mercoledì, Agosto 10, 2022
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The Midnight Sky, recensione del film di e con George Clooney

La recensione di The Midnight Sky, il film sci-fi diretto e interpretato da George Clooney. Dal 23 dicembre disponibile su Netflix.

Ne siamo sempre più coscienti: il nostro impatto (negativo) sul pianeta Terra porterà (di fatto, sta già portando) a un punto di non ritorno. Forse non è un caso che la Nasa abbia recentemente rilanciato il progetto di conquista dello spazio, puntando i riflettori su Marte; un piano d’azione, quest’ultimo, tornato in auge in concomitanza con la scelta di alcune Nazioni (tra le quali gli Stati Uniti, che comunque con l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca dovrebbero fare marcia indietro) di non firmare l’ultimo aggiornamento del “Protocollo di Kyoto“, finalizzato alla riduzione delle emissioni di sostanze nocive nell’atmosfera. Un tema, quello ecologista, che anche il cinema negli ultimi anni ha affrontato con sempre maggiore interesse. Ne è un’ultima testimonianza il nuovo film diretto e interpretato da George ClooneyThe Midnight Sky, che sarà disponibile su Netflix a partire dal 23 dicembre.

L’eventuale fine del mondo e dell’umanità ha sempre suggestionato il cinema, specie quello di genere. Già alla metà del secolo scorso, il declino della civiltà umana cominciò ad essere raccontato con una certa frequenza sul grande schermo, anche in forme molto diverse tra loro. A volte la minaccia poteva provenire dallo spazio profondo, come nel caso del (mica tanto) b-movie Ultimatum alla terra (1951) di Robert Wise; più spesso, in quegli anni segnati dalla Guerra Fredda, la colpa del collasso dell’umanità veniva imputata all’umanità stessa, rea di aver scatenato guerre planetarie capaci di condannarla se non all’estinzione quantomeno a una regressione primitiva. Così, film quali L’uomo che visse nel futuro (1960) di George Pal e Il pianeta della scimmie (1968) di Franklin Schaffner raccontavano di un genere umano ridotto ad una condizione primordiale e, nel secondo caso, persino sostituito dai primati.

Con l’appropinquarsi del Nuovo Millennio, le guerre nucleari (mai comunque passate di moda) hanno lasciato sovente il passo all’ecologia e alla preservazione dell’ambiente naturale. L’aumento del riscaldamento globale ha indotto i governi di tutto il mondo a cercare soluzioni a breve e lungo termine capaci di arginare un processo che, per certi versi, appare irreversibile. Hollywood si è subito affezionata al tema, caldeggiato anche dai suoi più significativi rappresentati (un nome su tutti: Leonardo DiCaprio). Sono testimonianza di questo rinnovato interesse in materia di ecologia un’infinità di opere, più o meno riuscite, più o meno pessimiste: tra queste, è quantomeno doveroso segnalare The Road di John Hillcoat (tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy) e il più recente Light of my Life di e con Casey Affleck. The Midnight Sky di Clooney si inserisce proprio in questo filone “ambientalista”. Il film, sceneggiato da Mark L. Smith (Revenant – Redivivo), è tratto dal romanzo Good Morning, Midnight di Lily Brooks-Dalton (tradotto in italiano: La distanza tra le stelle) e racconta una storia ambientata in un futuro prossimo, il 2049, dove la Terra sembra ormai vicina al collasso.

Augustine Lofthouse (George Clooney) è uno scienziato che, anni addietro, ha scoperto un pianeta abitabile in prossimità di Giove, denominato K-23. Quando un cataclisma misterioso mette a repentaglio la vita sulla Terra, Augustine decide – in controtendenza rispetto ai propri colleghi – di non abbandonare il centro di monitoraggio e ricerca situato a poca distanza dal Circolo Polare Artico dove ha speso gli ultimi anni della sua carriera. Conscio della gravità della situazione, lo scienziato cerca di mettersi in contatto con la navicella Aether che, dopo aver compiuto una missione esplorativa su K-23, sta tornando sulla Terra con a bordo un equipaggio composto da 5 membri, tra i quali l’esperta di comunicazioni Sully (Felicity Jones), in dolce attesa, e il comandante Gordon Adewole (David Oyelowo), padre del nascituro.

