The Prodigy – Il Figlio del Male, recensione dell’horror di Nicholas McCarthy

scritto da: Ludovica Ottaviani

The Prodigy – Il Figlio del Male è il titolo del film horror diretto da Nicholas McCarthy e prodotto da un veterano come Tripp Vinson, già mente creativa dietro al successo de Il Rito e L’Esorcismo di Emily Rose. In questo nuovo esperimento di genere, Vinson e McCarthy hanno scelto di affidare i ruoli principali alla “mattatrice” di Orange is the New Black Taylor Schilling e al giovanissimo Jackson Robert Scott, il piccolo Georgie nel remake di IT diretto da Andy Muschietti.

Il film è incentrato sulla storia del piccolo Miles (Scott) che manifesta all’improvviso – crescendo – atteggiamenti che preoccupano e spaventano la madre Sarah (Schilling). La donna, infatti, pensa che qualcosa di soprannaturale stia prendendo il sopravvento sul suo bambino: ma di cosa si tratta? Decide così di provare a farlo ipnotizzare, scoprendo che qualcosa di malvagio ha scelto il corpo di suo figlio per manifestarsi un’ultima volta.

The Prodigy – Il Figlio del Male è un horror tradizionale, erede di una lunga – quanto ricca – serie di film di genere (e del genere) incentrati soprattutto sulle figure femminili o sul rapporto inscindibile tra madre e figlio: L’Esorcista e Rosemary’s Baby ne sono due famosi esempi; entrambi, oltre alla dinamica orrorifica mostrata, cercano di mettere in scena legami controversi o rapporti comunque ancestrali presenti in natura ma difficili da codificare razionalmente.

Anche nel nuovo film di McCarhty al centro della vicenda c’è un inquietante rapporto tra genitrice e prole: una madre che si convince che suo figlio sia, fin dalla più tenera età, un bambino speciale cercando d’incentivarne tanto le facoltà fuori dal normale quanto le stranezze. E proprio quando il sinistro bambino comincia a manifestare qualcosa d’ancor più macabro che sembra nascosto al suo interno, negli angoli bui del suo Io più recondito, allora la donna si decide ad indagare… ad accettare il fatto che forse “strano” non sempre è “bello”.

Il tentativo di McCarthy, in partenza, sembra quello di voler restituire nuovo smalto all’horror moderno – fin troppo spesso preda di schemi e rituali antichi –, tirando in ballo nuove dinamiche finora esplorate poco o per niente, dal legame familiare passando per la reincarnazione. Per la prima volta non si parla semplicemente di possessione bensì di reincarnazione, appunto, ovvero di un’anima malvagia che è trasmigrata nel corpo di un vivo trovando non solo una nuova dimora, ma anche un nuovo modo per adempiere al proprio destino malvagio.

Nonostante le premesse intriganti, su carta dotate anche di un certo fascino, The Prodigy – Il Figlio del Male finisce per ricadere in tutti quei cliché che aveva cercato di evitare in sceneggiatura: il risultato è un horror scontato, dal ritmo prevedibile nonostante le variazioni inserite dalla regia di McCarthy, che regala pochi momenti jumpscare veramente degni di nota. Il resto è una prevedibile sinfonia dell’orrore, dove il male camuffa, con la propria natura soprannaturale, la banalità della malvagità insita nello stesso animo umano.

Il set up regala una serie di dettagli che rendono prevedibili e scontati gli sviluppi del racconto che si trasforma semplicemente, per lo spettatore, in un copione già visto proiettato sul grande schermo. Nonostante il pregevole tentativo di voler deragliare altrove, affrontando nuovi territori dell’horror, The Prodigy – Il Figlio del Male sceglie scientemente di non osare, restando con cautela nei limiti – e nei ranghi – di un percorso già tracciato da una lunga quanto ricca tradizione che lo ha preceduto.

Guarda il trailer di The Prodigy – Il Figlio del Male

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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