venerdì, Agosto 5, 2022
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Tredici vite, recensione del film di Ron Howard

La recensione di Tredici vite, film di Ron Howard con Viggo Mortensen, Colin Farrell e Joel Edgerton. Dal 5 agosto disponibile su Prime Video.

Tredici vite innocenti, un’improvvisa stagione dei monsoni e una grotta profonda che rischia di trasformarsi in un inferno letale: sono questi gli elementi alla base di una terribile storia vera (con lieto fine) che sembra, già su carta, pronta per il cinema tanto da ispirare l’ultima fatica del regista Ron Howard (Elegia americana): Tredici vite (Thirteen Lives) è, infatti, ispirato alla storia vera dell’incidente di Tham Luang del 2018, che ha visto il rocambolesco salvataggio di dodici ragazzi e del loro allenatore di calcio da un’impenetrabile grotta situata in Thailandia. Numerose famiglie tailandesi, comunità di agricoltori e vicini hanno fatto squadra insieme al governo e ad un gruppo di volontari provenienti da tutto il mondo per portare i malcapitati fuori dalla suddetta grotta, situata nella provincia di Chiang Rai. Per raccontare questa storia Howard si affida ad un cast madrelingua tailandese e alle presenze di Viggo Mortensen (Green Book), Colin Farrell (The Batman) e Joel Edgerton (Boy Erased).

Con Tredici vite, disponibile dal 5 agosto su Prime Video, Howard sceglie scientemente di raccontare un terribile fatto di cronaca allontanandosi da ogni speculazione facile sul dolore, sposando – con lo sguardo della sua macchina da presa – un contegno che indaga tra le pieghe delle cause e delle conseguenze, senza mai giudicare o condividere una determinata scelta piuttosto che un’altra. Il regista americano mostra allo spettatore il lavorio frenetico che ogni volontario ha portato avanti per salvare le vite dei ragazzini, anche a costo di compiere immani e dolenti sacrifici, fino a sfidare paure e incubi personali in nome di una causa superiore. Il bene collettivo si antepone alle esigenze private e, almeno sullo schermo, il genere umano sembra dimostrare le proprie doti migliori, tra umanità e resilienza, sospinti da quell’innato istinto alla sopravvivenza che ci ha permesso di evolvere fino ad oggi nonostante le difficoltà.

La regia di Ron Howard indaga gli antefatti del dramma, tessendo l’intricato arazzo di molteplici punti di vista che si incontrano nello stesso momento (e per un’unica buona ragione): ci sono le famiglie dei ragazzini intrappolati, con la loro dolente disperazione; il governo tailandese che cerca di attivare una macchina dei soccorsi complessa e articolata, cercando perfino di superare le diffidenze tra politica ed esercito; e infine i volontari provenienti da tutto il mondo, ognuno con le proprie esistenze messe in stand-by giusto il tempo di un miracolo, per salvare tredici vite innocenti. “Chi salva una vita, salva il mondo intero” recita il Talmud, e questo episodio di cronaca ci ricorda proprio questo: che cooperando, è possibile operare miracoli anche sulla terra, piccole e temporanee elargizioni di grazia che rubano tempo alla morte e al male, sconfiggendoli e rimettendo la vita al primo posto. Eppure in Tredici Vite la visione trascendente aleggia appena, impalpabile come il fil rouge che lega ogni personaggio e che, fisicamente, tiene insieme i bracciali della fortuna che una delle madri dona ai soccorritori e ai tredici ragazzini: amuleti benedetti, oggetti apotropaici per ingannare la sfortuna.

Ma nonostante gli intenti di partenza e gli esiti cinematografici che il pubblico stesso può notare (e ammirare, soprattutto nel caso della regia), Tredici vite sembra smarrirsi nei cunicoli stessi dell’angusta grotta, nelle intenzioni fin troppo propositive che animano il progetto e nei buoni sentimenti che dovrebbero scuotere il pubblico, spingendolo a credere ciecamente nell’infinita bontà del genere umano. Una visione ottimistica al limite dell’utopia, della pubblicità progresso (di lusso) che non mette mai un piede in fallo nella messinscena, sposando la causa più che le contraddizioni del reale, stemperando i conflitti nei buoni sentimenti mainstream che, da sempre, affascinano il cinema statunitense destinato al grande pubblico. La sceneggiatura asciutta evita facili sentimentalismi optando per una narrazione cronologica degli eventi rigida e calendarizzata, come un’agenda virtuale da sfogliare mentre i progressi dei soccorritori si manifestano sotto gli occhi degli spettatori attraverso un grafico del percorso che si snoda all’interno della grotta.

I personaggi sono appena tratteggiati, funzionali pedine di un racconto larger than life che ingloba storia (contemporanea) e umanità: figurine sulla scena, aggirano l’impasse della bidimensionalità compensando attraverso il “fattore umano”, quel lato emotivo che permette ad ogni spettatore di calarsi nei loro panni, di immedesimarsi sperimentando una sorta di catarsi. Ogni personaggio, ogni dettaglio del racconto è funzionale allo storytelling, al procedere inesorabile di una narrazione che scivola come l’acqua della stagione delle piogge nei pertugi della grotta, fino al ben noto epilogo che si dipana nell’arco di una durata impegnativa ed “epica” di 149 minuti capace di mettere a dura prova perfino il pubblico più coinvolto dalle dinamiche degli eventi che si avvicendano sul piccolo schermo. Attraverso Tredici Vite, un biographical survival, Ron Howard conferma comunque ancora una volta le proprie capacità di narratore (per immagini) portando lo spettatore fin nel cuore di tenebra della grotta, nell’oscurità limacciosa dell’acqua torbida che occupa ogni anfratto, infiltrandosi nelle crepe delle paure che animano ogni essere umano.

Guarda il trailer ufficiale di Tredici Vite

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con Tredici vite, Ron Howard sceglie scientemente di raccontare un terribile fatto di cronaca allontanandosi da ogni speculazione facile sul dolore, sposando – con lo sguardo della sua macchina da presa – un contegno che indaga tra le pieghe delle cause e delle conseguenze, senza mai giudicare. Ma nonostante gli intenti di partenza e gli esiti cinematografici, il film sembra smarrirsi nelle intenzioni fin troppo propositive che animano il progetto e nei buoni sentimenti che dovrebbero scuotere il pubblico, spingendolo a credere ciecamente nell’infinita bontà del genere umano.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Tredici vite, recensione del film di Ron HowardCon Tredici vite, Ron Howard sceglie scientemente di raccontare un terribile fatto di cronaca allontanandosi da ogni speculazione facile sul dolore, sposando – con lo sguardo della sua macchina da presa – un contegno che indaga tra le pieghe delle cause e delle conseguenze, senza mai giudicare. Ma nonostante gli intenti di partenza e gli esiti cinematografici, il film sembra smarrirsi nelle intenzioni fin troppo propositive che animano il progetto e nei buoni sentimenti che dovrebbero scuotere il pubblico, spingendolo a credere ciecamente nell’infinita bontà del genere umano.