È bastato un solo film di “detour”, a Stéphane Brizé, per tornare sui familiari terreni del mondo del lavoro. Dopo aver completato la trilogia sul precariato e le battaglie dei sindacati – La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo – ed essersi preso una pausa da quei temi con il romantico Le occasioni dell’amore, il regista francese è ora di nuovo alle prese con una storia sociale, Un bon petit soldat, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026. Questa volta, però, c’è spazio anche per qualche risata in più.
Carla Moretti (Alba Rohrwacher) è la nuova responsabile delle risorse umane di una società di assicurazioni che sta cercando di costruirsi un’immagine adatta ad attirare nuovi dipendenti giovani. Il mezzo principale è un nuovo spot pubblicitario, che però una volta presentato ai dirigenti viene rigettato dal CEO, Arnaud Boronat (Vincent Lindon). Mentre fatica a conciliare la nuova posizione con il suo ruolo di madre, il processo di realizzazione di una nuova versione dello spot la porta a scoprire i maltrattamenti subiti da una dipendente da parte di una dei suoi superiori, trovandosi di fronte a una scelta difficile.
Una satira sociale tra dramma e commedia nera
Già il fatto che Brizé prenda l’attore protagonista della trilogia del lavoro e lo renda rappresentante primario della linea comica è segno che qualcosa di diverso c’è, in Un bon petit soldat. L’approccio è più leggero ma l’umorismo è comunque nero, scorretto, provocatorio. La sola scena iniziale, alla domanda di Lindon rivolta alla Rohrwacher – “Lei si alzerebbe la mattina contenta di sapere che sta lavorerà con un tetraplegico?” -, è sufficiente a stabilire il tono che pervaderà (a volte sottotraccia, a volte meno) il film per l’intera durata. La strada scelta è dunque quella della denuncia per via satirica, ma a ben guardare Un bon petit soldat resta un’opera profondamente seria e drammatica.
Si raccontano infatti le ipocrisie del capitalismo evidenziando le contraddizioni interne alle politiche aziendali: l’immagine di facciata promossa all’esterno di una compagnia inclusiva e solidale si scontra ben presto con le decisioni prese dalla dirigenza, volte interamente al profitto e noncurante delle sorti dei dipendenti. Una donna di mezza età vessata verbalmente per la sua supposta incapacità di fare il proprio mestiere non viene difesa e riqualificata a una nuova posizione che potrebbe aiutarla, ma valutata esclusivamente in base alla sua efficienza. E così il dato statistico diventa più importante della dignità personale.

Un film di rara umanità
Se ne renderà conto a sue spese Carla, intrappolata in una perenne ansia da prestazione che la porta a sacrificare tutto il resto in nome della sua carriera. Non a caso per tutto il film non mette mai piede fuori dalla sede dell’azienda, né la vediamo interagire direttamente con l’ex marito Olivier (David Talbot) o il figlio Louis (Adrien Bobinet): le conversazioni avvengono sempre e solo attraverso dispositivi digitali, schermate da una distanza incolmabile che avrà per forza delle ripercussioni.
Soprattutto nel rapporto madre-figlio emerge il lato più toccante e commovente di Un bon petit soldat, con almeno due sequenze memorabili in cui Alba Rohrwacher dà sfogo a tutta la sua bravura. Ma rappresenta anche il riflesso delle dinamiche tossiche tra azienda e dipendenti, con Carla che, esigente e severa, pretende da Louis impegno, costanza e risultati, fino a trattarlo con la medesima furia e mancanza di rispetto che lei stessa aveva criticato poco prima. Ed ecco che, nell’unione tra dramma familiare, satira, commedia nera e denuncia sociale, Brizé delinea personaggi di rara umanità e realizza una delle opere più complesse e complete della sua filmografia.