Ben presto Augustine scopre di non essere l’unico abitante della base artica all’interno della quale sta conducendo le proprie ricerche: la piccola Iris (Caoilinn Springall), infatti, vi è stata erroneamente abbandonata durante le concitate fasi di evacuazione. Intanto, le comunicazioni con la navicella sono rese difficili dal raggio d’azione limitato dell’antenna attraverso la quale lo scienziato sta cercando di contattare gli astronauti. Mettendo a rischio la propria vita e quella di Iris, Augustine matura la decisione di intraprendere un periglioso viaggio per raggiungere un’altra base contenente strumenti tecnologici più avanzati per poter informare l’Aether di quanto accaduto sul pianeta e convincere l’equipaggio a fare ritorno su K-23.

the midnight sky

Come anticipato, The Midnight Sky appartiene a una corrente che negli ultimi anni ha ottenuto un notevole successo al cinema, e che proprio alla luce di ciò appare di per sé difficilmente aggiornabile. Nonostante questo, al di là del macrotema ecologista, il film di Clooney riesce comunque a proporre una riflessione per nulla banale, che assume le forme di un vero e proprio monito rivolto agli spettatori: innovazione tecnologica e “atrofizzazione” del pianeta viaggiano a due velocità differenti. Il film, pur raccontando una storia ambientata nel 2049, chiama in causa direttamente il presente, affermando perentoriamente che il nostro futuro dipende dalla scelte (anche quelle piccole e quotidiane) che compiamo oggi. Abbiamo poco tempo a disposizione per cercare di sistemare le cose, sembra dirci Clooney con il suo film, e dobbiamo essere consapevoli del fatto che se un giorno avremo la possibilità di esplorare lo spazio per trovare nuovi pianeti abitabili (magari, chissà, proprio tra 29 anni) l’umanità, come la conosciamo, potrebbe non esistere più.

Peccato che tale riflessione venga progressivamente abbandonata, triturata dagli ingranaggi di una struttura narrativa che frammenta troppo il racconto. Si ha la sensazione che Clooney voglia dire troppe cose, rischiando di non riuscire a focalizzare alcuno spunto in modo adeguato. Così, se il tema ecologista rimane comunque centrale, il film ben presto devia bruscamente per assumere una dimensione più intima, concentrandosi sulla relazione tra Augustine – che in passato ha trascurato la famiglia per la carriera, e ha pure una figlia non riconosciuta – e la piccola Iris. Un tema, quello della paternità, anch’esso solo abbozzato e che si disperde in una serie di flashback relativi al passato dello scienziato (impersonato, da giovane, dall’attore Ethan Peck) strumentali (perché voler per forza raccontare tutto?), ai limiti del ridicolo (involontario, naturalmente), e che oltretutto rubano spazio al racconto (potenzialmente più interessante) del viaggio che Augustine intraprende con Iris, di conseguenza descritto in maniera fin troppo sbrigativa e contraddistinto, inoltre, da sequenze che vanno ben oltre il limite della credibilità: Augustine, pur cadendo nel mare ghiacciato riesce miracolosamente a non morire di ipotermia (per la serie: Jack Dawson, scansati proprio).

Neppure il segmento narrativo ambientato nello spazio, giustificato a livello drammaturgico dai tentativi di comunicazione tra gli astronauti e Augustine (ma forse c’è anche dell’altro), è esente da difetti. Al di là di qualche trovata figurativa suggestiva (gli ologrammi che ricreano i ricordi familiari dei membri dell’equipaggio), l’ambientazione spaziale non aggiunge nulla al genere sci-fi, apparendo al contrario debitrice di un’estetica ormai talmente cristallizzata (specie da Gravity di Alfonso Cuarón in poi) che quasi obbliga ogni film appartenente al genere a fare i conti con gli stessi cliché, a cominciare dalla classica pioggia di meteoriti che mette a dura prova astronauti e navicella.

Così, nonostante un doppio colpo di scena finale (in parte telefonato), il film procede mestamente senza dare mai la sensazione di raggiungere la necessaria coerenza narrativa. E, in conclusione, quello che si apprezza maggiormente è uno dei suoi elementi “secondari”: il lavoro di decostruzione compiuto da Clooney nei confronti del suo “personaggio”. Per anni quintessenza del divismo hollywoodiano contemporaneo, novello Cary Grant capace di mantenere inalterato il proprio fascino anche impersonando personaggi negativi (il Mike Morris de Le idi di marzo), Clooney in The Midnight Sky si toglie di dosso ogni rimasuglio di aura iconica (e di sex appeal) per vestire i panni di un uomo anziano, logorato dalla malattia e incapace di fare i conti con i fantasmi del proprio passato. Interessante certamente, ma forse un po’ troppo poco per un film che, sulla carta, covava ben altre ambizioni.

Guarda il trailer ufficiale di The Midnight Sky

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Nonostante un doppio colpo di scena finale (in parte telefonato), The Midnight Sky procede mestamente senza dare mai la sensazione di raggiungere la necessaria coerenza narrativa. E, in conclusione, quello che si apprezza maggiormente è uno dei suoi elementi "secondari": il lavoro di decostruzione compiuto da Clooney nei confronti del suo "personaggio".
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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The Midnight Sky, recensione del film di e con George ClooneyNonostante un doppio colpo di scena finale (in parte telefonato), The Midnight Sky procede mestamente senza dare mai la sensazione di raggiungere la necessaria coerenza narrativa. E, in conclusione, quello che si apprezza maggiormente è uno dei suoi elementi "secondari": il lavoro di decostruzione compiuto da Clooney nei confronti del suo "personaggio".