Il cinema iraniano, come quello palestinese e di tutti i Paesi incatenati a un regime dittatoriale, si è sempre caratterizzato per la sua forte componente di denuncia quanto più possibile noncurante delle imposizioni governative, con film realizzati di nascosto e con pochi mezzi. È anche un cinema pericoloso per i registi che quei film li vogliono e devono fare, per portare avanti nell’unico modo che hanno la lotta per la libertà loro e del loro popolo. A costo di essere incarcerati come Jafar Panahi, l’autore di Taxi Teheran e Un semplice incidente.
Ali Asgari, per fortuna, ancora non ha subito la stessa sorte, ma le sue opere possiedono queste stesse caratteristiche, anche quando gira un film meno riuscito rispetto ai precedenti, ovvero Un po’ di luce. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 – un passo in avanti: Divine Comedy, nel 2025, era nella sezione Orizzonti -, il film parte da una premessa simile a quella della serie After Life di Ricky Gervais: un uomo di nome Arash (Misagh Zareh) perde la speranza nei confronti del futuro e decide di volersi suicidare.
Un Ali Asgari intimista e riflessivo
Medico di professione, Arash cade in depressione dopo essere stato arrestato e aver perso il suo ambulatorio per aver curato dei manifestanti antigovernativi. Prima di compiere l’estremo atto, tuttavia, decide di comunicare prima le sue intenzioni alla famiglia, composta dal fratello (Ramtin Daghigh), da due sorelle (Sadaf Asgari e Forouzan Jamshidnejad) e dalla madre (Mina Rahimzadeh), colei alla quale l’uomo ha più timore di rivelare la verità.
Rispetto soprattutto a Divine Comedy, che era una commedia molto frizzante, divertente e ritmata, Un po’ di luce è l’opposto: dura appena novanta minuti ma procede in maniera estremamente lenta, compassata, intimista e riflessiva. Il che non è necessariamente un male, ma è anche vero che stavolta la scrittura di Asgari sembra meno centrata e prevedibile, tanto che, una volta capita la premessa, è facile non solo intuire lo sviluppo del film ma anche il suo significato, già racchiuso nel suo stesso titolo.

Un film forse troppo semplicistico
Nella sua ultima giornata di vita, infatti, Arash si confronta di volta in volta con i fratelli, faticando ad esprimere razionalmente le ragioni della sua scelta, che rimane una sensazione di malessere profondo apparentemente incurabile. Il punto, allora, diventa ritrovare la gioia nelle piccole cose – Un po’ di luce, appunto -, come aiutare un’anziana signora o condividere un pasto con le persone a cui vuole bene. Un po’ semplicistico, anche se nel tetro stato d’animo del protagonista si può forse rivedere quello della popolazione iraniana, oppressa dal suo governo e attualmente in una situazione precaria dovuta alla guerra mossa dagli Stati Uniti.
In effetti i momenti più efficaci sono proprio quelli dove si ironizza sui possibili attacchi del Presidente Donald Trump, insieme ad altri che lasciano emergere il disprezzo per il regime e le sue deprecabili azioni. Sono però attimi fugaci di un film che per il resto si esaurisce in un linguaggio visivo e formale stranamente non brillante – visti i precedenti di Asgari -, troppo didascalico e scolastico. Anche le sequenze dal potenziale maggiore, come quella in cui Arash assiste a uno spettacolo teatrale che riflette la sua situazione personale, vengono interrotte sul più bello e mai più esplorate. Fino ad un finale che trova finalmente una dolcezza e una tenerezza che per tutto il tempo gli era mancata. Ma forse a quel punto, per molti spettatori, sarà ormai troppo tardi.


