agisce in maniera inappropriata, richiamarla all’ordine se non rispetta le regole. Non abbiamo bisogno di una motivazione forte o dello svelamento di un evento specifico che giustifichi il comportamento del personaggio sullo schermo: ciò che fa Cassandra nella prima parte del film (prima, cioè, che ci venga rivelato quell’avvenimento terribile che ha contribuito a renderla quella che è oggi) si motiva da solo e nella misura in cui, come spettatori, siamo coscienti delle problematiche reali che il film si propone di indagare.

La battaglia condotta da Cassandra è, prima di tutto, di ordine morale. È evidente che la regista si sia ispirata al mito greco (il fatto che la protagonista si chiami proprio Cassandra non può essere casuale), costruendo un personaggio spietato con chi rifiuti di ammettere le proprie colpe e magnanimo con chi abbia il coraggio di riconoscerle. La protagonista emette le sue sentenze sempre dopo aver dato all’avversario la possibilità di redimersi. Né uomini né donne sono esclusi da questa spasmodica ricerca di giustizia. È interessante, infatti, che Ermerald Fennell ci presenti un mondo femminile a sua volta contraddittorio: le donne sono spesso disposte ad accettare il proprio ruolo di subalternità e, all’occorrenza, ad essere addirittura conniventi con i carnefici. Sembra quasi che, fatta eccezione per Cassandra, tutte le figure femminili siano perfettamente incastonate all’interno di un meccanismo che non possono (o non vogliono) scardinare, che siano più interessate a preservare il loro quieto vivere che ad esporsi, mettendo a repentaglio lo status quo così faticosamente conquistato.

Perché si sono comportate in un certo modo? Perché hanno taciuto quando, invece, era opportuno far sentire la propria voce? Perché si sono schierate dalla parte del più forte? Quand’è che, esattamente, le donne sono diventate esse stesse parte del problema che le riguarda? Il film, purtroppo, non cerca in alcun modo di sciogliere questi interrogativi, lasciando tutto alla libera interpretazione dello spettatore. Una donna promettente, e queste sono le sue principali pecche, da un lato non si sofferma ad indagare le motivazioni del comportamento delle donne, dall’altro appiattisce l’universo maschile in un unico modello, quello del sopraffattore senza scrupoli. Gli uomini, nel migliore dei casi, sono dei vigliacchi privi di spina dorsale, nel peggiore dei molestatori seriali. In questo senso, come dicevamo all’inizio, un film come questo non è esente da rischi, il primo dei quali è quello dello scadere in un eccessivo schematismo, banalizzando la realtà al solo scopo di portare avanti la propria tesi.

Dietro alla scelta di intraprendere questa strada, forse, si è voluto accontentare il (presunto) desiderio del pubblico di assistere ad una lotta, senza esclusione di colpi, tra bene e male. Il fatto che il male, all’interno di un film che tratta una tematica così “calda”, sia incarnato – senza distinzione – dagli uomini tutti è però assai discutibile e ingeneroso, sia nei confronti degli uomini stessi, che nei confronti di una problematica (quella del rapporto tra sessi e del concetto di “molestia sessuale”) assai delicata e sfaccettata. Questo schematismo è alimentato dalla struttura stessa del film. Una donna promettente rientra nell’alveo dei cosiddetti revenge movies ed è rigidamente (e visivamente) diviso in cinque capitoli. Questo tipo di costruzione riecheggia, non troppo vagamente, un film come Kill Bill, con la differenza che il film di Tarantino era assai più equilibrato, forse più onesto, di certo più disinvolto nell’alternare i registri drammatici a quelli più (auto)ironici. A lungo andare, il fatto che Una donna promettente metta troppa carne al fuoco, finisce per rendere il film poco incisivo. Il continuo avvicendarsi di toni thriller, romantici e drammatici compromette la partecipazione dello spettatore: e così, quando giunge la tanto agognata catarsi finale, viene meno quella soddisfazione che era stata promessa sin dal principio.

Nonostante i suoi difetti, Una donna promettente resta comunque un film necessario e, in un certo senso, “terapeutico” nel suo mostrare, una dietro l’altra, molte di quelle situazioni che spesso e con una certa rassegnazione accettiamo, talvolta alimentandole inconsapevolmente noi per primi, come se ormai fossero parte integrante della nostra quotidianità e non si potesse fare molto per svincolarsene. Soffermarsi su ciò che penalizza Una donna promettente in quanto opera filmica, può offrire a chi guarda la possibilità di riflettere, in maniera critica e scevra di preconcetti, sulle proprie mancanze (perché, si sa, le lotte più importanti partono proprio da noi), mantenendo viva una battaglia – quella dell’autodeterminazione femminile, del diritto di far sentire la propria voce e di combattere le prepotenze cui siamo sottoposte -, che è ancora ben lungi dall’essere vinta. Una battaglia che ha luogo nella prosaica quotidianità di tutti i giorni, e che per questo non può e non deve fermarsi a manifesti e a reclami troppo manichei.

Guarda il trailer ufficiale di Una donna promettente

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Una donna promettente è esempio emblematico di come il cinema americano sia riuscito a volgere a suo completo vantaggio una serie di avvenimenti che avrebbero potuto comprometterlo nelle sue stesse fondamenta. Anche per questo, non stupisce che Una donna promettente sia candidato ai prossimi Oscar (che si terranno il 25 aprile) in ben cinque categorie, tra cui Miglior Film.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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