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The Warrior – The Iron Claw, recensione del film con Zac Efron

La recensione di The Warrior - The Iron Claw, film di Sean Durkin con Zac Efron e Jeremy Allen White. Dal 1° febbraio al cinema.

Il concetto di hybris è potente e inviolabile, oscuro come una minacciosa spada di Damocle pronta a pendere sulle teste dei malcapitati protagonisti di svariate imprese epiche, mitologiche e tragiche: esseri umani che hanno pagato a caro prezzo la loro ostinata tracotanza, l’orgoglio altero che li ha spinti a credersi invincibili e fortunati tanto da sfidare il volere degli stessi dei, in un crudele testa-a-testa per dimostrare la propria superiorità, prima di schiantarsi contro l’inviolabilità di certi leggi (umane e divine).

Un topos ricorrente nel mondo arcaico greco, celebrato dall’epos e dal teatro – come dimenticare, ad esempio, le immortali opere di Eschilo? – e che ha valicato i confini del tempo giungendo fino a noi, permeando un immaginario collettivo e radicandosi nelle coscienze. Perché ogni storia con dei protagonisti che sfidano, in modo titanico, il proprio destino condannandosi così a patire, inevitabilmente, le tragiche conseguenze degli eventi ha in nuce questo tema e la sua solennità classica. Come dimostra, a sorpresa, il recente The Warrior – The Iron Claw, film diretto da Sean Durkin e prodotto dall’impeccabile A24. Un nome, quest’ultimo, che si sta rivelando sempre più spesso una garanzia sul grande schermo: tra i numerosi successi messi a segno dalla casa di produzione indipendente – sempre più potente nell’industria cinematografica odierna – figurano titoli come il plurivincitore, agli Academy Awards, Everything, Everywhere All at Once o il recente instant cult Dream Scenario. Creature ibride curiose, capaci di mescolare i generi, di innalzare l’asticella delle ambizioni del mercato indie evocando mondi e ambiti insoliti, complessi e sperimentali, sovvertendo le regole precostituite di un sistema consolidato.

E l’ultima fatica di Durkin (già regista di The Nest – L’inganno) non sfugge a queste regole (non scritte): ambientato nel mondo del wrestling professionistico, il film racconta la storia vera degli inseparabili fratelli Von Erich – interpretati da Zac Efron (Firestarter), Jeremy Allen White (The Bear, Fingernails – una diagnosi d’amore) e Harris Dickinson (La ragazza della palude) – che nei primi anni ’80 hanno fatto la storia nel competitivo e violento mondo dello sport forse più seguito e amato negli Stati Uniti. Fra tragedie e trionfi consumati sempre all’ombra di un padre/allenatore predominante e castrante, i quattro fratelli hanno sempre cercato l’immortalità sul più grande palcoscenico dello sport, nonostante la sorta avversa.

Storia tragica di hybris, ascese e cadute

Il film di Durkin è sorprendente per diverse ragioni, ma la più evidente riguarda il tono: lontano dal mero film biografico celebrativo o dal “santino laico” che incensa delle vite ritenute straordinarie – talvolta nella loro ordinarietà o nell’eccentricità delle storie raccontate – quest’ultimo sceglie, scientemente, di percorrere una strada diversa e affascinante, distante anni luce perfino dal taglio sportivo che Hollywood sceglie sempre di adottare in questi casi.

Perché c’è il wrestling, è parte integrante del racconto della saga dei Von Erich, ma l’intenzione di Durkin non è quella di raccontare il dietro le quinte di un mondo ma una storia, tragica e malinconica, di hybris, di ascese e cadute rovinose, di una royalty involontaria che ha subito i tragici colpi del destino, più violenti di quelli inferti dagli avversari sullo squared circle. Così l’occhio meccanico della macchina da presa, fin dai primi minuti, si lascia attraversare da un incombente alone drammatico filtrato da un bianco e nero dolente, evocando la tragicità spettrale dei film di Orson Welles: solo che lo spettatore non assiste alla caduta degli Amberson o al destino fatale che attende Charles Foster Kane o l’infernale Quinlan, ma all’inesorabile dramma che gravita sui Von Erich.

Ma la maledizione che sembra aleggiare sulla famiglia, segnandone in modo indelebile il destino tanto da condizionare gli eventi, sembra causata da un’unica ragione: la hybris del padre, l’arroganza del patriarca che cerca di riscattare la propria avversa fortuna investendo sui figli fino a condannarli. Proprio come Crono nella mitologia greca, Jack “Fritz” Von Erich finisce per fagocitare, con la propria ingombrante presenza e le aspettative spasmodiche, il destino dei quattro eredi, privati anche solo della possibilità di poter scegliere la propria strada nella vita. Libero arbitrio, quindi, ma anche famiglia, brotherhood e una riflessione sul mistero insondabile che permea l’universo maschile, con le sue innumerevoli contraddizioni.

