mercoledì, Febbraio 21, 2024
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Tutta la bellezza e il dolore, recensione del documentario Leone d’Oro a Venezia 79

La recensione di Tutta la bellezza e il dolore, il documentario vincitore del Leone d'Oro a Venezia 79. Nelle sale solo il 12, 13 e 14 febbraio.

“Buffa cosa è la vita – quel misterioso accordo di logica implacabile impiegata per uno scopo futile. Il massimo che ne puoi sperare è una qualche conoscenza di te stesso – che arriva troppo tardi – un raccolto di rimpianti inestinguibili”. Basta una citazione tratta direttamente da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad per riassumere l’anima, l’essenza stessa e l’intrinseca presenza che anima il racconto di Nan Goldin, artista contemporanea prima ancora che fotografa e attivista.

Nan non è magari un nome così conosciuto nella pop culture italiana; forse è solo una traccia inconfondibile destinata agli addetti ai lavori e lontana dal grande pubblico, eppure negli States è diventata un simbolo per ben due volte: una, prima di “morire”, nei panni di artista concettuale pronta ad immortalare la realtà – attraverso lo sguardo della sua macchina fotografica – per poi trasformarla in installazioni pronte a protestare con la sola forza delle immagini e della musica; la seconda, dopo essere tornata da una fulminante esperienza di pre-morte, la vede protagonista di una battaglia per contrastare coloro che l’hanno spinta sull’orlo del baratro, e così come lei altre milioni di persone in tutti gli USA: stiamo parlando della ricca famiglia Sackler, promotori della diffusione del terribile ossicodone, moderna piaga d’Egitto tutta americana.

Ma per raccontare la vicenda intrecciata che confluisce nello struggente documentario (già Leone d’Oro alla 79esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia) Tutta la bellezza e il dolore (All the Beauty and the Bloodshed), diretto da Laura Poitras e nelle sale italiane solo il 12, 13 e 14 febbraio, c’è bisogno di ordinare gli eventi, per poter così raccontare una storia che affonda le proprie radici in un passato pronto ad allungare la sua ombra fin nel presente. È la metà degli anni ’70 quando la pre-adolescente Nan – il cui vero nome è Nancy – assiste impotente al suicidio della sorella Barbara: un gesto che la sconvolge, lacerando la sua anima in modo talmente profondo da impedirle di rimarginare quella ferita, nonostante lo scorrere del tempo.

Nan, osservando i suoi genitori attraverso quell’occhio meccanico onnipresente che rappresenta un ideale filtro attraverso il quale raccontare le idiosincrasie della realtà, cerca di rintracciare le ragioni psicologiche dei fragili coniugi, mentre attraversa un’esistenza travagliata segnata da abbandono, rifiuto, depressione, difficoltà d’adattamento e un numero consistente di case-famiglia dalle quali scappa regolarmente. Inizia a trovare se stessa nel posto più improbabile di sempre: in una scuola hippie che ospita gli “ultimi”, i “diversi”, i “disadattati” che si muovono ai margini di una cultura americana standardizzata e consumista.

Così Nancy diventa finalmente Nan, e tra alti e bassi vertiginosi cavalca l’ultima stagione selvaggia della controcultura americana, tra personaggi eccentrici, tenerezze inaspettate, identità sessuali fluide, arte, bellezza, vita, morte, sesso e droga: quella di Nan è la testimonianza diretta e senza filtri di un’epoca decadente che nascondeva dietro i lustrini, le paillettes, il glam e il trucco pesante gli orrori della società presente e le mostruose ombre degli spettri futuri, tra corrosive droghe mortali e AIDS. Gli anni ‘80 lasciano il posto al disincanto e aprono le danze alle ceneri dei ‘90, tra spettri e nuovi fantasmi tra affrontare.

Come la dipendenza da ossicodone, antidolorifico talmente “abusato” negli Stati Uniti da trasformarsi, in breve tempo, in una condanna a morte per milioni di persone ignare, alle quali è stato prescritto con scandalosa leggerezza. E proprio un oppioide meschino e subdolo, della quale diventa ben presto dipendente e che la spinge fino ad un’overdose che non si rivela fatale solo per miracolo, spinge Nan a prestare il suo nome per una battaglia sociale, per dar voce ai suoi mostri nell’armadio provando ad esorcizzare, insieme agli altri, quelli che perseguitano un’intera società di invisibili.

