domenica, Ottobre 24, 2021
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Titane, recensione del film di Julia Ducournau

La recensione di Titane, il film di Julia Ducournau vincitore della Palma d'oro a Cannes 2021. Nelle sale italiane dal 1 ottobre.

Titane è il titolo della provocatoria opera cinematografica di Julia Ducournau che ha trionfato durante la 74esima edizione del Festival di Cannes, vincendo la Palma d’oro e riportando una donna nell’Olimpo dei registi premiati durante la storica kermesse. Il film, che ha allo stesso tempo diviso e appassionato il pubblico e la critica, è pronto ad approdare nelle sale italiane dal 1 ottobre, dopo un’inedita presentazione nella cornice del nuovo Cinema Troisi di Roma, uno spazio fortemente voluto dai ragazzi del Piccolo America.

Alexia (la camaleontica e strabiliante Agathe Rousselle) è una giovane donna che adora le automobili con le loro parti meccaniche cromate sin da bambina, quando un banale – quanto drammatico – incidente le ha donato una placca di titanio nella testa. Facendola rinascere, gonfia di rabbia e amore represso che la trasformeranno in un essere ibrido e nuovo, una donna-macchina creata per uccidere. Perché la metamorfosi si completi, però, dovrà scoprire la forza potente e misteriosa che muove il mondo: l’essere umani. Un sentimento sconosciuto – come l’amore, del resto – che imparerà grazie a Vincent (uno straordinario ed inedito Vincent Lindon), un pompiere sulle tracce del figlio scomparso, Adrien.

Titane è un’esperienza audiovisiva prima ancora che una visione cinematografica: è un film che va sentito, che parla direttamente alle emozioni più viscerali e alle perturbanti fantasie degli spettatori, scolpendo un immaginario ossimorico basato su chiasmi e contrasti, talvolta lacunoso e fin troppo ambizioso, ma comunque pronto a rispondere, in modo personale e indipendente, alla grande domanda: che cos’è l’amore? Ed ecco quindi che la Ducournau alza l’asticella del nuovo cinema europeo rivoluzionando il female gaze in un film di genere che è capace di valicare i confini convenzionali, riscrivendo i limiti del gender e ampliandoli fino ad aprire interessanti spiragli sul futuro della narrazione, che passa sempre meno per la drammaturgia e sempre di più attraverso metafore, allegorie, percezioni retiniche e shock emotivi.

La storia narrata in Titane, infatti, si allontana completamente dalla tradizionale narrazione in tre atti – prevedibile e, a tratti, rassicurante – infrangendo ogni regola e adattandola alle proprie esigenze drammaturgiche: lo spettatore assiste, sullo schermo, ad un susseguirsi di immagini e situazioni dal forte impatto emotivo, pronte a scuotere le coscienze e la percezione collettiva. Ma abbandonare le strade convenzionali (e già battute) comporta spesso dei rischi che finiscono per essere pagati a caro prezzo dall’ambizione, perché i messaggi che la Ducournau vuole veicolare rimangono oscuri e sinistri, metaforici e onirici, tanto quanto lontani anni luce dalla nostra realtà fenomenica. Allo spettatore viene chiesto lo sforzo di sospendere l’incredulità abbandonandosi alla suggestione, accettando – in un tacito accordo con la regista – la plausibilità della storia mostrata sul grande schermo.

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Una scena di Titane ©Carole Bethuel

Tra maschili e femminili che si incontrano e confondono, anime fragili dagli organi caldi in cerca di amore in un mondo solitario (dove però nessuno si salva da solo), scene iperboliche e virate pulp, la regista sembra voler sfidare ogni regola finendo, però, per smarrire un’identità, un’impronta forte capace di identificare il suo stile. Se un’ideale prima parte del film è caratterizzata da un gusto eccessivo, sopra le righe e accattivante per il pulp post-moderno (e metropolitano), il body horror cronenberghiano e l’exploitation grottesca, la seconda abbandona i toni eccessivi dell’inizio virando verso un viaggio più interiore, contraddistinto da toni diversi e una profondità (emotiva) che mancava nella prima. Il setup abbandona la propria “comfort zone” di genere contaminando il dramma con quest’ultimo, creando un ibrido capace di chiudere il cerchio iniziale della narrazione restando fedele a se stesso, ma sacrificando molto sul piano del ritmo, della coerenza drammaturgica e della comunicazione.

Veicolare una serie di messaggi già traghettati nel futuro: sembra essere questo l’intento di Titane, focalizzato com’è sui corpi e sulla loro consistenza. Il film è animato da presenze fisiche, da corpi – appunto – che subiscono modificazioni al limite dell’umano e dello straordinario; corpi che vogliono essere accettati, corpi che vogliono cambiare sesso e identità di genere, corpi che vogliono battere la vecchiaia e perfino la morte (o il dolore dell’esistenza). Corpi che, in quanto macchine perfette, finiscono per confondersi letteralmente con le auto, con i bolidi veloci e le loro parti di metallo, macchine che imitano macchine in un gioco mimetico di specchi, pronte a fondersi per sempre allargando gli orizzonti delle inesplorate conseguenze.

Con il suo sguardo anti-convenzionale, Titane cerca di mostrare – attraverso un racconto per immagini – archetipi atavici come il rapporto tra il femminile e il maschile, il ruolo del femminino, la maternità. E lo fa con un gusto per l’eccesso che strizza l’occhio al body horror ma anche a determinate sfumature di torture porn di inizio millennio, come quel Martyrs di Pascal Laugier nel quale il fisico della protagonista subisce una trasformazione, un lento – e disturbante – martirio fisico che la allontana sempre di più dall’umanità, proprio come accade in Titane, dove si finisce per ibridare l’uomo con la macchina aprendo spiragli su un futuro quanto mai presente, ipotetico e non metaforico, ma nel quale non perderemo mai l’umanità che ci contraddistingue pur finendo per somigliare ad androidi post-moderni. E nella confusione delle tematiche e della loro rappresentazione Titane esplora comunque le nuove frontiere del racconto filmico, compiendo un piccolo (ma macroscopico) balzo in avanti verso il futuro del cinema in sala e sulle piattaforme.

Guarda il trailer ufficiale di Titane

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Titane è un'esperienza audiovisiva prima ancora che una visione cinematografica: è un film che va sentito, che parla direttamente alle emozioni più viscerali e alle perturbanti fantasie degli spettatori, scolpendo un immaginario ossimorico basato su chiasmi e contrasti, talvolta lacunoso e fin troppo ambizioso, ma comunque pronto a rispondere, in modo personale e indipendente, alla grande domanda: che cos’è l’amore?
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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