Sono questi alcuni dei temi, anzi, delle “traiettorie emotive” lungo le quali si muove The Warrior – The Iron Claw, complice una regia che evita accuratamente i cliché riversando il proprio interesse sui corpi deformati dalla fatica dei combattimenti e dalle feriti, sui primissimi piani dei volti segnati, sofferenti e vessati dalla fortuna, sui particolari che definiscono le contraddittorie emozioni dei personaggi. Se nei film che parlano di sport le scelte estetiche premiano soprattutto le inquadrature dall’ampio respiro che immortalano – e coreografano – le competizioni, tra panoramiche ed establishing shot, nel caso di Durkin siamo nel territorio opposto, delle inquadrature strette e claustrofobiche che scelgono di focalizzarsi sulle vicende umane e sul dolore dei corpi, privando la narrazione di qualunque sterile patina, svestendo il wrestling dei propri lustrini e dello spettacolo per lasciare solo il sudore, la fatica e la sofferenza.

Un’epopea, a stelle e strisce, di archetipi immortali

Dalla tragicità in bianco e nero di Welles si passa, quindi, con disinvolta creatività a quella in technicolor che ricorda tanto il Nicholas Ray di Gioventù Bruciata, evocando perfino i fantasmi tormentati e perturbanti dell’estetica cinematografica di David Lynch, tra incubi del quotidiano, colori saturi e black and white crudeli nella loro raffinata bellezza. Giocando con il cinema e i riferimenti di un’intera epoca – che oscilla tra la fine dei ’70 e gli ’80 – The Warrior – The Iron Claw si allontana progressivamente dal racconto, attraverso delle immagini potenti e derivative, di una tipica storia americana allargando la portata del proprio respiro fino a mettere in scena un’epopea, a stelle e strisce (e grana grossa), di archetipi immortali. E se il film in un primo momento sembra pronto a collocarsi in un solco specifico magari leggermente contaminato, in un luogo indefinito tra il film sportivo, il biopic celebrativo o quelle opere che hanno raccontato bene le contraddizioni degli States partendo da storie “piccole” e, spesso, poco note (possiamo citare tanto The Founder quanto Gold, a tal proposito), dimostra quasi subito di essere invece un figlio della A24, ibridando gli stili e personalizzando il racconto, portando ad un numero indefinito di spettatori in tutto il mondo una vicenda familiare talmente irreale da essere larger than life, eppure mai così reale nella sua triste crudeltà.

The Warrior – The Iron Claw scava quindi nei segreti di una delle famiglie “nobili” del wrestling americano mostrando, allo stesso tempo, la brutale realtà di un mondo che viene percepito come puro spettacolo ed intrattenimento, lontano da rischi e pericoli; au contraire, non solo apre gli occhi al pubblico accendendo un riflettore su una zona d’ombra sportiva, ma ne approfitta per scavare nei silenzi di dinamiche familiari distorte, tossiche, epiche nella loro tragicità; al contempo, questo permette di portare avanti un discorso cinematografico sulla rappresentazione del maschile, allontanandosi sempre di più dagli stereotipi di genere e mostrando realmente le indisciplinate onde emotive dei sentimenti, regalando dei ritratti umani (troppo umani, citando Nietzsche) delle persone nascoste dietro i loro personaggi, le maschere che hanno portato sullo squared circle del wrestling.

E per compiere questo viaggio c’è bisogno, inevitabilmente, di tornare a parlare di corpi e di consistenze, di percezioni carnali che passano attraverso i movimenti di macchina, la scelta delle inquadrature, la grana grossa e soprattutto le performance dei protagonisti: i già citati Efron, Allen White e Dickinson che incarnano l’ineluttabilità, giovane e sfrontata, di un destino crudele, ma anche Lily James (Pam & Tommy) nei panni della moglie di Kevin Von Erich/Efron. Attori che contribuiscono, tutti insieme, a far vibrare le corde di sentimenti ancestrali soprattutto attraverso i loro corpi, strumenti di resilienza che dimostrano quanto un essere umano possa resistere agli urti della vita.

Guarda il trailer di The Warrior – The Iron Claw

GIUDIZIO COMPLESSIVO

The Warrior - The Iron Claw si allontana da qualunque cliché estetico e formale per raccontare una storia non solo di sport, vista l'ambientazione nel mondo del wrestling professionistico, ma di hybris, maledizioni, epiche drammatiche e rovinose ascese e cadute. Protagonista, la famiglia Von Erich - vera e propria royalty dello squared circle - nella quale le colpe dei padri ricadono inesorabilmente sui figli, dipingendo il ritratto tragico di un microcosmo e di un universo maschile ferito, lacerato e contradditorio.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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