martedì, Settembre 27, 2022
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The Tender Bar, recensione del film di George Clooney con Ben Affleck

La recensione di The Tender Bar, film diretto da George Clooney, con protagonista Ben Affleck. Dal 7 gennaio su Amazon Prime Video.

Il primo impulso sarebbe quello di bollare The Tender Bar (disponibile su Amazon Prime Video) come un racconto di formazione che non aggiunge nulla di nuovo al genere cui appartiene, una commedia dolce-amara tra le tante, priva di grandi colpi di scena e di guizzi creativi degni di nota. Il film diretto da George Clooney scorre, in effetti, liscio come l’olio, avendo come unica ambizione quella di narrare (bene) una storia.

Si tratta, nella fattispecie, della storia della giovinezza del giornalista J.R. Moehringer, raccontata all’interno del suo libro di memorie – edito in Italia con il titolo “Il bar delle grandi speranze” (2005) – e adattata per lo schermo dallo sceneggiatore William Monahan (The Departed – Il bene e il male). Forse non tutti sanno che il premio Pulitzer J.R. Moehringer è uno dei più apprezzati giornalisti statunitensi: il già implicito lieto fine basta per comprendere che lo scopo di The Tender Bar non è generare suspense, né tantomeno veicolare chissà quale profondo messaggio.

I fan del Clooney regista della prima ora (quello di film densi di pathos e impegno civile come Good Night, and Good Luck e Le idi di marzo, per intenderci), che ci aveva abituato a storie di tutt’altro tenore, potrebbero quindi storcere il naso. È sempre un peccato giudicare un’opera a priori, basandosi unicamente sul tradimento di certe aspettative (legate, in questo caso, al nome altisonante della star che si trova dietro la macchina da presa): The Tender Bar, pur nella sua apparente leggerezza di fondo e nel suo essere un’ode all’americanità nel senso più romantico e “piacione” del termine, invita infatti ad una serie di riflessioni forse scontate, ma che fa sempre bene riproporre al pubblico, incoraggiandolo ad adottare una visione più democratica (e meno settaria) della società.

Dopo la separazione dei genitori, il piccolo J.R. (Daniel Ranieri) si trasferisce con la madre (Lily Rabe) a Long Island, stabilendosi a casa dei nonni materni (Christopher Lloyd e Sondra James). Il ragazzino troverà il principale punto di riferimento nello zio Charlie (Ben Affleck), proprietario del “Dickens Bar” e degno sostituto del padre assente (Max Martini). Il film segue il protagonista dall’infanzia all’età adulta (il J.R. adolescente è interpretato da Tye Sheridan), raccontando il tortuoso percorso che lo condurrà ad intraprendere la carriera di scrittore.

Trattandosi della trasposizione cinematografica di un’autobiografia, il rischio per The Tender Bar poteva essere quello di seguire pedissequamente la pagina scritta, dando l’impressione di essere frutto di una sorta di copia-incolla senz’anima. L’impiego della voce fuori campo come contrappunto ai momenti più salienti della storia, unito ad un approccio narrativo tradizionale (con una fotografia che permea il film di un’atmosfera nostalgica e vagamente retrò) e a certe discutibili scelte di montaggio (l’alternanza di flashback e flashforward si limita alla prima parte del film per poi essere abbandonata di punto in bianco, senza una ragione apparente) potevano, in effetti, risuonare come preoccupanti campanelli d’allarme.

Tuttavia, il film riesce – non si sa se per merito dello scrittore Moehringer, dello sceneggiatore Monahan, del regista Clooney o di tutti e tre -, con una maestria che gli va certamente riconosciuta, a schivare tutti i possibili passi falsi, sfruttando a proprio vantaggio delle scelte tecniche potenzialmente deleterie e presentandosi (anche per chi non ha letto il libro) come un adattamento ben fatto, che fa venire voglia di continuare la visione adesso e di andarsi a comprare il libro più tardi.

Photo: CLAIRE FOLGER ©AMAZON CONTENT SERVICES LLC.

