Una vecchia quercia sorregge il peso del tempo incessante, incarnando – con i suoi rami alti e forti – la capacità di resilienza di un’intera comunità, capace di sopravvivere agli urti della vita e della Storia. A partire da questa metafora potente Ken Loach ha tessuto il suo nuovo, prezioso, arazzo all’interno di una filmografia atipica, rara, popolata di film militanti e impegnati che non tradiscono mai la gentilezza spietata attraverso la quale il regista inglese guarda il mondo fin dalla fine degli anni ’60.
The Old Oak, letteralmente “La vecchia quercia”, arriva quattro anni dopo Sorry We Missed You, l’ultimo film diretto da Loach e presentato a Cannes. Anche quest’ultima opera è passata in concorso per la Croisette prima di approdare nelle sale dal 16 novembre, raccontando una storia comune ma dalla risonanza universale, che parla a tutti pur descrivendo, nei dettagli, le idiosincrasie e le sfumature del piccolo mondo di un paesino affacciato sull’impervia costa britannica del nord-est.
The Old Oak è un posto speciale: per una piccola comunità mineraria, vissuta per anni all’ombra di duro lavoro, scioperi e proteste, non è solo l’ultimo pub rimasto ma anche l’unico luogo pubblico in cui la gente può incontrarsi in quella che un tempo era una fiorente località, mentre oggi attraversa momenti molto duri dopo 30 anni di ininterrotto declino. Il proprietario del pub, TJ Ballantyne (Dave Turner) riesce a stento a mantenerlo, e la situazione si fa ancora più precaria quando il pub diventa territorio conteso dopo l’arrivo dei rifugiati siriani trasferiti nel villaggio. Stabilendo un’improbabile amicizia, TJ si lega ad una giovane siriana, Yara (Ebla Mari). Riusciranno le due comunità a trovare un modo di comunicare, instaurando un nuovo equilibrio?
Uno sguardo che non giudica né condiziona
La quercia a cui fa riferimento il titolo non è quindi solo il nome del pub gestito da TJ, unico luogo di aggregazione rimasto ad una comunità altrimenti alla deriva; l’albero svetta sul vessillo dei minatori, stendardo che veniva portato in processione durante la rituale parata annuale. Un’occasione che non ha più ragion d’essere ed esistere, spazzata via dalle contraddizioni del tempo e della Storia, che cancellano tutto… soprattutto le cose semplici, pronte ad essere divorate.
Lo sguardo di Loach non giudica né condiziona mai in nessun modo la percezione degli spettatori; il suo è un occhio (meccanico) attento che scruta, con discrezione, nelle vite degli altri, li accompagna nel loro quotidiano scivolando tra conversazioni intime e profonde, segreti inconfessabili, lutti mai superati, vergogne celate e gioie non condivise. La macchina da presa del regista britannico dialoga con il quotidiano, trasformando in lirico ciò che non lo è, componendo elegie delle piccole cose che popolano il reale, spregiudicato e mozzafiato nella propria normalità quanto nell’umanità che lo attraversa.

Ken Loach ha sempre mostrato, con orgoglio, il proprio attivismo socialista (ed umanista) parlando di lavoro e welfare, mettendo a nudo i disagi di un sistema politico che ha abbandonato le persone al loro triste destino, in balia degli eventi; ma in questo caso riesce a trasformare il particolare in universale, attraverso il racconto di una “piccola” vicenda qualunque di integrazione che si trasforma in un grande passo per la popolazione.
La storia narrata non ha, su carta, appigli tali da renderla cinematograficamente appetibile: sembra infatti non succedere niente tra le stradine anguste del piccolo centro affacciato su una costa impetuosa, lambita dal vento. Sembra, appunto. Perché l’attenzione degli spettatori viene subito rapita dalle dinamiche tra i vari personaggi, dalle relazioni contrastanti che li animano e che li rendono specchio fedele dell’infinita varietà umana, tra tipi fissi e caratteri che possiamo incontrare nel nostro quotidiano. E gradualmente, attraverso ogni crepa narrativa, Loach fa filtrare la luce di una storia e di tante motivazioni, che attraversano tempi e spazi, parlando di oggi ma anche di ieri.
Sconfitti dal peso della realtà
Il regista britannico evidenzia la tragedia delle comunità minerarie spazzate via dal governo Thatcher negli anni ‘80; al contempo, mostra la difficile integrazione di coloro che scappano dallo spettro della guerra per ricostruirsi una nuova vita, lasciando che siano i dialoghi, le reazioni e le situazioni ad evidenziare la povertà e il degrado della società moderna, trasformata in un’affamata “guerra tra poveri” nella quale è la paura ad animare i comportamenti, a trasformare ognuno in un potenziale nemico per l’altro.
Non ci sono vincitori né vinti nel cinema di Ken Loach, solo sconfitti dal peso della realtà, piegati dalla brutalità quotidiana che troppo spesso mostra il proprio freddo distacco abbandonando gli “attori” sulla scena – quindi gli esseri umani stessi – al proprio triste destino, condannandoli a vagare tra malinconie rabbiose alla ricerca di un’oasi di illusoria felicità, il barlume di una rassicurante tregua con la vita ma anche con la morte e il concetto stesso di perdita.
E così The Old Oak – il pub, soprattutto, ma anche il film stesso – diventa un baluardo, il simbolo di un cambiamento possibile che passa per la dignità della disperazione e la tragicità della salute mentale, l’incarnazione di un’utopia rivoluzionaria di pace e convivenza che abbatte distanze e differenze, riavvolgendo i fili del tempo e affiancando, nello specifico, degli esuli politici sopravvissuti agli orrori della guerra ad un gruppo di minatori spinti alle corde dell’esistenza.
E Loach, a 87 anni, continua a ruggire con la coerenza della propria visione politica e cinematografica (un po’ come il nostro Marco Bellocchio), dimostrando quante siano le potenzialità del cinema e quante storie possa ancora raccontare quest’ultimo, parlando di noi, degli altri, del passato e del presente, in un dialogo ininterrotto.


