Analogamente a quanto sta accadendo per il franchise di Fast & Furious, che dopo l’exploit del settimo capitolo ha iniziato una lenta parabola discendente, anche l’adattamento cinematografico dell’universalmente noto brand della Hasbro, “Transformers”, inaugurato da Michael Bay nel 2007 e giunto ora al suo settimo film, inizia a dare qualche segno di stanca.
Il più inequivocabile è il progressivo calo di incassi al box office, che mostra una crescente disaffezione del pubblico verso la saga. “Un altro?” è probabilmente la prima cosa cui si pensa incappando nella locandina o nel trailer di questo Transformers – Il risveglio, stavolta diretto dal poco conosciuto Steven Caple Jr. (Creed II). Considerando, poi, il consistente budget investito per questo nuovo film, attorno ai 200 milioni, le premesse non sembrano incoraggianti per i robot più famosi della storia dei giocattoli.
Tuttavia, a differenza della incontrollabile e sterile ipertrofia dei bolidi di Dominic Toretto e soci, i produttori di Transfomers – tra cui si annoverano nomi che hanno fatto la storia del cinema action hollywoodiano – si stanno giocando un (ultimo?) asso nella manica: il ritorno a una dimensione più umana e vicina agli spettatori. Quando, già dopo i primi cinque film, apparve chiaro che la saga aveva esaurito il proprio appeal, si è deciso di rilanciare il brand con un prequel/spin-off dal respiro più ridotto, che avesse come protagonista le vicende dell’iconico robot giallo Bumblebee e fosse ambientato negli anni Ottanta. Il film incassò bene a fronte di un budget contenuto e soprattutto tornò a conquistare consenso presso critica e pubblico, probabilmente stanco del frastornante catastrofismo di Bay.
Su questo tracciato prosegue anche Transformers – Il risveglio, ambientato nel 1994 a Brooklyn, dove due ragazzi dalle vite normali vengono loro malgrado coinvolti in una faida intergalattica; Noah è un ex-militare esperto di elettronica che cerca di trovare un lavoro onesto per pagare le cure al fratello, Elena è una stagista presso un museo di storia antica, sul punto di fare una scoperta sensazionale.

Un franchise che ha ancora delle carte da giocare
La prima metà del film è ambientata interamente a New York (salvo un incipit “spaziale”) ed è incentrata sui due protagonisti: i loro problemi quotidiani, il loro primo incontro con gli alieni, la scoperta di una minaccia globale e la scelta di giocare un ruolo in una partita apparentemente fuori dalla propria portata. Questa è probabilmente la parte meglio riuscita del film, perché ben coniuga avventura, spettacolarità e una narrazione insolitamente comprensibile e piuttosto sensata, con qualche guizzo di regia e anche brevi momenti di tensione che citano il primo Jurassic Park.
Dal momento in cui l’azione si sposta tra i suggestivi paesaggi del Perù, la narrazione individuale inizia a sfaldarsi e la storia, pur mantenendo coerenza nella scrittura e un discreto spessore dei personaggi (robot inclusi), sfocia nel caos di un lungo susseguirsi di scontri interessanti ma già visti; in un crescendo di momenti sempre più retorici e irrealistici che conducono verso l’epilogo finale, l’interesse sino a quel momento conquistato va lentamente spegnendosi, nonostante alcuni colpi di scena degni di nota.
Ed è qui che si estrinseca l’insanabile conflitto interno a questo tipo di produzioni, costrette a dibattersi tra aspettative colossali e la necessità di un racconto credibile, effetti speciali e performance umane, ritmo forsennato per gli spettatori più giovani e spazio di approfondimento per platee più eterogenee. Transformers – Il risveglio è da questo punto di vista un perfetto figlio del suo tempo: cerca di ibridare generi e stili per portare a casa quanti più pubblici possibili, passando dal già menzionato Steven Spielberg a Indiana Jones, da Una notte al museo a 007, da Il signore degli anelli (con tanto di citazione dell’occhio di Sauron) a Fast & Furious e Iron Man.
Il risultato è un po’ schizofrenico ma superiore alle aspettative, e centra senza dubbio l’obiettivo principale: intrattenere. Gran parte del merito va da un lato a una sceneggiatura scritta per una volta senza benda sopra gli occhi (nonostante le cadute nella parte finale) e dall’altro agli effetti speciali, affidati a Moving Picture Company e Weta FX; nonostante nei momenti più concitati si perda qualcosa in chiarezza visiva, la fatta di tutti i robot è straordinaria (specie di quelli dalle sembianze animali), le animazioni fluide e le interazioni uomo – CGI impercepibili.
C’è forse un po’ di povertà sul fronte del design, e in qualche momento si ha l’impressione di assistere a un cartone animato sotto steroidi, ma il comparto tecnico è eccellente, con una menzione a parte per il suono, da Oscar. Interessante il finale, dal quale si intuisce un futuro crossover e che attesta una verità terribile ma da tempo risaputa: l’unico modo attraverso il quale una persona normale può pagarsi delle cure negli USA, è salvare il mondo…


