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Train Dreams, recensione del film con Joel Edgerton

Tratto dal romanzo di Denis Johnson e diretto da Clint Bentley, il film candidato all'Oscar Train Dreams è disponibile su Netflix.

Nel film del 1928 La folla, il regista King Vidor racconta la storia di John, un uomo qualunque convinto dal padre di essere destinato a grandi imprese. Purtroppo per lui, la vita lo costringerà a ricredersi e, dopo una serie di tragiche peripezie, culminanti in un tentativo di suicidio, troverà pace solo accettando di essere parte di quella folla dalla quale ha sempre cercato di distinguersi. A differenza di John, Robert Grainer, un altro uomo qualunque protagonista del film Train Dreams di Clint Bentley, non ha mai avuto particolari ambizioni. Anzi, come ci informa fin dall’inizio la voce narrante che accompagna il racconto della sua esistenza, Robert non ha mai mostrato particolare interesse verso qualcosa di specifico, lasciandosi trasportare dalla corrente (a volte placida, a volte impetuosa) della vita senza mai indirizzarne il corso in qualsivoglia direzione.

John e Robert: all’apparenza due figure agli antipodi. Così come agli antipodi sembrano i due film di cui sono protagonisti: Il primo, quasi un instant movie in bianco e nero degli anni ’20 che racconta (anno più, anno meno) quegli stessi anni tra ruggiti e contraddizioni, ambientato in una metropoli disumana abituata a fare a brandelli i velleitari sogni di chi vi arriva con troppo ingenuo entusiasmo. Il secondo, un film contemporaneo distribuito – udite, udite – dal colosso dello streaming in persona Netflix, che ha però la forza dei grandi classici sulla frontiera, a cui fa da sfondo un’America a prima vista bucolica e innocente, ma in realtà permeata di disumanità.

Pur nella loro diversità, i film di Vidor e Bentley non sono però poi così tanto diversi. Entrambi, infatti, propongono una riflessione amara sull’esistenza umana che non poteva lasciare indifferenti gli spettatori di ieri e che non lascia indifferenti quelli di oggi. Non è quindi un caso se il film di Bentley, tratto da un romanzo breve dello scrittore statunitense Denis Johnson, abbia conquistato una discreta fetta di pubblico, oltre alla critica e agli addetti ai lavori, come testimoniano le quattro candidature ai prossimi Oscar: miglior film, miglior sceneggiatura non originale (del regista e Greg Kwedar), miglior fotografia (di Adolpho Veloso) e miglior canzone originale (di Nick Cave e Bryce Dessner).

Train Dreams. Cr. BBP Train Dreams. LLC. © 2025

Una vita ai margini della storia

Robert Grainier (Joel Edgerton) non ha mai conosciuto i suoi genitori e fin da piccolo ha vagato, senza una meta precisa, lungo la frontiera americana, tirando avanti grazie a lavoretti saltuari. La sua vita cambia quando giunge in un paesino dell’Idaho e incontra Gladys (Felicity Jones), che in breve tempo diviene sua moglie e dà alla luce la piccola Kate. Gli anni della sua maturità sono scanditi dai ritmi della sua nuova vita, divisa tra il proprio impiego e la famiglia: da una parte i lunghi periodi fuoricasa per lavorare come tagliaboschi prima per le ferrovie americane, poi per una ditta di legname; dall’altra, le confortanti (seppur sempre troppo brevi) parentesi familiari, che danno un senso ovviamente a tutti i sacrifici fatti.

Una vita qualunque, quella di Robert, che nel corso degli anni conoscerà piccole gioie e grandi dolori. Una vita vissuta silenziosamente ai margini della Storia e dei grandi eventi che l’hanno segnata, lontani nello spazio ma capaci comunque di esercitare un’influenza (a volte positiva, a volte negativa) sul destino dell’uomo: i postumi della Guerra di Secessione e la nascita dei moderni Stati Uniti, che danno un impulso al complesso progetto ingegneristico delle ferrovie; lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, che aumenta il fabbisogno di legname per sostenere la campagna militare in Europa; la fine della guerra e la conseguente crisi economica, che rende impossibile per Robert trovare un lavoro vicino alla sua famiglia; e poi l’avvento di quella modernità di cui lui non riuscirà a essere parte, che culmina (nel film) con le immagini televisive del primo americano in orbita, John Glenn, nel 1962.

