Tornare a Vincere, recensione del film con Ben Affleck

scritto da: Diego Battistini

Il mito della seconda possibilità è uno dei capisaldi del cosiddetto Sogno Americano. E non è certamente un caso che rappresenti uno dei temi affrontati più di frequente dal cinema hollywoodiano, perché a ben vedere rientra perfettamente in quell’archetipo del percorso iniziatico dell’eroe descritto dapprima da Joseph Campbell nel libro “L’eroe dai mille volti” e poi ripreso e riformulato sulla base della scrittura cinematografica da Christopher Vogler nel suo “Il viaggio dell’eroe“. La fortuna di tale mito al cinema è testimoniata anche dall’ultimo film di Gavin O’Connor, Tornare a Vincere, con protagonista Ben Affleck (che figura anche tra i produttori). Il film, anch’esso rimasto vittima delle restrizioni legate all’epidemia di Covid-19, è disponibile dal 23 aprile sulle principali piattaforme streaming on demand.

Dopo essere stato una promessa del basket in età giovanile, Jack Cunningham (Ben Affleck) ha deciso di abbandonare la carriera da cestista all’apparenza senza motivo. A distanza di anni, la sua vita è un disastro: ha divorziato dall’ex moglie Angela (Janina Gavankar), che continua comunque ad amare, ha limitato i rapporti con la famiglia, e la sua quotidianità è scandita unicamente dal lavoro come operaio in un cantiere edile e dall’abuso di alcol. A destare Jack dal torpore tossico di un’esistenza pregna di solitudine è l’opportunità di allenare la squadra di basket della scuola frequentata da ragazzo. Seppur titubante all’idea, Jack decide di accettare l’offerta, compiendo il primo passo verso un possibile riscatto.

Tornare a Vincere è un film contraddistinto da una struttura narrativa piuttosto classica. Al centro della vicenda c’è, come in ogni dramma che si rispetti, un loser, un eroe borderline che deve fare i conti con i demoni del proprio passato e, allo stesso tempo, deve cercare di riprendere in mano la propria esistenza (in questo caso grazie anche allo sport). Jack Cunningham è, in fin dei conti, il prototipo di questa figura di antieroe: subissato da una parte dai rimpianti legati a quella che avrebbe potuto essere la sua carriera sportiva, e dall’altra da una vita contraddistinta più da dolori che da gioie (il divorzio, certo, ma anche il rapporto conflittuale con il padre, nonché un’altro indicibile evento tragico che continua a condizionare il suo presente).

Il film, scritto dallo stesso regista in collaborazione con Brad Ingelsby, più che aggiornare il genere cinematografico di appartenenza rimane fedele ai suoi cliché, seguendo pedissequamente le varie tappe della rinascita del protagonista; ma lo fa – e qui risiede certamente uno degli aspetti più interessanti dell’operazione – non solo senza alcuna retorica (e questo anche quando racconta, in modo molto coinvolgente, la cavalcata trionfale della squadra allenata da Jack, che naturalmente cambia marcia grazie al suo nuovo coach), ma anche riflettendo sul fatto che se veramente esiste una seconda possibilità per il protagonista, questa può essere conquistata solo attraverso un percorso tortuoso e faticoso che non può coincidere esclusivamente con l’azione di prendere una squadra di giocatori mediocri e trasformarla in un team vincente capace di centrare un risultato insperato: nello specifico, il raggiungimento dei Play-Off del campionato.

Così, anziché optare per un racconto che volge naturalmente verso un lieto fine, concentrandosi unicamente sull’aspetto sportivo, Tornare a Vincere aggiunge una dose di complessità narrativa capace di far confrontare il protagonista (e gli spettatori, che in Jack si identificano) con la propria vita, i propri limiti umani e la propria incapacità a superare certi traumi. Tutto questo senza lasciarsi andare a uno sguardo troppo pessimista, ma rifiutando al contempo qualsiasi svolta narrativa consolatoria. Rinascere è possibile, sembra dirci il regista attraverso il suo film e l’esperienza di Jack, ma bisogna essere consapevoli del fatto che può essere più difficile del previsto. Una riflessione, oltretutto, che ben si sposa con i tempi difficili che stiamo vivendo in questo momento, contraddistinti anche dall’incertezza riguardo al futuro.

Da questo punto di vista, non è certo un caso che il film espliciti la propria articolazione in due blocchi narrativi, oltretutto “separati” da una esibita dissolvenza in nero che opera una sorta di “cesura” tra le parti: a una prima più convenzionale, dedicata in modo particolare al rapporto tra Jack e i suoi ragazzi, nonché all’impresa sportiva che sono chiamati a realizzare, si contrappone una seconda – che un po’ riporta tutti, protagonista e spettatori, con i piedi per terra -, in cui viene descritta in modo più approfondito (e senza patetismi di sorta) l’altra partita che Jack sta giocando: quella contro sé stesso e i suoi fantasmi. E, alla fine, non è neanche detto che riuscirà davvero a vincere l’incontro, nonostante il suo impegno.

Rispetto a quanto abbiamo scritto, è evidente che un film come quello di Gavin O’Connor (The Accountant), incentrato sulla storia di un singolo personaggio, non può prescindere dall’interpretazione convincente del suo attore protagonista. A tale proposito, Ben Affleck è a tutti gli effetti il valore aggiunto del film; e sarebbe ingiusto affermare il contrario. Senza voler per forza di cose vedere nel personaggio di Jack una sorta di “doppio cinematografico” dell’attore (anche Affleck ha sofferto di depressione e avuto problemi legati all’alcolismo, specie dopo la fine della relazione con l’attrice Jennifer Garner), è giusto per una volta sottolineare la prova maiuscola di un attore che – diciamolo con tutta sincerità – non è mai riuscito a imporsi come uno degli interpreti di punta della sua generazione. Eppure, in Tornare a Vincere Affleck raggiunge probabilmente l’apice della sua carriera, grazie all’interpretazione di un personaggio che sembra effettivamente cucito su misura per lui, e al quale l’attore riesce a donare una sofferta umanità e una dolorosa fragilità.

Guarda il trailer ufficiale di Tornare a vincere

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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