Negli ultimi vent’anni gli chef hanno progressivamente abbandonato il recinto delle cucine per diventare personaggi dello spettacolo. La televisione, i talent, i documentari e poi i social li hanno trasformati in nuove celebrità, volti riconoscibili quasi quanto attori e musicisti. Anthony Bourdain è stato probabilmente il caso più particolare e trasversale di questa trasformazione. Morto suicida nel 2018 a 61 anni, è rimasto una delle figure più riconoscibili della cultura gastronomica contemporanea. E in un periodo cinematografico che sembra voler trasformare in biopic praticamente ogni grande personalità degli ultimi decenni, prima o poi doveva arrivare anche il suo turno.
Tony – Diario di un giovane cuoco, prodotto da A24 e diretto da Matt Johnson, compie però una scelta intelligente: invece di provare a condensare un’intera esistenza in due ore, si concentra sul momento in cui quella vita non aveva ancora una direzione. Il film prende ispirazione soprattutto dai primi capitoli del suo bestseller Kitchen Confidential e si apre proprio con una confessione di Bourdain presente nel libro: «Ero, a dire il vero, un giovane viziato, infelice, narcisista, autodistruttivo e sconsiderato, che aveva un disperato bisogno di una bella lezione». Una frase che finisce per diventare il programma narrativo dell’intero film.
La trama di Tony – Diario di un giovane cuoco
1975. Anthony “Tony” Bourdain (Dominic Sessa) ha diciannove anni ed è convinto che il proprio futuro sia nella letteratura. Si presenta davanti a una commissione per ottenere una borsa di studio che dovrebbe permettergli di dedicare l’estate alla scrittura di un romanzo e affronta il colloquio con quella sicurezza irritante di chi considera il successo una semplice formalità. Tanto da comunicare la vittoria in anticipo sia ai genitori, Gladys (Dagmara Domińczyk) e Pierre (Rich Sommer), sia a Nancy (Emilia Jones), ragazza che conosce dai tempi del liceo e della quale è innamorato.
Quando scopre che la borsa è stata assegnata a qualcun altro, Tony si trova improvvisamente costretto a fare i conti con tutte le bugie raccontate. La soluzione, naturalmente, non è confessare: è scappare. Nancy trascorrerà l’estate a Provincetown e Tony decide di seguirla, convinto che bastino qualche parola ben scelta e una buona dose di faccia tosta per rimettere tutto a posto. Rimasto senza soldi e senza un vero progetto, Tony viene accolto da Chef (Antonio Banderas), che gli concede un’amaca dove dormire e un posto come lavapiatti.
È il suo ingresso, del tutto accidentale, nel mondo della ristorazione. In cucina conoscerà un gruppo di personaggi fuori dagli schemi e si ritroverà soprattutto diviso tra due influenze opposte. Da una parte c’è Chef, severo, metodico e ossessionato dalla disciplina; dall’altra Sal (Leo Woodall), cuoco magnetico, sregolato e autodistruttivo, capace di trasformare ogni notte in un’avventura e ogni cattiva idea in una proposta irresistibile.

Sbagliare strada per trovare la propria
È proprio su questa continua possibilità di scegliere che Tony costruisce il suo percorso di formazione. Restare oppure andarsene, dire la verità oppure continuare a mentire, prendere sul serio il lavoro oppure lasciarsi trascinare da Sal. Tony attraversa il film come se si trovasse continuamente davanti a piccoli bivi e quasi mai sceglie immediatamente la strada migliore. È uno spaccone, mente con una naturalezza impressionante e possiede una fiducia in sé stesso sproporzionata rispetto a ciò che ha realmente dimostrato.
Da questo punto di vista c’è qualcosa del Marty Mauser di Marty Supreme: la stessa capacità di muoversi nel mondo come se il proprio carisma fosse sufficiente a piegare la realtà ai propri desideri. Ma se Marty corre ossessivamente verso un obiettivo che ha già scelto, Tony è ancora alla ricerca del proprio. La sua è prima di tutto una voglia di evasione, di vivere all’avventura e di capire, attraverso gli errori, quale strada possa davvero appartenergli.
Il film passa dai suoi attori
Dominic Sessa è fondamentale perché tutto questo funzioni. Dopo l’esordio straordinario in The Holdovers – Lezioni di vita, l’attore conferma di essere un talento fuori dal comune. Costruisce un Anthony ancora incompleto, arrogante e vulnerabile insieme, capace di sentirsi superiore a chiunque e, un attimo dopo, di essere terrorizzato dall’idea di deludere qualcuno. L’attore riesce a tenere insieme queste contraddizioni con una naturalezza impressionante e, a questo punto, sarebbe interessante vederlo alle prese con un progetto ancora più grande e ambizioso.
Accanto a lui funzionano praticamente tutti. Antonio Banderas trasforma Chef in una sorta di improbabile signor Miyagi dei fornelli. Il suo equivalente del celebre “Metti la cera, togli la cera” di The Karate Kid consiste nel rovesciare ogni mattina una secchiata d’acqua addosso a Tony finché il ragazzo, terrorizzato dall’idea di quella sveglia, non impara finalmente ad alzarsi da solo e, soprattutto, ad arrivare puntuale al lavoro. Un metodo assurdo ma efficace, attraverso il quale Chef gli insegna prima di tutto la disciplina. Banderas rende il personaggio burbero, buffo, contraddittorio e generoso, e il rapporto tra i due diventa progressivamente uno dei cuori emotivi del film.
Anche Leo Woodall (One Day, Bridget Jones – Un amore di ragazzo) è perfetto nell’incarnare l’altra influenza decisiva sul protagonista. Sal possiede inizialmente tutto ciò che può affascinare un diciannovenne irrequieto: vive senza freni, non sembra avere paura di nulla e trasforma l’autodistruzione in una forma di carisma. Se Chef rappresenta il rigore e la possibilità di costruire qualcosa, Sal incarna invece l’impulso a lasciarsi andare e a vivere senza preoccuparsi delle conseguenze.

Un anticonformista dentro un film molto classico
Proprio qui, però, emerge uno dei principali limiti della scrittura. Per quanto gli interpreti riescano a dare vita ai personaggi, alcuni conservano una funzione fin troppo evidente: il mentore, il cattivo maestro, la ragazza da conquistare. La struttura rimane piuttosto scolastica e l’uscita di scena di Sal è probabilmente il punto meno convincente, risolta con una semplicità che sembra poco coerente con quanto il film aveva mostrato fino a quel momento del personaggio.
Ed è forse questo il paradosso più evidente di Tony – Diario di un giovane cuoco: raccontare una delle personalità più anticonformiste della cultura gastronomica contemporanea attraverso un film che, in fondo, è molto più convenzionale del suo protagonista. Matt Johnson non reinventa il biopic né il coming of age. Utilizza archetipi riconoscibili, costruisce un percorso abbastanza lineare e accompagna Tony verso la destinazione che lo spettatore conosce già.
Eppure, il film riesce ugualmente a essere divertente, tenero, e in alcuni momenti, sorprendentemente toccante. Non ha bisogno di raccontare l’intero Anthony Bourdain: gli basta mostrare l’estate in cui Tony, quasi per caso, intravede per la prima volta la persona che potrebbe diventare. Sognava disperatamente di diventare uno scrittore e di scrivere il proprio Bildungsroman, senza rendersi conto di essere già il protagonista del suo.


