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The Outrun, recensione del film con Saoirse Ronan

Presentato ad Alice nella Città 2024, The Outrun di Nora Fingscheidt con Saoirse Ronan è l'adattamento dell'autobiografia "Nelle isole estreme" di Amy Liptrot.

Quando The Outrun di Nora Fingscheidt ci fa incontrare Rona per la prima volta, lei è già a pezzi. Non sappiamo da quanto, non sappiamo ancora bene come. Quello che sappiamo è che Rona, interpretata da Saoirse Ronan per la seconda volta con un film ad Alice nella Città 2024 dopo Blitz, beve un sacco. Il resto emerge invece un poco alla volta, in una progressiva ricostruzione del quadro di vita della ventinovenne che il film recupera a partire dai suoi brandelli lasciati appesi.

Un po’ qui, un po’ lì, in una gioventù che The Outrun illustra con una narrazione scomposta temporalmente, priva di una rassicurante linearità in cui potersi dire prima o potersi dire dopo. Rona era a Londra, ora è tornata a casa. Ma Rona è ancora a Londra, come non è mai davvero a casa. Nel freddo nord della Scozia, tra le sue isole Orcadi dove cerca di rintracciarsi e ricostruirsi mentre lotta con una dipendenza dall’alcolismo che l’ha risucchiata giù in una spirale di annientamento e le ha fatto perdere il prezioso rapporto con il suo ex ragazzo, Daynin (Paapa Essiedu).

Tornare all’origine

Un atto, quello del tornare, che non è solo una necessità pratica, ma anche uno sforzo di comprensione sul come riconnettersi alle radici ancestrali della propria terra d’origine. The Outrun è infatti un’opera fortemente atmosferica, meteorologica. Fingscheidt, che scrive anche il film assieme a Amy Liptrot a partire dalle memorie di quest’ultima, commenta Rona passando attraverso un riconoscimento delle territorialità naturalistiche delle Orcadi, dei loro paesaggi gelidi e brulli, delle loro tempeste improvvise, dei loro mari agitati.

E poi la fa ritrovare ancora in un riconoscimento invece umanistico, e quindi percorrendo le leggende, le tradizioni, i ricordi tramandati. Non ultimi quelli della propria famiglia, di cui Rona è punto intermedio tra due genitori separati che per lei ci sono, ma non in ogni istante. La madre (Saskia Reeves), fervente credente, rappresenta il controllo di sé, geometrico e talvolta opprimente; il padre (Stephen Dillane), affetto da bipolarità, la liberazione ingovernabile dell’arcano.

Ronan al centro del film

In mezzo a questa tensione perenne Rona oscilla, fatica, lotta. Poi cade, prova a rialzarsi, e ricomincia daccapo nel tentativo di imparare a suonare lo spartito di una vita che si accorda, con fatica, a quello che sta attorno la ragazza. Una metafora, quella del riordinare la confusione, i suoni, i rumori e le musiche, che The Outrun gestisce con eleganza ma con un poco di lungaggini, che restituiscono la sensazione di estendere in alcuni frangenti la frammentarietà dei tormenti di Rona. Come quando il film torna a sottolineare più e più volte l’occhio nero della ragazza, prima di mostrare in quale situazione glielo abbiano procurato.

Però, quando il film si stringe su Ronan, sul suo volto, sul suo fisico e sulle umoralità del suo personaggio, impatta con vigore la bravura dell’interprete che incorpora la disperazione dei deliri alcolici e la successiva profonda vulnerabilità. Mancava forse da un po’ – probabilmente dal Piccole donne di Greta Gerwig del 2019 – un ruolo che centrasse con convinzione l’attrice e le concedesse di sprigionarsi in tutta la sua carica recitativa. Merito è allora anche della regista, che le affida la scena delle frenesie e dei dolori, sostenendola con intelligenza nei momenti chiave.

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Nora Fingscheidt dirige Saoirse Ronan in The Outrun, opera dalla forte componente tangibile, atmosferica, che racconta in maniera non lineare la vita della ventinovenne Rona, giovane alcolista che deve raccogliere e ricomporre i pezzi della propria esistenza.

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