In Un semplice incidente c’è un albero secco in mezzo a un deserto. Qualcuno gli scava una buca vicino. Dentro vuole seppellirci un uomo. È convinto si tratti dell’aguzzino che l’ha torturato mentre era detenuto in carcere. L’ha riconosciuto ascoltandolo. “Gambalesta”, soprannominato così dai detenuti a causa del cigolio fatto dalla sua protesi gambale. Poi però gli viene un dubbio: è davvero sicuro che quell’uomo sia l’uomo che lui pensa che sia? Allora su che basi distribuire la giustizia, su quali abbandonarsi alla vendetta?
Quello di Jafar Panahi è sempre un cinema di intelligenza superiore. Un cinema in cui è impossibile scindere l’uomo dall’opera, perché è anche il cinema di un popolo che non ha ancora fatto i conti con il proprio Paese, l’Iran, dal passato turbolento e dal presente incerto. Non è far peccato riconoscere come i lati si compenetrino, i punti di demarcazione si spostino, i rapporti di causa-effetto scivolino di sguincio. Il dubbio, il cinema. Chi siamo stati? Cosa siamo ora? Cosa ci hanno reso?

Cinema e vita
C’è da ammettere come sia impossibile anche non lasciarsi impressionare – e trovarsi pure ad ammirare, sempre e comunque – le opere clandestine di un regista che per amore del gesto cinematografico e per amore della sua nazione è stato accusato, recluso, imprigionato. Con Un semplice incidente Panahi ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes 2025, che lo consacra nel ristrettissimo albo dei vincitori (assieme a Clouzot, Antonioni e Altman) del premio principale dei tre maggiori festival europei: Cannes, Venezia e Berlino.
E la grande rivoluzione del suo lavoro, pensato e realizzato garibaldino, è aver raccolto da quelle strade brandelli di verità. Ancora, cinema e vita, che si fanno rappresentazione di una società in mutamento. In questo film c’è ad esempio chi vive la propria vita normalmente, o perlomeno con l’ambizione di inseguire la normalità, come alcune donne che non indossano l’hijab; rappresentazione senza sensazionalismi dei cambiamenti originati dal movimento di protesta al regime Donna, vita, libertà, che hanno sconquassato il ventre dell’Iran nel 2022.
Una di loro è Shiva (Mariam Afshari), la prima altra ex detenuta rintracciata da Vahid (Vahid Mobasseri) per chiedere conferma se quell’uomo chiuso nel retro del suo furgoncino (Ebrahim Azizi) sia colui che lui crede. Un’altra persona che brancola nel dubbio. Le sembra di sì, ma non è certa. Nel dubbio, la natura umana. Che è fatta di asprezze abissali, ma che contiene anche insperati rovesci.

Il dubbio qualifica l’uomo
C’è sempre dell’ironia che permea nei momenti e nelle forme più inattese il vissuto anche più annerito. Un semplice incidente sembra l’inizio di una barzelletta: un meccanico, una fotografa, due sposi (Hadis Pakbaten e Majid Panahi) e un attaccabrighe (Mohamad Ali Elyasmehr) entrano in un van e ricordano il passato. Solo che nessuno di loro ricorda come questo passato fosse fatto, erano tutti bendati al momento della cattività. L’idea geniale della pellicola è allora quella di rendere la vista non affidabile.
Ognuno di loro associa al presunto torturatore un ricordo legato ai sensi dell’udito, dell’olfatto, del tatto. Sono tutti abbastanza sicuri, ma come potrebbero essere davvero sicuri se non hanno mai visto il volto dei carnefici (chi è che bastona davvero, l’esecutore o il mandante)? Un ripiegamento primordiale, in cui il senso fisico umano si traduce nel senso dell’umanità, dove l’istinto animale è chiamato a mediarsi con la questione morale. Cosa qualifica un essere umano? Non un interrogativo retorico o di campanilismo etico. Ma un tentativo crudo, essenziale, che a partire da un rovesciamento dei ruoli dove gli estremi sono specchiati si spacca poi la schiena nello sforzo di trovare una pulsazione tra le macerie, e così di scansare il pericolo delle nettezze – e quindi dei fondamentalismi.
E quello di Panahi è sempre un cinema di attori, che si parlano, si scontrano, si prendono in giro, linfa umana contraddittoria ma imprescindibile attraverso la quale neutralizzare odio e rancore. Alla quale consegna le sorti del bene e del male, in egual misura. La fiducia incrollabile nel futuro della patria, anche spalla a spalla alle meschinità più ottuse, era tratto cruciale e di profonda commozione nella sua opera precedente, Gli orsi non esistono. Che qui torna e si amplifica, persino davanti ad uno dei finali più incredibili di quest’anno, estensione fuori i confini del film e direttamente dentro la testa di chi guarda di un dubbio impossibile da appacificare.


