«Quanto è inappropriato chiamare questo pianeta ‘Terra’ quando è chiaramente ‘Oceano’». La nota citazione dell’autore di fantascienza Arthur C. Clarke con cui si apre The Last House è già una dichiarazione del suo regista, Louis Leterrier: l’essere umano ha perso la sua centralità (sempre che l’abbia mai avuta), non è più il dominatore della natura ma è costretto a sottomettersi ad essa, e per quanto si sforzi di continuare a vivere, non può fare altro che sopravvivere.
Non c’è niente di particolarmente originale o di mai visto in questa tesi, soprattutto nel cinema distopico/catastrofico dal quale il film prende gran parte del suo immaginario, a partire da La guerra dei mondi, tra i più conosciuti del genere. Eppure The Last House riesce a ritagliarsi un suo spazio, grazie ad alcune idee che lo distanziano dalle produzioni Netflix più dozzinali e raffazzonate e lo inseriscono tra gli horror di buona fattura che in questi anni (e in particolare nel 2026, tra gli Obsession, i Backrooms e gli Hokum vari) stanno popolando il grande schermo. Anche se questo, tecnicamente, non andrà al cinema.

Una famiglia intrappolata in casa…
L’inizio ricorda un po’ quello di un altro prodotto Netflix, L’eternauta. Lì c’era un’invasione aliena che si manifestava con un’improvvisa e mortale nevicata perenne. Qui c’è una pioggia incessante, non altrettanto letale ma comunque poco naturale: appare viva, pensante e ostile. Si insinua nelle fondamenta delle abitazioni e crea una barriera che impedisce a chiunque di uscire. È un esperimento governativo? Un nemico extraterrestre? O qualcosa di diverso?
Se lo chiedono, in un primo momento, Jason (Wagner Moura) e Riley (Greta Lee), che rimangono intrappolati insieme ai figli Ruth (Riley Chung e Emma Ho) e Graham (Noah Alexander Sosnowski e Gabriel Barbosa). Ben presto però gli interrogativi e le speranze lasciano il passo all’istinto di sopravvivenza, perché la situazione si protrae a lungo e le scorte di cibo scarseggiano. Solo Ruth, con i suoi occhi di bambina, sembra interessata a scoprire di più sulle misteriose creature che si intravedono nella pioggia.
…come un equipaggio alla deriva
Se proprio in questi giorni è in sala Hokum, che di fatto è una grande escape room tra il folk horror e il giallo, The Last House è quasi l’opposto. Scappare non è possibile e l’unica cosa che resta alla famiglia di Jason e Riley è trovare conforto nella routine e nel loro legame. Una sensazione familiare, in un mondo appena uscito da una pandemia. Anche per questo non è difficile empatizzare con i protagonisti, ben scritti dalla sceneggiatura di Matthew Robinson e valorizzati da due attori eccellenti come Moura e Lee. Non a caso alcuni dei momenti migliori sono quelli in cui i genitori riflettono sul come educare i figli in una situazione così estrema, o nelle soluzioni ingegnose che trovano per il proprio sostentamento (per alcune bisogna chiudere un occhio sulla credibilità, ma poco male).
The Last House assomiglia quindi molto alle storie di equipaggi alla deriva, con Leterrier che enfatizza l’analogia facendo dell’abitazione una sorta di imbarcazione immersa in una tempesta costante. Tant’è che a un certo punto Jason inizierà a “pescare” dal camino gli animali che si aggirano nei dintorni. C’è, in questo film, tutta la componente da survival movie su cui Christopher Nolan, lecitamente più interessato ad altri aspetti, non si è soffermato più di tanto nella sua Odissea.

Un body horror atipico che crolla sul finale
Dei vari generi che attraversa, forse quello che funge da filo rosso connettivo è però il body horror. Dove il “body” non è quello umano, ma la casa stessa. Per tutto il film i protagonisti – in particolare Jason, da buon ingegnere qual è – non fanno altro che demolire, decostruire, rimodellare secondo le proprie esigenze le sue pareti, i pavimenti, i mobili e gli oggetti al suo interno. È una casa in continua trasformazione, e più passa il tempo più emergono le crepe che ne minano la solidità, rendendola specchio riflesso del logoramento psicofisico dei protagonisti.
Fin quando The Last House rimane su questi binari, funziona molto bene ed è forse uno dei lungometraggi migliori del regista francese in diversi anni. Nel momento in cui invece prova a costruire un rapporto umano/mostro o umano/alieno, si scontra con la complessità e lo spessore visivo con cui altri autori hanno affrontato lo stesso problema – Guillermo Del Toro e Steven Spielberg su tutti, anche nei recenti Frankenstein e Disclosure Day – e sprofonda in un oceano di banalità, che non riesce ad aggrapparsi nemmeno alla tecnica e all’estetica, tra un montaggio parecchio confusionario nelle scene più concitate e un character design delle creature tentacolari poco ispirato. Per fortuna, arrivati a quel punto il film è ormai finito.


