The Lost City è il titolo del film d’avventura che vede protagonista, sul grande schermo, l’inedita coppia formata da Sandra Bullock e Channing Tatum, affiancati da un irresistibile Brad Pitt e da un inedito Daniel Radcliffe. Una scrittrice riluttante, un modello superficiale, un cattivo sopra le righe e un pericoloso viaggio su un’isola misteriosa per ritrovare un antico tesoro: sono questi gli elementi alla base del film diretto da Adam Nee e Aaron Nee che è pronto ad approdare nelle sale dal prossimo 21 aprile.
Loretta Sage (Bullock), solitaria scrittrice di successo, ha trascorso la sua carriera scrivendo popolari romanzi d’amore a base di avventure ambientate in luoghi esotici e sconosciuti; protagonista dei suoi racconti è il bellissimo modello di copertina Alan (Tatum), che incarna “Dash”, l’eroe protagonista dei vari titoli. Mentre è in tour proprio insieme ad Alan per promuovere il suo nuovo libro, Loretta viene rapita da un eccentrico miliardario (Radcliffe), convinto che lei possa condurlo al tesoro dell’antica città perduta che la donna ha descritto così bene nel suo romanzo. Alan, spinto dalla voglia di dimostrare a tutti che può essere un eroe anche nella vita reale, si mette in viaggio per salvarla, cercando di sopravvivere ai terribili segreti della giungla.
The Lost City rappresenta il tentativo – brillante e riuscito – di adattare, per il mercato odierno, un genere in voga soprattutto negli anni ’80: la rom-com con venature avventurose, che ha visto nei film All’inseguimento della pietra verde (diretto da Robert Zemeckis) e nel suo sequel Il gioiello del Nilo i due manifesti più rappresentativi, capaci di mescolare alla classica struttura della commedia romantica (due personaggi si incontrano ma vengono ostacolati; agli spettatori il piacere di capire come e quando finiranno insieme, dopo quali peripezie) il fascino dell’avventura esotica, pericolosa e sopra le righe, tanto mainstream e pop(ular) da intrattenere e divertire un pubblico il più ampio possibile. Il film di Adam Nee e Aaron Nee riporta in auge questo gusto perduto, contando soprattutto sull’alchimia indiscutibile tra i protagonisti Sandra Bullock e Channing Tatum.
La Bullock ha già mostrato, nel corso di una lunga e ricca filmografia, le sue doti da brillante comédienne in grado di attraversare i generi, unendoli e mescolandoli tra loro fino ad ottenere brillanti contaminazioni; il camaleontico talento dell’attrice sboccia in The Lost City trovando una perfetta controparte maschile in Tatum, che a sua volta aveva già dimostrato in diverse occasioni la sua predisposizione alla commedia (come non ricordare, ad esempio, La Fortuna dei Logan di Steven Soderbergh?) abbandonandosi però, in questo caso, ad una performance irresistibile e sopra le righe, venata da una leggerissima attitudine satirica nei confronti di molti luoghi comuni che aleggiano intorno ai “bellocci” da copertina, ragazzotti molto belli, con un fisico scolpito, ma con discutibili attitudini intellettuali.
E sono proprio i personaggi, così ben delineati, a conferire a The Lost City una serie di impareggiabili appigli intorno ai quali sviluppare l’intero storytelling del film: Loretta e Alan (la coppia Bullock/Tatum) sono figli del nostro tempo, archetipi immortali della settima arte che riescono però ad aggiornarsi alle contraddizioni della nostra epoca 3.0, destreggiandosi tra nevrosi, segreti e malinconie. Da meno non sono i personaggi di contorno, a loro volta caratteristi sulla scena e mai semplici macchiette: la migliore amica/editrice disperata e coriacea, il cattivo megalomane quanto eccessivo e infine “l’aiutante magico”, un irresistibile Brad Pitt calato nei panni di un personal trainer/ex marine pronto (quasi) a tutto. L’universo teorizzato da Vladimir Propp nel suo schema delle fiabe trova nuova linfa vitale grazie ad una scrittura moderna e accattivante, ben consapevole di come solleticare l’immaginario collettivo del pubblico.
Il set up di The Lost City è irresistibile: gli sceneggiatori Dana Fox, Oren Uziel e Adam Nee sanno bene come giocare con il linguaggio cinematografico, solleticando la curiosità degli spettatori ormai smaliziati e abituati ad un certo tipo di narrazione. La leggerezza che attraversa il primo atto è fresca come una brezza estiva, perché davvero i personaggi che si vedono sullo schermo sono degli improbabili (anti)eroi presenti al momento sbagliato… e nel posto sbagliato, fuori luogo, impacciati e in difficoltà come potrebbe essere ognuno di noi in una delle situazioni rappresentate sullo schermo. La capacità della sceneggiatura di prendersi poco sul serio non fa che aumentare la portata comica, contribuendo a mostrare delle gag inarrestabili (quanto irresistibili).
I focus intorno a cui ruota l’azione, ovvero gli argomenti che permettono a quest’ultima di svilupparsi, sono ben chiari ed espressi già dai primi minuti, fino a trasformarsi in ricorrenti leitmotiv che accompagneranno la storia verso il suo epilogo: è importante lasciarsi il passato alle spalle per poter andare avanti, scrutando nelle indefinite potenzialità delle avventure future. Ad aumentare la portata comica delle gag è, ovviamente, anche la complessa modernità degli eroi riluttanti: Loretta è una donna che ha sofferto e si è chiusa in se stessa, ma è consapevole del sacro fuoco d’avventuriera che le arde dentro; Alan, per quanto sia un modello da copertina, dimostra quasi subito di essere animato da buoni sentimenti che lo trasformano in un “guerriero senza macchia né paura”, naif e infantile, ma mosso da nobili intenti. C’è complicità e parità nella coppia Loretta/Alan, con entrambi che finiscono per salvarsi a vicenda, necessitando l’uno dell’aiuto dell’altra per portare a termine quell’eccentrico viaggio.
Purtroppo il ritmo indiavolato di The Lost City sembra rallentare già a partire dal secondo atto, da quando la sceneggiatura sceglie di seguire percorsi più convenzionali e aderenti ai topoi di genere: le scene d’azione sono pirotecniche ma già viste in innumerevoli altre (mega) produzioni hollywoodiane e il tono da romcom finisce per riconquistare le luci della ribalta, sedando la vena più brillante (e comica) a favore di un pattern fin troppo tradizionale e scontato, piacevole da gustare ma prevedibile negli esiti. Una scommessa, quella del film, che sembra partire con la voglia di sovvertire la quarta parete utilizzando il linguaggio del meta-cinema, ma che invece termina la propria folle corsa sgonfiandosi, esattamente come un pirotecnico fuoco d’artificio che crepita nell’aria fino a spegnersi.