The Tender Bar gioca le sue carte migliori quando si avventura nella descrizione del contesto umano in cui si muove il protagonista, restituendoci uno spaccato sociale universale, che si proietta ben al di là del quartiere di Long Island in cui è ambientata la vicenda. Se il film funziona, lo dobbiamo all’evidente alchimia presente tra i membri del ben assortito cast, all’interno del quale spiccano volti cari al pubblico – primi tra tutti Ben Affleck e Christopher Lloyd -, che riescono a dare vita a figure memorabili, stando comunque bene attenti a non rubare mai la scena al bravo Tye Sheridan.

Eppure, sono i personaggi di contorno, molto più che quelli principali, a darci l’idea di un’umanità variegata, specchio delle contraddizioni di un paese elitario come gli Stati Uniti. In una società governata dai ricchi, il popolo si divide tra la piccola borghesia, con la sua esibizione sprezzante di una presunta superiorità culturale, e il proletariato, con la sua genuinità sincera e senza pretese.

Il “Dickens Bar” e i suoi avventori, con cui J.R. ha a che fare per tutta la prima fase della propria esistenza, rappresentano la palestra di vita ideale per un aspirante scrittore, un contatto prezioso con la complessità della cultura, che deve nutrirsi di “alto” ma che, necessariamente, ha bisogno di mescolarsi anche con il “basso”. Per questo, il vero mentore di J.R., molto più di qualsiasi pomposo docente universitario, non può che essere lo zio Charlie: figura paterna, simbolo di una storia familiare complessa che chiede di essere accettata piuttosto che ripudiata, è colui che tramanda al nipote l’importanza dello studio e, allo stesso tempo, la necessità di restare ancorato alla realtà. Solo un costante esercizio di rispetto e umiltà può lasciare spazio all’ambizione e alla volontà di pretendere qualcosa in più dalla vita, pur senza cedere alla tentazione di adagiarsi su vecchi dispiaceri o su inconsistenti promesse.

Ben Affleck, giustamente elogiato da un coro unanime per la sua ottima performance, riesce a delineare un personaggio-tipo – che nei casi più fortunati riecheggia nella memoria dello spettatore il ricordo di qualche parente realmente esistito -, l’uomo del popolo che rintraccia nella lettura la chiave per sollevarsi, anche solo per un attimo, da un’esistenza già scritta, talvolta misera, spesso costellata da grandi dolori e più raramente da piccole gioie. E così, in un mondo fatto di aspiranti scrittori che non hanno mai letto un libro e uomini di cultura che si parlano addosso recidendo qualsiasi contatto con la vita reale, è l’uomo ruspante e senza pretese ad essere il depositario del messaggio lanciato da The Tender Bar. Un messaggio per questo degno di nota, se non addirittura necessario.

La sceneggiatura avrebbe potuto certamente essere meno didascalica, ma il bersaglio viene comunque centrato nel momento in cui ci si rende conto che, dietro alla gradevolezza del film, si celano questioni sufficientemente complesse da rendere The Tender Bar qualcosa di più di una banale opera di intrattenimento. E qualora lo spettatore non fosse abbastanza propenso a coglierle, resterebbe comunque con qualcosa in mano: un sincero e commovente inno alla libertà e alla tenacia nell’inseguire i propri sogni.

Guarda il trailer ufficiale di The Tender Bar

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dietro alla gradevolezza di The Tender Bar, si celano questioni sufficientemente complesse da renderlo qualcosa di più di una banale opera di intrattenimento. E qualora lo spettatore non fosse abbastanza propenso a coglierle, resterebbe comunque con qualcosa in mano: un sincero e commovente inno alla libertà e alla tenacia nell’inseguire i propri sogni.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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The Tender Bar, recensione del film di George Clooney con Ben AffleckDietro alla gradevolezza di The Tender Bar, si celano questioni sufficientemente complesse da renderlo qualcosa di più di una banale opera di intrattenimento. E qualora lo spettatore non fosse abbastanza propenso a coglierle, resterebbe comunque con qualcosa in mano: un sincero e commovente inno alla libertà e alla tenacia nell’inseguire i propri sogni.