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The Mastermind, recensione del film con Josh O’Connor

Diretto dall'acclamata regista Kelly Reichardt e interpretato da Josh O'Connor, The Mastermind arriva nelle sale dal 30 ottobre distribuito da MUBI.

Josh O’Connor si potrebbe candidare come nuovo archetipo di quella tipologia di personaggio cinematografico che risponde alla definizione di personaggio spaesato. Una figura caratterizzata dall’incapacità di allinearsi con una realtà che non riesce a comprendere: dalla quale si sente respinto e che, allo stesso tempo, egli stesso rifugge. Ne aveva già tracciato un perfetto esempio in La chimera di Alice Rohrwacher, dove interpretava un tombarolo inglese capitato per amore in una misteriosa provincia italiana sospesa tra passato e presente; ma, in fin dei conti, anche il “suo” Principe Carlo in The Crown, diviso tra aspirazioni personali e doveri familiari, ne era un fulgido esempio. Così come lo era anche il tennista spiantato di Challengers di Luca Guadagnino che si trova a battagliare con il suo migliore (ex) amico e storico avversario spinto dal desiderio verso un’affascinante femme fatale (che, di fatto, “pilota” i duelli sportivi tra i due).

Sarà forse per quel suo sguardo dolente, quell’espressione spesso indecifrabile (di chi sembra capitato in un posto per puro caso), per quella fisicità allampanata, o per la capacità di comunicare l’incomunicabile che si agita nelle profondità dell’anima con un movimento degli occhi o con un gesto. Sta di fatto che probabilmente proprio per queste sue peculiarità interpretative Kelly Reichardt, autrice tra le più indipendenti del cinema americano, l’ha scelto per impersonare il protagonista del suo ultimo film: The Mastermind. Presentato con discreto successo all’ultimo Festival di Cannes, il film uscirà il 30 ottobre al cinema distribuito da MUBI.

Da aspirante architetto a ladro è un attimo

Siamo nell’America degli anni ’70, un paese tormentato da profonde tensioni sociali e politiche (sono gli anni delle proteste giovanili contro la guerra del Vietnam). Nell’autunnale Massachusetts, dove si svolge la vicenda, gli echi delle contestazioni sembrano però fare faticare ad arrivare, attuti dall’apatia (s)confortante della provincia. Qui, il giovane James (O’Connor), aspirante architetto che sembra aver perduto ogni ambizione artistica, trascorre le sue giornate da disoccupato scroccando soldi alla ricca famiglia – millantando ai genitori suggestive opportunità lavorative che necessitano però di investimenti preventivi -, e progettando una rapina al museo di arte contemporanea della cittadina in cui vive.

Così, mentre la moglie Terri (Alana Haim, già protagonista di Licorice Pizza di P.T. Anderson, vista anche nel più recente Una battaglia dopo l’altra), ormai disillusa dal recuperare il marito, mantiene la famiglia (che comprende anche due figli) grazie al suo lavoro da segretaria, James insieme a un manipolo di ladruncoli improvvisati sogna di fare il grande colpo. Nonostante sia convinto dell’efficienza del proprio piano, la rapina alla fine va però a monte, anche a causa della complicità maldestra dei suoi compagni; e James è così costretto a fuggire per evitare l’arresto.

Un heist movie esistenzialista

A suo modo, The Mastermind è un film ambizioso. Reichardt si diverte a giocare con i generi cinematografici e con le aspettative del pubblico. Dedica alla progettazione della rapina, al suo svolgimento e agli accadimenti successivi al furto una parte considerevole della storia, eppure fin dal principio è palese che il film non voglia esauristi nel racconto (a tratti anche sfinente) del trafugamento di alcune opere d’arte. Lo sguardo della regista (anche sceneggiatrice e montatrice) si concentra ossessivamente sul protagonista, facendo emergere – senza alcuna fretta, e talvolta in maniera volutamente disordinata – tutta una serie di elementi che si svilupperanno parzialmente nella seconda e ultima parte del film: quella della fuga.

Una fuga che James diventa emblema di un’esistenza apatica e fallimentare: le ambizioni da architetto abbandonate, il disallineamento con la famiglia (sia quella in cui è nato, sia quella che ha contribuito a costruire con Terri). La sua triste parabola, che trasuda il dramma si un’esistenza vuota, non sfocia comunque mai in pura tragedia. Reichardt, infatti, puntella la storia con una sottile, acre e surreale ironia che accentua l’aura kafkiana della vicenda, suggerendo al contempo l’agitarsi di forze (auto)distruttive che definiscono la vita interiore del protagonista: vittima probabilmente di un destino sadico, ma anche di sé stesso. Epifanica, da questo punto di vista, la breve ma fondamentale sequenza in cui James trova rifugio presso due vecchi amici, Fred e Maude (John Magaro e Gaby Hoffman).

Un film che gira a vuoto, come il suo protagonista

All’apparenza The Mastermind sembra un film senza una meta, che si perde a raccontare cose futili anziché scavare con decisione nella psiche di un protagonista che per tutto il film rimarrà un mistero: per coloro che gli sono vicini, per noi spettatori, ma forse anche lui stesso. In realtà, Reichardt non fa altro che adattare il ritmo del film al suo protagonista: un uomo che sta girando a vuoto da chissà quanto tempo, che non sa più chi è e dove sta andando. Come un criceto che corre spasmodicamente su una ruota, inconscio del fatto che la sua fatica non lo sta portando da nessuna parte, James corre per restare immobile, mentre invece – paradossalmente – intorno a lui una realtà, che appare placida, è in realtà in costante agitazione.

E alla fine si prova persino tenerezza per questo inetto che cerca nei modi più improbabili di dare un senso alla propria vita, o quantomeno che prova a indirizzarla verso una direzione. Un personaggio il cui disagio non è mai urlato, bensì sussurrato dalla sua quotidianità; un antieroe destinato a essere fagocitato da quella realtà di cui non comprende i meccanismi. Viene quasi da pensare, a un certo punto, che quella di James sia una ribellione al contrario. Contro chi o cosa è difficile dirlo: la famiglia alto borghese, l’ordine costituito, il destino, sé stesso. Sta di fatto che, attraverso la placidità del suo cinema – non per tutti i gusti, ma prezioso se lo si affronta con il giusto piglio -, Reichardt ci restituisce il ritratto di uno sconfitto con il quale, in fondo, un po’ ci identifichiamo.

Guarda il trailer ufficiale di The Mastermind

GIUDIZIO COMPLESSIVO

The Mastermind sembra avere, all'apparenza, tutti i cliché del classico film indipendente. Eppure, se gli si dà fiducia e si accetta di entrare nel suo flusso narrativo mellifluo e ipnotico, si riconosce la capacità di raccontare in modo originale la parabola di un anonimo antieroe bistrattato dalla vita e dal destino, a cui Josh O'Connor dona una caratterizzazione allampanata, esaltata dai tocchi ironici della regista Kelly Reichardt.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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