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The Monkey, recensione dell’horror di Osgood Perkins

Dopo Longlegs, Osgood Perkins torna dietro la macchina da presa con The Monkey, tratto dal racconto breve di Stephen King. Al cinema dal 20 marzo con Eagle Pictures.

A meno di un anno di distanza dall’uscita di Longles con un inquietantissimo Nicolas Cage, il regista e sceneggiatore Osgood Perkins decide di mettere da parte il racconto incentrato puramente sulle atmosfere per abbracciare un tipo di narrazione molto più canonica e strutturata rispetto a quelle partorite in passato, realizzando un’insolita dark comedy in cui l’espediente del sangue che scorre a fiumi è pensato non tanto per genere una paura reale quanto piuttosto per scioccare e divertire allo stesso tempo.

Basato sull’omonimo racconto breve del re del brivido Stephen King contenuto nella raccolta “Scheletri” pubblicata nel 1985, The Monkey segue la storia di due fratelli gemelli in perenne conflitto che, da piccoli, trovano una misteriosa scimmietta a molla che inizia a scatenare una serie di morti inspiegabili, distruggendo la loro famiglia. Venticinque anni dopo il giocattolo maledetto riappare, dando inizio ad una nuova scia di sangue e costringendo i due fratelli, ormai separati dalla vita, a fare i conti con il loro oscuro passato.

Legami familiari e ineluttabilità del destino

Fino ad oggi, Osgood Perkins aveva abituato il suo pubblico ad uno stile distintivo che pareva essersi consolidato attraverso opere quali February – L’innocenza del male, Sono la bella creatura che vive in questa casa, Gretel e Hansel e il già citato Longlegs, fatto di ritmi lenti e atmosfere soffocanti. In The Monkey – al cinema dal 20 marzo con Eagle Pictures – assistiamo ad una sorprendente e curiosa inversione di marcia.

Il regista – anche sceneggiatore del film – mette da parte il suo approccio tipicamente minimalista alla storia, quello che permette al terrore di insinuarsi gradualmente invece di esplodere attraverso improvvisi jumpscare, per abbracciare una narrazione più lineare e articolata, concependo l’adattamento del racconto originale del maestro Stephen King come una visione contorta e pessimista sui legami familiari, sul senso di colpa e sull’ineluttabilità del destino.

Indubbiamente, Perkins si concede delle libertà rispetto al racconto di King, a cominciare dalla scelta dei fratelli gemelli (interpretati da un Theo James piuttosto convincente) al posto dell’unico protagonista della storia originale. Per sopperire ad un materiale di partenza comunque limitato, il figlio d’arte sceglie di adottare una prospettiva decisamente ironica e cinica per il suo adattamento, nella quale infondere una vena di profondo umorismo nero. Il risultato è uno spettacolo macabro che però sembra funzionare soltanto a metà, infarcito di cameo importanti (da Adam Scott a Elijah Wood) e di continui easter egg e citazioni all’universo del prolifico scrittore del Maine.

Tra senso di repulsione e incontrollabile risata

Uno dei temi centrali di The Monkey è sicuramente quello della morte, che a differenza delle precedenti opere di Perkins viene qui trattato con una comicità ai limiti dello slapstick. Quasi tutti i personaggi del film – che annovera tra i produttori anche il re mida dell’horror contemporaneo James Wan – muoiono in modi a dir poco disgustosi.

Perkins si diverte a mettere in scena un vero e proprio bagno di sangue, indugiando su corpi ridotti in poltiglia, teste decapitate e ferite raccapriccianti; si sfocia spesso nel gore e l’obiettivo di far nascere nel pubblico un senso di repulsione va a braccetto con l’esplicita volontà di generare al contempo un’incontrollabile risata.

Morti ingegnose e immagini suggestive

Per quanto orribili, ingegnose e meticolosamente orchestrate siano le morti (da questo punto di vista non si può non pensare al franchise di Final Destination), le stesse finiscono col perdere d’impatto a mano a mano che la storia progredisce. Accade lo stesso con il giochino dell’umorismo irriverente e grottesco, che alla lunga diventa un espediente quasi ripetitivo: se da un lato è la benzina forte della prima parte della narrazione, Perkins dimostra ben presto di non saperlo padroneggiare a dovere, appesantendo il racconto nel secondo atto e rendendolo sempre meno ironico e incisivo con l’avvicinarsi del finale.

Tuttavia, è innegabile che il regista sia abilissimo nelle creare immagini suggestive. Grazie al contributo del direttore della fotografia Nico Aguilar, anche questa volta Perkins realizza una serie costante di inquadrature capaci di instillare un senso di inquietudine persino nei momenti più frivoli e banali. Non importa, ad esempio, quante volte la scimmia giocattolo appaia sullo schermo: il balocco infernale non smette mai di turbare, soprattutto perché il regista gli conferisce l’incredibile capacità di comparire nei momenti meno attesi.

Cambio netto o divertente parentesi? 

Probabilmente, a mancare in The Monkey è una reale profondità rispetto alla storia che Perkins voleva raccontare. Il film cerca di mostrare come il dolore possa spingere chi è in lutto a compiere gesti estremi, ma questa tematica – insieme a tutte le altre già dichiarate in precedenza – viene soffocata da una costante ricerca della battuta forzata ad ogni costo.

Ciò che ha reso i precedenti film di Perkins così inquietanti era la sua capacità di costruire un’atmosfera soffocante attorno a storie e personaggi che sembravano operare al di fuori di ogni logica. The Monkey rappresenta un cambio netto o soltanto una divertente parentesi nella filmografia del suo autore? Questa volta, il regista ha dimostrato di essere meno efficace nel solleticare il nostro senso dell’umorismo, nella speranza che un giorno possa tornare esclusivamente a turbare i nostri incubi.

Guarda il trailer ufficiale di The Monkey

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Osgood Perkins si diverte a mettere in scena un vero e proprio bagno di sangue, indugiando su corpi ridotti in poltiglia, teste decapitate e ferite raccapriccianti; si sfocia spesso nel gore e l'obiettivo di far nascere nel pubblico un senso di repulsione va a braccetto con l'esplicita volontà di generare al contempo un'incontrollabile risata. Probabilmente, a mancare in The Monkey è una reale profondità rispetto alla storia che il regista voleva raccontare.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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Osgood Perkins si diverte a mettere in scena un vero e proprio bagno di sangue, indugiando su corpi ridotti in poltiglia, teste decapitate e ferite raccapriccianti; si sfocia spesso nel gore e l'obiettivo di far nascere nel pubblico un senso di repulsione va a braccetto con l'esplicita volontà di generare al contempo un'incontrollabile risata. Probabilmente, a mancare in The Monkey è una reale profondità rispetto alla storia che il regista voleva raccontare.The Monkey, recensione dell'horror di Osgood Perkins