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The Social Dilemma, recensione del documentario di Jeff Orlowski

La recensione di The Social Dilemma, il documentario diretto da Jeff Orlowski. Disponibile su Netflix dal 9 settembre 2020.

“Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu”. Il documentario The Social Dilemma, diretto da Jeff Orlowski e disponibile in streaming su Netflix, prende le mosse da questa semplice e inquietante constatazione. Orlowski si propone di illustrare il funzionamento dei social network da un punto di vista privilegiato, quello autorevole degli stessi sviluppatori dei software “incriminati”. Il regista chiama a sé un gruppo di studiosi e di illustri dipendenti delle principali società di internet (Google, Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest…), li pone di fronte alla macchina da presa e li fa parlare, senza peli sulla lingua, delle problematicità insite in quegli strumenti tecnologici che sono ormai entrati a pieno titolo nella nostra quotidianità.

Quante volte apriamo Facebook meccanicamente, rimanendo poi delusi dal non aver ricevuto alcuna notifica importante? Quante volte abbiamo l’impressione che Youtube conosca i nostri gusti, suggerendoci video che corrispondono perfettamente al nostro campo di interessi? Il documentario ci induce a soffermarci su questi e altri comportamenti inconsci, talmente radicati in noi da essere diventati automatici, ma che in realtà traggono origine da precise e calcolate strategie di marketing operate da chi “sta ai piani alti”.

Tra i vari intervistati spicca Tristan Harris, ex dipendente Google, paradossalmente vittima di una crisi nervosa causata dall’utilizzo smodato della propria casella di posta elettronica. Questo inconveniente lo ha condotto ad una vera e propria presa di coscienza, rendendosi conto che per la prima volta nella storia “cinquanta designer, ragazzi bianchi dai 20 ai 35 anni, in California, avevano preso decisioni che avrebbero avuto un impatto su due miliardi di persone”. I suoi tentativi di cambiare qualcosa all’interno dell’azienda in cui lavorava si sono rivelati pressoché fallimentari. Da qui la decisione di raccontare schiettamente, ad un ampio pubblico, la verità.

Il pregio di questo documentario sta proprio qui: problemi reali, forse già noti ai più, vengono passati in rassegna uno dopo l’altro, generando un inevitabile senso di disagio in chi sta guardando. Noi utenti siamo vittime del cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”: mediante un costante monitoraggio delle nostre azioni, le grandi aziende tecnologiche sono in grado di fare previsioni sulle nostre scelte future, così da “venderci” agli inserzionisti. Lo scopo di aziende come Facebook e Google non è certo nobile: arricchirsi manipolando l’utente.

Questa manipolazione continua ci rende più vulnerabili, assuefatti ad un sistema che crediamo ingenuamente di padroneggiare, ma che in realtà fa leva sulle nostre debolezze. Mentre ci illudiamo di aver trovato un’arma contro la solitudine, le nostre sicurezze vengono costantemente minate da un fasullo senso di appartenenza. Appartenenza alla cosiddetta “bolla”: siamo portati a connetterci con persone simili a noi, tagliando fuori tutto il resto. Ciò ha dei drammatici risvolti politici e sociali: mai come adesso si è assistito ad una così netta polarizzazione delle posizioni, con conseguente inaridimento del dibattito politico.

Si tratta dunque di un documentario a tesi, che critica duramente il panorama dei social network. Il documentario teoricamente potrebbe svolgere un compito utile, ponendo l’accento sui rischi esistenti, contribuendo a rendere più consapevole l’utente più ingenuo. Tuttavia, questo potenziale viene irrimediabilmente inquinato da un tono apocalittico, che indulge in una serie affermazioni assolutamente di parte. Un esempio lampante è la correlazione, sottolineata con particolare veemenza all’interno del film, tra aumento di suicidi e uso smodato dei social. Se si fossero citati altri problemi, come la precarietà o l’assenza di punti fermi da un punto di vista politico, forse il quadro sarebbe apparso più completo e, per certi versi, più onesto.

