giovedì, Gennaio 20, 2022
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Un Eroe, recensione del nuovo film di Asghar Farhadi

La recensione di Un Eroe, il nuovo film dell'acclamato regista iraniano Asghar Farhadi. Dal 3 gennaio al cinema.

Un Eroe è il titolo del film che riporta, sul grande schermo, il talento del regista iraniano Asghar Farhadi: artista, ma soprattutto autore e maestro del cinema che ha all’attivo ben due Premi Oscar per il Miglior Film Straniero (conquistati con le opere Una separazione e Il cliente), Farhadi torna a raccontare una storia intima – incentrata sulle quotidiane peripezie di un uomo qualunque nell’odierno Iran – che ha già vinto il Gran Premio Speciale della Giuria al festival di Cannes 2021. Il film del cineasta, che rappresenterà ufficialmente l’Iran agli Oscar 2022, approderà nel frattempo nelle sale italiane dal 3 gennaio distribuito da Lucky Red.

Rahim, il protagonista di Un Eroe, è in prigione a causa di un debito che non è riuscito a ripagare. Approfittando di un permesso di due giorni, cerca di convincere il suo creditore a ritirare la denuncia versandogli una parte della somma dovuta, ma l’uomo (che è il suo ex-suocero) sembra irremovibile. Quando Rahim, mosso dalla disperazione, decide di rivendere il prezioso contenuto di una borsa rinvenuta a terra, subentra di colpo la sua coscienza che gli impedisce di compiere il gesto, suggerendogli piuttosto di cercare il legittimo proprietario, in un impeto di bontà e altruismo. L’uomo riesce a trovare la donna che ha perso la borsa, trasformandosi agli occhi di tutti – dai suoi familiari, passando per lo staff del carcere e l’opinione pubblica – in un eroe moderno e disinteressato. Ma questo fragile momento di felicità è destinato ad incrinarsi fin troppo presto…

Con Un Eroe, Asghar Farhadi cerca di mostrare, attraverso il lucido occhio meccanico della macchina da presa, le amare contraddizioni che animano il suo Iran: senza filtri, senza trucchi o inganni derivati dalla scelta di un genere o di un linguaggio specifico, il regista si limita a seguire la vita mentre si agita sullo schermo, ma lo fa senza dimenticare la più grande delle lezioni ovvero quella del cinema stesso, tra uno sguardo lanciato ai maestri che lo hanno preceduto – come non intravedere delle tracce del Neorealismo italiano, come ci ha confermato lui stesso nel corso della nostra videointervista? – e un altro rivolto al presente, alla ricerca lucida e chirurgica di un’umanità afflitta che cerca di reagire, districandosi tra temporanei atti di bontà e crudeli tiri mancini giocati dall’esistenza.

Il film di Farhadi inizia, fin dai primi minuti, come il racconto amaro ma realistico della vita “compromessa” di un uomo qualunque: Rahim ha ottenuto un breve permesso nella speranza di convincere il suo accusatore a ritirare la denuncia per la quale è finito in carcere; siamo davanti ad un uomo che spera di poter cambiare la propria vita riavvolgendo il nastro del tempo per potersi dedicare soprattutto a quel figlio che tanto sta subendo il complicato – e travagliato – divorzio dei genitori, e ora più che mai ha bisogno della presenza di suo padre. Rahim farebbe qualunque cosa per riconquistare la sua libertà e la macchina da presa di Farhadi lo segue in silenzio, senza mai abbandonarsi a virtuosismi eccesivi o ad arditi movimenti e inquadrature. Senza mai svelarsi, in tal modo l’occhio del regista coincide con quello del narratore onnisciente e silenzioso, immortalato in una focalizzazione zero rispetto al punto di vista del racconto.

Ma ecco che subito arriva il colpo di genio del regista, quel tocco che ne conferma il suo status di maestro e grande autore: la scelta di Rahim di non vendere il prezioso contenuto della borsa, ma di denunciarne piuttosto lo smarrimento, segna una grande svolta narrativa nella drammaturgia del film. Senza perdere il taglio Neorealista, Farhadi fa compiere al suo protagonista un turbolento viaggio dell’eroe accidentato e complesso, popolato da vertiginosi alti e terrificanti bassi che si alternano repentini danzando sullo schermo. Gioia e tragedia si avvicendano lanciandosi in un vorticoso valzer che trascina la vita di Rahim in un incubo, popolato prima da una gloriosa attenzione mediatica e poi da una damnatio memoriae crudele e drastica, dimostrando come nell’era di oggi sia fin troppo facile costruire nuovi miti… per poi demolirli alla velocità della luce.

Perché in Un Eroe si mostra, senza mai criticare o condannare, il meccanismo perverso che anima i social media quanto i mezzi di comunicazione più tradizionali (come la televisione): il regista, attraverso la sua macchina da presa, non giudica ma si limita a seguire in silenzio le vicende e i suoi protagonisti, svelando un mondo complesso ed effimero, che inneggia e costruisce nuovi miti prima di demolirli sempre in un tripudio mediatico di critiche, accuse, proclami strillati a gran voce e rumors che si rincorrono. Rahim è l’ignara vittima di questa sadica dinamica, un “agnello sacrificale” che viene immolato sull’altare dell’opinione pubblica in nome di una verità – la sua – che è strettamente connessa con l’etica civile che anima lo spirito del protagonista.

Un Eroe racconta la realtà meglio di un documentario: attraverso una storia qualunque, allarga la propria narrazione dal particolare all’universale spingendo lo spettatore a riflettere tanto sul nostro ruolo in questa nuova società dei consumi, popolata da “tribunali virtuali” e da un pubblico sempre pronto a giudicare il comportamento di ognuno di noi in nome del clamore e del “chiacchiericcio”, quanto sul ruolo stesso delle buone azioni in questo mondo: c’è, infatti, ancora spazio per casuali atti di gentilezza e generosità nella realtà in cui viviamo? O forse siamo ormai immersi in una società talmente maliziosa da essere diventata incapace di giudicare la bontà disinteressata dietro le azioni degli altri? Il film di Farhadi solleva tutte queste domande senza fornire nessuna risposta: sarebbe troppo facile servire una soluzione semplice e didascalica agli spettatori più esigenti.

La via che sceglie il regista iraniano per Un Eroe è quindi quella del racconto nudo e crudo, meraviglioso e crudele nella sua verità, doloroso e tragico nel suo equilibrio chirurgico, affilato e mai banale, disperato ma carico di dignità. Tra tanti film che inseguono facili sentimentalismi e complesse drammaturgie, l’opera di Asghar Farhadi dimostra come, scegliendo la via di un linguaggio semplice e diretto ma figlio legittimo di una lunga tradizione cinematografica, sia possibile raccontare la realtà… “senza le parti noiose” (citando Alfred Hitchcock), e consegnandola in tal modo all’immortalità della settima arte.

Guarda il trailer italiano ufficiale di Un Eroe

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con Un Eroe Asghar Farhadi cerca di mostrare le amare contraddizioni che animano il suo Iran: senza filtri, senza trucchi o inganni derivati dalla scelta di un genere o di un linguaggio specifico, il regista si limita a seguire la vita mentre si agita sullo schermo, ma lo fa senza dimenticare la più grande delle lezioni ovvero quella del cinema stesso, tra uno sguardo lanciato ai maestri che lo hanno preceduto e un altro rivolto al presente.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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