Accade spesso, nelle opere ambientate tra le aule di tribunale, che per i motivi più disparati il giudice a un certo punto sbotti improvvisamente, richiamando all’ordine avvocati e pubblico per impedire che il processo in atto non si trasformi in “una farsa”. O, peggio, nel finale di Joker: Folie à Deux.
Il problema è che, nella maggior parte dei casi, è proprio la scrittura di tali opere ad essere farsesca, a voler abbracciare la teatralità del dibattito giudiziario con toni altisonanti, appelli al sentimentalismo, intuizioni dell’ultimo minuto poco credibili che stravolgono le carte in tavola. Un bon avocat rientra esattamente in questa categoria, il che non lo renderebbe un granché come legal drama. Per sua fortuna, è in realtà più vicino al legal thriller, e in quanto tale funziona molto bene.
Un avvocato tra Saul Goodman e Jesse Pinkman
Léonard Landry (Laurent Lafitte) è un avvocato geniale ma estremamente allo sbaraglio: ha una forte dipendenza da alcol e cocaina e non si fa problemi a difendere criminali e spacciatori. Per dare l’idea, è una sorta di incrocio tra l’acume legale e manipolatorio di Saul Goodman e lo sguardo allucinato di Jesse Pinkman nei suoi momenti peggiori di Breaking Bad. Un giorno, mentre cerca di difendere due clienti le cui udienze si tengono in aule diverse ma nello stesso momento, crolla per un’overdose davanti al magistrato, lasciando cadere a terra la sua scorta di droghe.
Ripulitosi in un centro di riabilitazione, si ritrova a rischio di perdere la licenza di avvocato. Con una sola settimana di tempo, decide di assumere lo stagista Noé (Anthony Bajon) per farsi aiutare a convincere una vecchia amica e collega (Mélanie Laurent) a difenderlo durante il processo. Ma la situazione si complicherà a vista d’occhio, mettendo Léonard al centro di un’indagine che coinvolge una potente multinazionale e i suoi metodi poco ortodossi messi in pratica in una città del Congo, che ha portato alla morte di diversi civili.

Un legal thriller frenetico e claustrofobico
L’ottima sequenza iniziale di Un bon avocat, frenetica e ansiogena come un episodio di The Pitt o The Bear, stabilisce il passo che tutto il film terrà fino alla fine. Il regista Tristan Séguéla sembra trarre ispirazione dai fratelli Safdie di Diamanti grezzi – e dal solo Josh con il suo Marty Supreme – per costruire una storia dove le varie “missioni” del personaggio cambiano e si concatenano uno dopo l’altro senza tregua. Ogni azione genera una reazione, e allora ogni macchinazione ideata dal protagonista per raggiungere l’obiettivo finale viene interrotta da quest secondarie e detour inattesi.
Diverso invece da quello dei Safdie lo stile visivo, con inquadrature strette sul volto di Laurent Lafitte che aumentano notevolmente il grado di claustrofobia, ma esaltano anche la performance dell’attore. Ed è un bene, perché quest’ultimo è bravissimo nel mostrare il dilemma di un tossicodipendente consapevole di aver raschiato il fondo del barile e deciso a non ricadere nelle vecchie abitudini, ma messo costantemente alla prova dalle circostanze.
Un finale agrodolce e non troppo “lieto”
Allo stesso tempo, Léonard è anche un personaggio deprecabile per la maggior parte del film: in quanto avvocato è l’opposto di Perry Mason, e non si fa scrupoli a usare tutto e tutti pur di arrivare al risultato voluto. Il suo percorso di redenzione, allora, non passa solo attraverso il raggiungimento della sobrietà, ma è soprattutto morale ed etico, aiutato dallo sguardo vergine e ancora immacolato del suo nuovo assistente. Forse è lui, in fin dei conti, il vero “buon avvocato”.
Questo aspetto è forse il più banale, almeno dal punto di vista psicologico, perché – nonostante la dinamica tra Lafitte e Bajon sia costruita e recitata molto bene – la sceneggiatura si affida a qualche cliché di troppo e passaggi confusionari, in particolare quelli che coinvolgono le gang criminali o gli interventi esagitati del protagonista in tribunale. Tuttavia proprio da qui nascono e si sviluppano le tematiche più interessanti di Un bon avocat, che – un po’ come il recente Coyote vs. Acme – racconta di un capitalismo corrotto e ossessionato dal profitto che cerca di schiacciare gli individui privi di mezzi per difendersi.
Chiaramente qui la materia è più seria rispetto al film dei Looney Tunes, e infatti – pur nella sua prevedibilità dell’atto conclusivo – il film ha il merito di riuscire a spingersi leggermente oltre la definizione canonica di “lieto fine”, risultando per una volta quasi agrodolce.


