Una scena dopo l’altra, un elemento dopo l’altro, una provocazione dopo l’altra, una verità dopo l’altra. Il cinema di Paul Thomas Anderson è una sequela ininterrotta di frammenti di storia del cinema, e Una battaglia dopo l’altra è soltanto l’ultimo tassello di quel mosaico che continua ad espandersi.
Scritto, diretto, fotografato e co-prodotto dallo stesso Anderson, il film è un libero adattamento contemporaneo di “Vineland” (1990) quarto romanzo di Thomas Pynchon, da cui eredita lo spirito anarchico e la complessità narrativa, aggiornandoli però a un’America segnata dalle tensioni sociali e politiche del presente. Nel cast, un ensemble che sfiora la perfezione: Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor e il sorprendente esordio in un lungometraggio di Chase Infiniti (Presunto innocente).
L’operazione compiuta da Anderson è quella di traslare gli echi degli anni Ottanta di Pynchon (di cui aveva già adattato Vizio di forma nel 2014) in un’epoca che, quarant’anni dopo, brucia ancora delle stesse ferite: imperialismo, colonialismo, razzismo sistemico, mascolinità tossica. Un film che parla di oggi, eppure sembra raccontare di sempre.

Parte e controparte
Il film si apre con le prime dimostranze sovversive dei French 75, un collettivo di anarchici in missione per liberare campi di detenzione in cui migranti e rifugiati vengono rinchiusi come in lager moderni. Nel gruppo spiccano Perfidia (Teyana Taylor), donna dalla leadership magnetica e autoritaria, e Bob (Leonardo DiCaprio), compagno spaesato e al tempo stesso euforico, anima inquieta che inciampa continuamente, sin dalla prima scena.
La controparte fa capo al colonnello Steven “Lockjaw” (Sean Penn), figura che incarna la cultura discriminatoria e razzista da combattere ma che nonostante ciò, sotto la maschera machista, sviluppa un’attrazione ossessiva verso Perfidia, innescando una spirale di tensione e ambiguità. La ragazza diviene madre ma, combattuta e rabbiosa, finisce per abbandonare la propria figlia in fasce, lasciando Bob solo a crescerla e costringendolo a scappare.
Sedici anni dopo, Lockjaw riemerge con rinnovata ferocia, alla ricerca dei latitanti e soprattutto di risposte. La battaglia – interiore e collettiva – non si è mai fermata e quando le vecchie ferite tornano a sanguinare, i French 75 si ritrovano a scegliere se restare nell’ombra o tornare in prima linea.

Piccole grandi rivoluzioni
Una battaglia dopo l’altra racconta l’America e il mondo attraverso rivoluzioni intime e gigantesche, personali e politiche, spesso destinate a fallire ma sempre necessarie. Anderson smaschera imperialismo, colonialismo e una mascolinità tossica che finisce per avvelenare prima di tutto sé stessa. Il colonnello Lockjaw, interpretato da uno Sean Penn indimenticabile, è il simbolo di un virilismo che si finge invincibile ma si rivela fragile e grottesco: un “duro” che recita la parte solo per coprire il vuoto interiore.
In principio c’è la relazione tra Bob e Perfidia: lui caotico, nervoso, incapace di fermarsi; lei decisa, sicura, autoritaria, un concentrato di rabbia e determinazione che incute timore e riverenza. Bob è spaesato ma euforico, Perfidia una guida che si perde, e il loro rapporto, come quello tra genitori e figlia, tra leader e seguaci, tra amanti e rivoluzionari, è sempre sbagliato, sempre fuori posto. Anderson dipinge tutti come amanti che non sanno amarsi, genitori che non sanno educare, rivoluzionari che non conoscono altro che la battaglia.
A fare da contrappunto arriva Sensei, la calma imperturbabile di Benicio Del Toro, che riflette la pazienza e la lucidità che Bob non possiede, creando un equilibrio precario ma necessario, come sua nemesi, come sua salvezza. Intorno a loro un’America allo sbando: nazisti e segregati, rifugiati e partigiani, oppressori e rivoluzionari. Anderson mescola amori impossibili e ribellioni ideologiche, mostrando come il privato e il politico si intreccino fino a confondersi.
Il film si muove come Bob, in continuo disequilibrio, caotico e impulsivo, anarchico quanto i protagonisti che racconta. Eppure il caos diventa forma, una logica dell’anarchia che trova un equilibrio miracoloso. È una rivoluzione che si fa racconto, una storia che si fa metafora di tutte le guerre – intime e collettive – che l’America ed il mondo combattono e continueranno a combattere.

Un capolavoro dopo l’altro
Paul Thomas Anderson conferma – se mai ce ne fosse bisogno – di essere uno dei più grandi registi viventi. Con Una battaglia dopo l’altra firma l’ennesima opera che sfida tutto: le convenzioni narrative, le regole del politicamente corretto, le certezze di una società che si vorrebbe impenetrabile. È un film che intrattiene, diverte, scuote, riflette e combatte. La regia è una montagna russa di invenzioni visive, nervosa e sublime, sorretta da una fotografia che lui stesso cura con occhio febbrile e da una colonna sonora (curata dal fidato collaboratore Jonny Greenwood) che amplifica ogni sussulto.
Leonardo DiCaprio regala un’altra prova di grande intensità: il suo Bob è un fascio di nervi, un uomo sempre fuori posto, capace di trascinare lo spettatore in un vortice di energia e disperazione. Benicio Del Toro, di magnetica quietezza, sprofonda nei panni di Sensei come fosse nato per farlo. Teyana Taylor e Chase Infiniti si rivelano presenze solide e sorprendenti. Ma la performance già leggendaria, che non dimenticheremo senz’altro, è quella di Sean Penn, altamente eccessiva e sopra le righe da farsi iconica; il villain perfetto per un film che dell’esagerazione fa una virtù.
Tutto, dal montaggio millimetrico alla colonna sonora pulsante, contribuisce ad un crescendo che culmina in un inseguimento finale – un saliscendi continuo, una vertigine da montagne russe – che racchiude l’essenza stessa del film: adrenalina pura, rivoluzione allo stato cinematografico. Anderson non guarda in faccia nessuno, non teme di saturare di temi e riflessioni ogni inquadratura, eppure nulla appare fuori posto, mai. È davvero una battaglia dopo l’altra, ed è un altro, straordinario, innegabile capolavoro.


