mercoledì, Maggio 19, 2021
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The United States vs. Billie Holiday, recensione del biopic di Lee Daniels

La recensione di The United States vs. Billie Holiday, il biopic di Lee Daniels con Andra Day nei panni dell'iconica della musica jazz e blues.

The United States vs. Billie Holiday è l’ultima fatica del regista Lee Daniels, noto ai più per aver diretto l’acclamato Precious nel 2005 e The Butler – Un maggiordomo alla casa bianca nel 2013. Questa volta, l’occhio della macchina da presa di Daniels si prefigge un duplice nobile obiettivo: da una parte, immortalare una delle tante pagine oscure della storia degli Stati Uniti d’America (quella del linciaggio ai danni degli afroamericani); dall’altra, rievocare uno dei momenti più turbolenti della vita pubblica e privata di una delle più grandi cantanti jazz e blues della storia della musica.

Come si intuisce dal titolo, The United States vs. Billie Holiday racconta un momento ben preciso della folgorante e al tempo stesso tormentata carriera dell’icona Billie Holiday: il film di Lee Daniels, infatti, è ambientato sul finire degli anni ’30, quando la vita della Holiday non era più segnata ormai solo dall’alcool e dalla droga, ma anche dall’ostilità dei suprematisti bianchi. Nel 1939, il brano Strange Fruitdiventò in breve tempo un autentico inno del movimento per i diritti civili: la canzone denunciava pubblicamente il linciaggio dei neri nel sud degli Stati Uniti (lo “strano frutto” a cui fa riferimento il titolo è, appunto, il corpo di un nero che penzola da un albero).

Billie Holiday sfidò le discriminazioni razziali con un brano tanto simbolico quanto coraggioso, attirando su di sé l’odio di Harry J. Anslinger, un agente del Federal Bureau of Narcotics (FBN) noto per essere un razzista convinto. Aslinger ordinò alla cantante di non eseguire più la canzone in pubblico: quello che ne scaturì fu un pericoloso gioco “al gatto e al topo” che durò, senza un attimo di tregua, fino agli ultimi giorni di vita della Holiday, ormai segnata non solo dalla dipendenza dall’alcool e dalla droga, ma anche da una vita sentimentale particolarmente burrascosa e da innumerevoli problemi finanziari.

In The United States vs. Billie Holiday, basato sul romanzo del 2016 “Chasing the Scream” scritto da Johann Hari, il dramma si mescola al biopic, la tragedia umana si fonde con le note imponenti e nostalgiche del jazz, la grande storia di un fenomeno purtroppo ancora quotidiano (il razzismo) si interseca con quella intima e personale di un’artista dal carattere indomabile e dall’animo fragile. Lee Daniels vuole richiamare alla memoria una delle forme più estreme e brutali di controllo sociale attraverso l’epopea di un’artista che con la sua voce e la sua ostinazione ha avuto un ruolo assolutamente chiave nella lotta politica per l’uguaglianza condotta dai neri.

Tuttavia, ciò che emerge fin dai primissimi minuti di The United States vs. Billie Holiday è l’incapacità di Daniels di permettere alla sua creatura di incanalarsi sul giusto binario. Le vere intenzioni del regista statunitense faticano a palesarsi (o lo fanno in maniera poco cristallina), nascondendosi dietro la mera cronistoria senza regalare al pubblico una prospettiva inedita o quantomeno diversa, affondando in una mediocrità che risulta francamente difficile associare all’autore di storie dotate di profondità e schiettezza come i sopracitati Precious e The Butler. 

Andra Day (qui al suo debutto davanti alla macchina da presa in qualità di protagonista assoluta) riesce a dare vita ad una Billie Holliday davvero memorabile, offrendo un ritratto crudo ma al tempo stesso onesto di una donna determinata ad usare il suo talento e la sua voce come strumento per rendere il mondo un posto migliore, nonostante i tormenti dell’animo e le continue e ripetute ingiustizie di cui è stata vittima, senza mai trovare pace. Neanche il suo talento straordinario (premiato con un Golden Globe e in odore di Oscar), però, riesce a risollevare le sorti di un film inspiegabilmente monocorde, che non fa mai nulla per stupire, coinvolgere o emozionare davvero lo spettatore.

Nonostante un pizzico di audacia si avverta in alcune scelte di montaggio (soprattutto in quella che è probabilmente l’unica sequenza degna di nota dell’interno film, quando Day si cimenta nella struggente interpretazione di Strange Fruit), Lee Daniels non fa altro che limitarsi a tradurre in immagini eleganti ma fin troppo laboriose, senza alcun barlume di vivacità, uno script (firmato dal Premio Pulitzer Suzan-Lori Parks, da sempre molto attenta alle questione razziali) sorprendentemente approssimativo, che mai riesce davvero a catturare il fascino e insieme le infinite contraddizioni di una personalità strabordante come quella di Billie Holiday, che di certo non avrebbe merito un tanto innocuo quanto dimenticabile biopic, genere che in questi pazzi tempi moderni ha dimostrato più volte di poter raggiungere livelli di accuratezza davvero incredibili.

The United States vs. Billie Holiday è uscito negli Stati Uniti lo scorso 26 febbraio sulla piattaforma di streaming Hulu. Il film arriverà in Italia prossimamente, distribuito da BiM Distribuzione.

Guarda il trailer di The United States vs. Billie Holiday

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Ciò che emerge fin dai primissimi minuti di The United States vs. Billie Holiday è l'incapacità di Daniels di permettere alla sua creatura di incanalarsi sul giusto binario. Le vere intenzioni del regista statunitense faticano a palesarsi, nascondendosi dietro la mera cronistoria senza regalare al pubblico una prospettiva inedita o quantomeno diversa.
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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