domenica, Ottobre 24, 2021
HomeRecensioniTre Piani, recensione del nuovo film di Nanni Moretti

Tre Piani, recensione del nuovo film di Nanni Moretti

La recensione di Tre Piani, il nuovo film corale di Nanni Moretti presentato in Concorso a Cannes 74. Nelle sale da 23 settembre.

Tre Piani è il nuovo film di Nanni Moretti che, dopo un passaggio durante la scorsa edizione del Festival di Cannes, è pronto ad approdare nelle sale dal prossimo 23 settembre. Con un cast corale che prevede la partecipazione dello stesso Moretti insieme a Margherita Buy (Moschettieri del re – La penultima missione), Riccardo Scamarcio (Lo spietato), Alba Rohrwacher (Lacci), Adriano Giannini (Lacci) e Elena Lietti (Anna), il film è tratto dall’omonimo romanzo di Eshkol Nevo intitolato, nella versione originale, Shalosh komot e interamente ambientato nei tre piani di una palazzina alla periferia di Tel Aviv, con le vicende di cronaca più recenti a fare da sfondo alle situazioni drammatiche che coinvolgono, in prima persona, i vari protagonisti.

Dal Tel Aviv a Roma: nell’adattamento morettiano, i tre piani di un condominio borghese di Roma ospitano diversi personaggi, le cui vicende finiranno costantemente per intrecciarsi o semplicemente sfiorarsi. Al primo piano abitano Lucio, suo moglie Sara e la piccola Francesca: quando la bambina si perde nel parco vicino casa insieme all’anziano vicino Renato, suo “baby sitter” improvvisato, il dubbio inizia ad insinuarsi nella mente del padre, e un terribile sospetto inizia a farsi spazio nella sua quotidianità. Al secondo piano vive invece Monica, neo mamma con un marito costantemente in viaggio e la paura di confondere – a causa della solitudine – realtà e immaginazione, facendo la fine di sua madre affetta da disturbi mentali. All’ultimo piano (il terzo) vivono una coppia di giudici e il figlio ventenne, Andrea, che una notte investe e uccide una donna mentre è al volante della sua auto, ubriaco. Per i genitori, sarà l’inizio di un difficile percorso costellato di scelte tremende e crudeli rimpianti.

Tre Piani ha l’impostazione del tradizionale dramma d’interno borghese: lo spettatore si trasforma in un voyeur silenzioso e privilegiato pronto a spiare, dal buco della serratura della macchina da presa, le vicissitudini di un ristretto spaccato d’umanità che si agita sullo schermo (della vita), come tanti pesci immersi in un acquario. Nella tranquilla e abitudinaria routine di ognuno di loro si insinua, progressivamente, il germe del dramma, pronto a far nascere e a far dipanare con rapidità le radici del dolore, della tragedia, dell’angoscia e della malinconia. Le esistenze normali di famiglie della buona borghesia vengono distrutte e sconvolte da eventi infinitesimali o frutto del Caso, inteso nel senso greco di Tyche, di Fato, di destino ineluttabile dal quale sembra quasi impossibile scappare.

Moretti abbandona per un momento le riflessioni più caustiche sulla società e la politica per tornare a raccontare una serie di drammi famigliari, così come aveva già fatto – con grande successo – attraverso La stanza del figlio: sullo schermo si agitano genitori e figli, vicini e perfetti sconosciuti, destini in apparenza distanti tra loro ma pronti ad incrociarsi senza l’intervento di nessun tipo di predestinazione superiore, se non quella affidata ad un Caso (appunto) capace di giocare a dadi con le umane vicissitudini. E i drammi ai quali si assiste sono comuni, deflagranti ma frequenti, capaci di superare di gran lunga la fantasia aderendo perfettamente al copione tessuto dalla realtà. Dal romanzo di Nevo Moretti riprende l’idea, il soggetto e le presenze che si muovono sullo schermo (incluse le situazioni che attraversano), ma giungendo ad esiti ben diversi rispetto all’originale letterario.

Perché nell’opera di Nevo i tre piani citati sono i tre piani dell’anima secondo Freud (Es, Io e Super-Io) che si comportano in modo diverso così come i personaggi che si ritrovano coinvolti nelle differenti vicende, tutte ispirate da una chiave perturbante-freudiana. Nel film di Nanni Moretti le tracce del padre della psicanalisi sembrano affievolite, concentrando piuttosto l’attenzione dell’occhio del regista verso il racconto dei sentimenti, delle tempeste emotive che agitano gli esseri umani, passeggeri inconsapevoli su navi alla deriva nell’occhio del ciclone. Più vicino al Kammerspiel che a Freud, Moretti sceglie di mostrare le relazioni, le conseguenze delle scelte compiute, e lo fa attraverso una frammentazione del tempo aristotelico che si dilata, occupando dieci anni e innumerevoli vite.

In comune con Nevo continua ad avere il “piacere” per il racconto e la parola, perché le storie esistono solo quando c’è qualcuno, dall’altra parte, pronto ad ascoltarle: sia nel romanzo che nel film, ognuno è portatore sano della propria verità, e tutti sono pronti a confessarla – e a confrontarsi – con qualcuno, alla ricerca di risposte per domande ben più complesse. Ma nel Tre Piani audiovisivo la replica tanto attesa non giunge mai, mostrandosi ben lontano dall’essere un film accomodante o consolatorio, quanto piuttosto come uno spaccato ben più incisivo di vita reale.

Il grande limite di Tre Piani è nella sua forma rarefatta che si trasforma, ben presto, in una prigione emotiva nella quale il peso della tradizione del dramma borghese italiano si fa sentire determinandone estetica, ritmo, fotografia e recitazione, perdendo quindi quell’approfondimento metaforico-psicologico offerto dal romanzo di Nevo in cambio di una narrazione più convenzionale, già incontrata in altre occasioni nel corso della storia del cinema italiano. Lo sguardo lucido di Moretti sulla realtà coeva c’è sempre, ma sembra quasi ridimensionato, adattato ad un respiro più intimo e lento, ad una dimensione più privata e personale nella quale un microcosmo condominiale si trasforma in un’allegoria dell’intera umanità, immortalata nella sua delirante corsa verso il crepuscolo della problematica società post-moderna, senza disdegnare mai un brivido di suspense che attraversa situazioni, luoghi, personaggi e soprattutto dialoghi.

Guarda il trailer ufficiale di Tre Piani

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Tre Piani ha l’impostazione del tradizionale dramma d’interno borghese: lo spettatore si trasforma in un voyeur silenzioso e privilegiato pronto a spiare, dal buco della serratura della macchina da presa, le vicissitudini di un ristretto spaccato d’umanità che si agita sullo schermo (della vita), come tanti pesci immersi in un acquario.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Recenti

- Advertisment - Aggiungi MGM al tuo Prime Video. Di più dei classici che ami!