Un appartamento, una cena, quattro personaggi. A Olivia Wilde bastano questi tre elementi per girare, ad oggi, la migliore commedia dell’anno. Remake del film spagnolo Sentimental uscito nel 2020, The Invite – Il piacere è tutto nostro vede l’attrice tornare per la terza volta in cabina di regia, facendoci dimenticare in fretta di essere la stessa dietro a quel pasticcio informe e sconclusionato di Don’t Worry Darling, del quale a quattro anni di distanza l’unica cosa che ancora ci chiediamo è: ma Harry Styles ha davvero sputato su Chris Pine?
Due matrimoni e una cena
Per fortuna, dalla visione di The Invite usciremo con ben altre domande. Chi è sposato potrebbe interrogarsi sulla solidità del proprio matrimonio, traendo qualche importante spunto di riflessione; chi non lo è potrebbe invece concordare con la citazione/monito di Oscar Wilde che apre il film – “Bisogna essere sempre innamorati. Questa è la ragione per cui non ci si dovrebbe mai sposare” – o rinnovare la propria fede nell’idea di condividere la propria vita con quella di un altro. Non esistono risposte certe o facili, e già questo è un testamento della complessa stratificazione che Olivia Wilde è in grado di infondere in appena un’ora e quarantacinque minuti.
Ambientato interamente in un appartamento a San Francisco, il film mette in scena l’incontro tra due coppie molto diverse: Joe (Seth Rogen) e Angela (Olivia Wilde) hanno una figlia, una vita insieme e un rapporto logorato dai costanti litigi e battibecchi, mentre i loro vicini Hawk (Edward Norton) e Piña (Penélope Cruz) stanno insieme da poco e la loro relazione sembra andare a gonfie vele, soprattutto sotto il profilo sessuale. Un semplice invito a cena da parte dei primi si trasforma in una serata surreale e rivelatoria, dove il progressivo emergere di menzogne e verità sopite getterà una nuova luce sul loro matrimonio.

La centralità della figura dell’attore
La prima cosa che salta all’occhio di The Invite è quanto la figura dell’attore assuma un ruolo ancora più preponderante rispetto alla media, e non solo per via delle quattro star protagoniste. È un film scritto da attori (Will McCormack e Rashida Jones, a partire dal soggetto di Cesc Gay, autore dell’opera originale), diretto da un’attrice e pensato per dare ai suoi interpreti la libertà di esprimersi al massimo delle loro capacità. Si lascia spazio all’improvvisazione e alle riscritture per conferire maggiore naturalezza ai dialoghi, si attraversano tutti o quasi gli stati d’animo e si passa dalla commedia al dramma, dal grottesco al sensuale, dal demenziale all’introspettivo con una fluidità impressionante.
Inutile dire che Rogen, Wilde, Cruz e Norton si dimostrano ben oltre all’altezza del compito, abbandonandosi a una chimica a quattro assolutamente magnetica e dai tempi comici fenomenali. Avrà di certo aiutato la decisione di girare il film in ordine cronologico e in poche settimane, seguendo la progressione degli eventi in maniera organica in modo che anche i protagonisti, oltre agli spettatori, avessero l’impressione di trovarsi dentro una pièce teatrale che si snocciola davanti ai loro occhi in tempo reale.

Dare corpo alla crisi matrimoniale
A tal proposito, l’unità di tempo e spazio è tale che, se non fosse per alcune sequenze, non ci saremmo stupiti se The Invite fosse stato realizzato interamente in piano sequenza. Così non è, ma non se ne sente affatto la mancanza: il montaggio serratissimo e puntuale (di Anthony Boys e Yorgos Mavropsaridis, frequente collaboratore di Lanthimos) si adatta alla perfezione ai ritmi della recitazione e genera un’atmosfera tesa, a tratti claustrofobica ma mai estenuante. Del resto Joe e Angela sono come in una duplice gabbia: quella costruita da loro stessi in anni di silenzio, e quella nata dall’arrivo di Hawk e Piña, carcerieri che li costringono per la prima volta a un vero confronto.
Se giusto qualche settimana fa, con l’arrivo in Italia di Hokum, abbiamo visto alberghi e corridoi diventare un’elaborata trappola di dolore, in The Invite accade qualcosa di simile con l’appartamento in cui si svolgono le vicende. Non che il film diventi un horror, ma sia Damian McCarthy che Olivia Wilde si dimostrano abili architetti e progettisti di racconti che attraversano spazi chiusi e limitati. Laddove il primo riempiva gli angoli del suo hotel di traumi e terrori, Olivia Wilde sfrutta la ristrettezza del suo set per dare un corpo fisico a un matrimonio sull’orlo del collasso. Le stanze della casa si popolano così di oggetti lussuosi ed eleganti ma vuoti e privi di significato, che intralciano i movimenti e sotto i quali Joe e Angela hanno seppellito dissapori e crepe (forse) irreparabili.
Guardando – per sua stessa ammissione – al cinema di Woody Allen e Mike Nichols, la regista confeziona un’opera fresca, brillante e semplicemente spassosa, che non cala mai di ritmo e che, come tutte le migliori commedie, arriva a colpire emotivamente con la forza di un macigno. Complice una sceneggiatura inattaccabile e una sfrontatezza rigenerante nell’affrontare argomenti che dalle nostre parti ancora sono (purtroppo) considerati tabù infrangibili, The Invite è forse la più bella e intelligente sessione di terapia di coppia che il cinema abbia visto da anni a questa parte.


