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The Running Man, recensione del film di Edgar Wright con Glen Powell

Secondo adattamento dell'omonimo romanzo distopico di Stephen King, The Running Man con Glen Powell arriva nelle sale dal 13 novembre distribuito da Eagle Pictures.

Glen Powell è inarrestabile. Dopo l’esplosione della sua carriera grazie a Top Gun: Maverick e Tutti tranne te è ormai uno dei volti più riconoscibili di Hollywood, ma sta anche dimostrando una certa abilità nella scelta dei propri ruoli, in una rara combinazione che unisce (il più delle volte) successo critico e commerciale.

In tre anni ha recitato in disaster movies, commedie romantiche e action puri, spesso apprezzati dal pubblico e dalla stampa, oltre che in film d’autore come Hit Man – Killer per caso di Richard Linklater, di cui era anche co-sceneggiatore. Ora, a poche settimane dall’uscita della sua prima serie tv come interprete e ideatore, Chad Powers, Powell cambia di nuovo pelle e tenta ancora una volta il bis con The Running Man, diretto da un altro regista dalla forte impronta personale, Edgar Wright.

Secondo adattamento, doppia sfida

La sfida era doppia: per Wright si trattava dell’arduo compito di mettere le mani sull’omonimo romanzo del 1982 di Stephen King, spesso molto critico verso gli adattamenti delle sue opere (anche se questa volta il pericolo pare scampato); Powell, invece, doveva confrontarsi con la performance di Arnold Schwarzenegger, protagonista della prima trasposizione cinematografica di The Running Man (L’implacabile in italiano) nel 1987 (che qui ha anche un simpatico cameo). Il risultato finale, come spesso è accaduto nella filmografia di Wright, è un’opera estremamente coerente con sé stessa dall’inizio alla fine, eppure sorprendente e a tratti perfino esaltante. 

Del film con Schwarzenegger, il cineasta mantiene il nome del protagonista e poco altro, rimanendo decisamente più fedele nelle premesse e nello sviluppo al romanzo: Ben Richards (Powell) è un operaio dal temperamento iroso e impulsivo che ha perso il lavoro per aver spifferato segreti della sua azienda al sindacato dei lavoratori e si trova ora senza i soldi necessari per pagare le spese mediche alla figlia malata. Decide quindi di iscriversi al programma televisivo “The Running Man”, dove i tre partecipanti devono cercare di sopravvivere per 30 giorni, nascondendosi in mezzo alla popolazione, e in caso di successo riceveranno un sostanzioso premio in denaro, altrimenti verranno freddamente uccisi da un gruppo di agenti speciali. 

The Running Man. Photo Credit: Ross Ferguson © 2025 Paramount Pictures.

Tra manipolazione e ossessione

Qualche anno fa, quando il Marvel Cinematic Universe era al proprio apice dopo Avengers: Endgame e Disney aveva da poco ufficializzato l’acquisizione della 21st Century Fox, si diffuse su Internet una teoria-meme che descriveva in maniera dettagliata, anno dopo anno, come la Casa di Topolino avrebbe conquistato il mondo entro un centinaio d’anni.

Tra l’impiego di milizie private, la nascita della Chiesa di Baby Yoda e l’acquisizione di ogni compagnia esistente e di singoli Paesi (fino alla Luna e Marte), secondo questa teoria il mondo nel 2100 non sarebbe stato poi così diverso da quello di The Running Man. Anche se, vista la N gigante che nel film è il logo di un fantomatico Network – qualcuno ha detto Mr. Robot? -, forse per Edgar Wright non è Disney la minaccia più grande del mondo dell’intrattenimento (e della sala cinematografica di riflesso). 

Si intuisce facilmente, insomma, quali siano i temi centrali del film: la manipolazione delle immagini che porta a una profonda distorsione della realtà, la ricerca ossessiva della prossima star del momento, di una popolarità temporanea ed effimera, pronto ad essere rimpiazzato e divorato dalla ferocia del mondo – ci ricordiamo ancora del caso “Hawk Tuah Girl”? – e, ovviamente, il desiderio di rivalsa di una classe sociale emarginata e vessata in cerca di un simbolo di speranza. 

The Running Man. Photo Credit: Ross Ferguson © 2025 Paramount Pictures.

Un immaginario presente e passato

Ecco che allora The Running Man pesca a piene mani dall’intero immaginario distopico presente e passato. Si passa dagli schermi onnipresenti di 1984 al freddo cinismo di Black Mirror – con particolare riferimento al secondo episodio della prima stagione, 15 milioni di celebrità – e del già citato Mr. Robot; dalla denuncia sociale di Metropolis e di Squid Game alla lotta per la sopravvivenza di Hunger Games, da cui riprende anche l’idea di avere un commentatore live (qui Colman Domingo, lì Stanley Tucci). Anche se, a dirla tutta, la saga di Jennifer Lawrence sembra a sua volta rifarsi moltissimo al romanzo di King, creando una specie di cortocircuito di riferimenti in cui non è più possibile stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Una distopia action brillante e attuale

Quello che poteva essere facilmente un calderone pieno di troppi ingredienti si rivela ben presto una distopia action brillante, che non ha paura di essere brutale quando serve e dove Wright scivola con nonchalance dalla tensione del survival movie alla più eccitante delle escape room, dimostrando tutta la sua maestria dietro la macchina da presa con movimenti precisi, netti e mai fuori posto.

Come in Scott Pilgrim vs. The World, il cineasta riempie il film di personaggi memorabili – Michael Cera, guarda caso, su tutti – nonostante il breve screen time, che forniscono il giusto e necessario supporto a un Glen Powell inarrestabile, sì, ma anche un po’ innaturale in certi momenti. Come se, non del tutto consapevole delle proprie capacità, si sforzasse con tutto sé stesso di scrollarsi di dosso l’immagine del belloccio e sex symbol che si trova lì solo per i suoi attributi estetici, senza rendersi conto di esserci già (in parte) riuscito. 

Guarda il trailer ufficiale di The Running Man

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con The Running Man, Edgar Wright prende la materia originale del romanzo di Stephen King e confeziona un action brillante, sorprendente e a tratti esaltante sulla manipolazione delle immagini e la ricerca ossessiva del successo, che pesca a piene mani dall'immaginario distopico presente e passato. Con un Glen Powell credibile, anche se a tratti forzato e non del tutto consapevole delle proprie capacità.

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Con The Running Man, Edgar Wright prende la materia originale del romanzo di Stephen King e confeziona un action brillante, sorprendente e a tratti esaltante sulla manipolazione delle immagini e la ricerca ossessiva del successo, che pesca a piene mani dall'immaginario distopico presente e passato. Con un Glen Powell credibile, anche se a tratti forzato e non del tutto consapevole delle proprie capacità.The Running Man, recensione del film di Edgar Wright con Glen Powell