Anche la scelta di accostare le interviste reali ad una narrazione finzionale, che ritrae una famiglia alle prese con le conseguenze traumatiche della dipendenza da social network, si rivela poco efficace. L’unica funzione di questa palese e quasi caricaturale esagerazione della realtà, sembra essere quella di rafforzare ulteriormente il punto di vista del regista. Orlowski, depositario di una verità inconfutabile, allerta i genitori, esortandoli indirettamente a tenere d’occhio i figli adolescenti. Un tono quasi paternalistico insomma, che di certo non fa bene alla causa del documentario.

Non dimentichiamoci poi che The Social Dilemma è una produzione statunitense; ed è noto che i social network, e Facebook in particolare, siano stati spesso additati come una delle cause di quel susseguirsi di eventi che sarebbe culminato, nel 2016, con l’elezione di Donald Trump. Da un lato, sembra che si voglia evitare di connotare a priori i social network in senso negativo; dall’altro lato, però, Facebook è indicato come uno dei principali responsabili delle derive anti-democratiche a cui siamo chiamati sempre più spesso ad assistere. Coacervo di narrazioni manipolative e teorie cospirazioniste, la creatura di Mark Zuckerberg favorisce la proliferazione di tutte quelle fake news che, giorno dopo giorno, destabilizzano il nostro tessuto sociale. A questo proposito, Harris afferma che “se non riusciamo ad essere d’accordo su che cosa sia vero, allora non possiamo risolvere nessuno dei nostri problemi”.

Certo, ma come si fa a raggiungere questo scopo? Si tratta di una mera utopia o abbiamo ancora qualche chance di cambiare le cose? Il documentario non offre vere soluzioni, se non quelle che ci fornirebbe un qualsiasi guru pescato a caso dai suggerimenti di Youtube: ridurre il tempo passato online e cercare di verificare l’accuratezza delle notizie che ci vengono propinate. Il film non è riuscito ad individuare le cause che stanno alla radice dei problemi evidenziati, e questa è la sua principale pecca. Ad esempio, parole come “scuola” o “istruzione” non vengono mai citate: eppure, forse, dovremmo partire proprio da qui per realizzare il sogno di Tristan Harris. Investire nell’istruzione significa formare un numero sempre maggiore di persone consapevoli e in grado di usare con intelligenza social e motori di ricerca. Solo così si potrà imparare a distinguere una notizia vera da una notizia falsa.

L’operazione di Orlowski risulta ancor più problematica se si considera la piattaforma streaming su cui è stata distribuita: Netflix, non meno di Facebook o Google, si serve di algoritmi per tracciare i propri utenti, indirizzandoli su scelte preconfezionate, basate anche sul raccoglimento dei dati. Sorge dunque il dubbio che questo lavoro sia parte in causa, più o meno inconsapevole, di quello stesso meccanismo di manipolazione che si propone di denunciare. A proposito di questo, forse sarebbe stato preferibile introdurre all’interno della narrazione delle voci fuori dal coro, che mettessero in campo punti di vista differenti, così da non appiattire il racconto su un’unica argomentazione, di cui paradossalmente si fanno portavoce proprio coloro che hanno contribuito ad implementare un sistema tanto problematico.

L’atteggiamento da seguire potrebbe essere quello proposto da Jaron Lanier, informatico e padre fondatore della realtà virtuale, che non a caso è uno dei pochi intervistati a non aver mai lavorato per i grandi colossi della Silicon Valley: “Uscite dal sistema, cancellatevi, eliminate le stupidaggini”. L’alternativa, per i meno coraggiosi, è cercare di acquisire una sempre maggiore confidenza con il mondo social, così da prendersi solo il meglio che esso può offrire. Una ricerca di consapevolezza che The Social Dilemma soddisfa soltanto in parte.

Guarda il trailer ufficiale di The Sociale Dilemma

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il documentario non offre vere soluzioni, se non quelle che ci fornirebbe un qualsiasi guru pescato a caso dai suggerimenti di Youtube: ridurre il tempo passato online e cercare di verificare l’accuratezza delle notizie che ci vengono propinate.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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