Train Dreams. Cr. BBP Train Dreams. LLC. © 2025

La quotidianità della frontiera

Quel margine infinitesimale dove si sviluppa silenziosa la vita di Robert è quello della frontiera americana. Quel luogo reale a cui nel corso del tempo sono stati attribuiti elementi mitici, e che rappresenta un caposaldo dell’identità nazionale. Un mito che il cinema, in particolare western, ha affrontato fin dai suoi primordi. Da spazio di confine inesplorato e ricco di fascino dove si temprano le nuove generazioni (La conquista del West di John Ford), fino alle versioni più disincantate degli anni ’70 (Piccolo grande uomo di Arthur Penn) e quelle ancora più revisioniste della modernità (un titolo tra tutti: Balla coi lupi di Kevin Costner).

In Train Dreams, la frontiera è un luogo ricco di contraddizioni. Uno spazio sublime, nella concezione kantiana del termine: tanto immenso e potente da essere terrificante. Un luogo di struggente bellezza, contraddistinto da una natura incontaminata, ma allo stesso tempo uno spazio crudele e spietato che l’uomo civile crede di poter modellare a suo piacimento, ma che non può davvero controllare. Per fare emergere con maggior forza queste antinomie, il regista Clint Bentley si affida a un registro lirico che ricorda il cinema di Terrence Malick, e in particolare il suo secondo film, I giorni del cielo (1978). Non è quindi un caso che la sontuosa fotografia del giovane direttore della fotografia brasiliano Veloso – nome da tenere d’occhio -, sia di fatto un omaggio a quella altrettanto straordinaria firmata da Néstor Almendros per il film di Malick, della quale possiede la stessa forza evocativa.

Train Dreams. Cr. BBP Train Dreams. LLC. © 2025

Una commovente elegia (della solitudine) umana

Certo, Bentley non è Malick. Ma, fortunatamente ne è consapevole anche lui. Dunque, si apprezza il fatto che il film non cerchi mai il grado di introspezione filosofica a cui ci ha abituato il regista texano. Non prova mai a proporre riflessioni troppo “alte” sul rapporto tra uomo e natura, tra spazio naturale e civiltà industriale; la riflessione che propone sulla vita umana rimane a un livello più “basso”, pragmatico. A parte forse nell’emozionante finale, non si ha mai la sensazione che Train Dreams si proponga come un’opera-mondo capace di ridurre in una piccola storia una meditazione sui massimi sistemi che governano l’Universo, come lo è invece spudoratamente un altro dei capolavori di Malick, The Tree of Life. E non si fa neppure tentare dalla suggestiva ipotesi di fare della vita del protagonista una manifestazione della Storia americana. Rimane con i piedi per terra, e quella che potrebbe essere scambiata ingiustamente come una mancanza di ambizione è, a conti fatti, la forza di film fuori dal tempo.

Infatti, ciò che si apprezza di più di Train Dreams è la sua onestà intellettuale. Quello di Bentley è un piccolo film consapevole di esserlo, che nasconde però una grandezza inaspettata, e in questo riflette pienamente la normalità del suo protagonista. La vita ai margini di Robert – con le sue piccole conquiste, i suoi drammi, la sua ostinazione (e accettazione) nel continuare a vivere in balia del destino – si trasforma nel malinconico racconto di un’esistenza umana simile a tante altre (se non a tutte le altre). Un racconto che commuove in maniera genuina e che ci spinge, quasi naturalmente, a immedesimarci nel protagonista. In fondo, le tempeste che attraversa Robert non sono forse le stesse che attraversiamo tutti noi? Per questo la visione del film, di per sé già piacevole, si rivela un’esperienza catartica di allineamento con noi stessi e con le nostre vite.

Guarda il trailer ufficiale di Train Dreams

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Train Dreams è un’opera di straordinaria onestà intellettuale che, attraverso una regia lirica e una fotografia sublime, trasforma la vita "qualunque" del tagliaboschi Robert Grainier in una commovente elegia universale. Rinunciando a eccessivi intellettualismi, Bentley firma un classico moderno sulla frontiera, capace di offrire una riflessione catartica sulla solitudine e sull'accettazione del proprio destino.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Train Dreams è un’opera di straordinaria onestà intellettuale che, attraverso una regia lirica e una fotografia sublime, trasforma la vita "qualunque" del tagliaboschi Robert Grainier in una commovente elegia universale. Rinunciando a eccessivi intellettualismi, Bentley firma un classico moderno sulla frontiera, capace di offrire una riflessione catartica sulla solitudine e sull'accettazione del proprio destino.Train Dreams, recensione del film con Joel Edgerton