Un’opera militante che racconta l’universale

Tutta la bellezza e il dolore, prima ancora che un documentario dal sapore di inchiesta, è un’opera militante che sfrutta il caso particolare per raccontare l’universale, il riflesso di un’intera società – quella americana – dilaniata da ossimori e contraddizioni; una società che volontariamente dimentica gli ultimi mettendoli a tacere e nascondendoli, esattamente come polvere, sotto il tappeto.

Quella del Leone d’Oro è stata, per il documentario, un’importante vittoria politica e una dimostrazione forte che Davide può battere Golia, è ancora possibile. Si può ancora credere che un gruppo di persone – unite da una causa comune e raccolte in una class action – possano vincere contro una famiglia miliardaria, simbolo di un ancien régime oligarchico e capitalista, che vede nel dio denaro l’unica divinità superiore da venerare, anche a discapito delle preziose vite umane.

La struttura di Tutta la bellezza e il dolore non ha, in sé, dei guizzi estetici geniali: l’intera narrazione procede in modo prevedibile, seguendo il pattern dell’indagine, della ricostruzione minuziosa e dettagliata di fatti, eventi, casi e persone coinvolte. Ma a catturare l’attenzione dello spettatore – trascinandolo fin nel cuore (di tenebra) dell’intera operazione – è la forza di uno storytelling potente, capace di muoversi lungo binari diversi e paralleli: l’agiografia laica che ricostruisce vita, opere ed eventi; il valore artistico della produzione fotografica della Goldin e la vicenda politica, con i Sackler filantropi (della domenica) che hanno costruito un impero sul sangue delle vittime, rendendo il Valium e l’ossicodone come i farmaci più pericolosi, comuni e usati negli USA.

La Poitras “usa” la storia della Goldin, scavando nelle pieghe emotive del suo dolore: lo svela lentamente, lo mette a nudo e in condizioni di disagio, non risparmia nulla e non edulcora nessuna parte del racconto. Nan Goldin è un titano in un mondo stereotipato e spaventato, portatrice sana di cambiamenti e rivoluzioni, membro sopravvissuto di un’epoca ormai lontana dove si poteva sperare in una società migliore e diversa, nella quale tutti coloro che venivano bollati come “freaks” o “misfits” non erano altro che volti, simboli e simulacri della controcultura, inconsapevoli della loro morte, fragili come farfalle destinate a spegnersi dopo pochi giorni di vita.

In Tutta la bellezza e il terrore la Poitras non esagera mai con i toni e si limita a raccontare – con l’ingerenza minima di uno sguardo esterno che segue, piuttosto che spiare – gli spettri del presente (tra manifestazioni in strada e aule di tribunale) pronti a prendere per mano quelli del passato di Nan Goldin che l’hanno accompagnata sempre e che occhieggiano attraverso i suoi scatti e le slideshow, sottolineando come la sua vita non sia stata altro che un ottovolante nel quale la bellezza e il dolore si sono rincorsi senza sosta.

Bellezza e dolore che hanno tracciato il percorso di quella “buffa cosa” chiamata vita dalla quale sperare di ricevere almeno il dono più grande: la conoscenza di sé, anche fuori tempo massimo, accettando di essere quel “raccolto di rimpianti inestinguibili” di cui parlava Conrad proprio nella citazione malinconica lasciata dalla sorella di Nan alla sua famiglia, poco prima di lanciarsi sotto un treno, ponendo fine alla propria esistenza.

Guarda il trailer ufficiale di Tutta la bellezza e il dolore

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Tutta la bellezza e il dolore, prima ancora che un documentario dal sapore di inchiesta, è un’opera militante che sfrutta il caso particolare per raccontare l’universale, il riflesso di un’intera società – quella americana – dilaniata da ossimori e contraddizioni; una società che volontariamente dimentica gli ultimi mettendoli a tacere e nascondendoli, esattamente come polvere, sotto il tappeto. Quella del Leone d’Oro a Venezia 79 è stata, per il documentario, un’importante vittoria politica e una dimostrazione forte che Davide può battere Golia, è ancora possibile.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Tutta la bellezza e il dolore, prima ancora che un documentario dal sapore di inchiesta, è un’opera militante che sfrutta il caso particolare per raccontare l’universale, il riflesso di un’intera società – quella americana – dilaniata da ossimori e contraddizioni; una società che volontariamente dimentica gli ultimi mettendoli a tacere e nascondendoli, esattamente come polvere, sotto il tappeto. Quella del Leone d’Oro a Venezia 79 è stata, per il documentario, un’importante vittoria politica e una dimostrazione forte che Davide può battere Golia, è ancora possibile. Tutta la bellezza e il dolore, recensione del documentario Leone d’Oro a Venezia 79