sabato, Novembre 27, 2021
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The Harder They Fall, recensione del film western con Idris Elba

La recensione del film western The Harder They Fall con protagonisti Idris Elba e Regina King. Dal 3 novembre disponibile su Netflix.

Revisionismo storico e cinema contemporaneo sembrano ormai “andare a braccetto”. Una pratica che la settima arte ha coltivato fin dagli albori, ma che solo negli ultimi anni è stata affrontata in modo consapevole da sceneggiatori e registi. Quentin Tarantino, ad esempio, in Bastardi senza gloria ha raccontato le gesta di un manipolo di picareschi soldati-avventurieri capaci di uccidere nientepopodimeno che Adolf Hitler (escamotage poi ripreso, dallo stesso regista, in C’era una volta ad Hollywood); un esercizio in cui si è applicato recentemente anche il nostro Gabriele Mainetti per l’ambizioso Freaks Out!, attualmente nelle sale. In questi casi, il cinema muta la sua essenza: da strumento per narrare e riportare in vita il passato, diviene un mezzo grazie al quale modificarlo o crearlo ex novo. E spesso le intenzioni non solo puramente narrative, ma anche politiche: come testimonia il recente western The Harder They Fall di Jeymes Samuel, dal 3 novembre disponibile su Netflix.

Il western, lo sappiamo, è un genere particolare. Affermatosi prima come in letteratura e poi, in un secondo momento, al cinema, caratterizzato da cliché difficilmente rinnegabili (si pensi, ad esempio, al topoi del duello), il western è prima di tutto una manifestazione della Storia di una nazionale: gli Stati (non ancora) Uniti. Racconta, quindi, di un periodo storico ben preciso, anche se temporalmente esteso (tendenzialmente dalla fine del ‘700 fino ai primi del ‘900, a stare larghi) e trae spesso ispirazione da fatti realmente accaduti e da personaggi storici. Eventi e nomi che ormai sono entrati nella leggenda e che, soprattutto grazie al cinema, hanno vinto la loro personale battaglia contro il tempo e la memoria.

Un altro aspetto caratteristico del western – che da questo punto di vista riflette la cosiddetta “visione dei vincitori” – è la sua natura di spazio bianco. Ovvero, un luogo (descritto sovente a metà strada tra realtà e mito) dove celebrare pionieri capaci di compiere grandi imprese (banalmente: la conquista del West), pistoleri infallibili e criminali tanto temibili quanto vagamente romantici, tutti rigorosamente bianchi. Soffermiamoci per un attimo sugli attori che hanno caratterizzato il genere: John Wayne, James Stewart, Clint Eastwood (ci fermiamo qui, ma lista sarebbe lunghissima). Tutti eroi (chi più, chi meno), tutti emblemi di una mascolinità a stelle e strisce, tutti appartenenti rigorosamente alla medesima etnia. Eppure, il West fu attraversato da rappresentanti di molteplici gruppi etnici: i nativi americani naturalmente, ma anche gli orientali e poi, ovviamente, gli afroamericani.

Se i nativi hanno sempre rappresentato un cliché del genere – per più di mezzo secolo hanno rappresentato la nemesi dell’eroe bianco -, gli orientali hanno fatto capolino molto raramente, soprattutto come elementi esotici oppure comici; ma, per quanto riguarda gli afroamericani? A memoria sono davvero pochi i film western che comprendono personaggi di coloro, questo almeno fino agli anni ’60. La loro presenza spesso è stata giustificata dai richiami – più o meno velati – alla piaga dello schiavismo. Eppure, storicamente, di cow-boy afroamericani ce ne furono eccome. Il problema è che loro storie non hanno fatto breccia in una Hollywood che per decenni ha dimostrato un disinteresse che solo negli ultimi anni ha cominciato a lasciare il posto a una rinnovata attenzione.

Se Django Unchained ha rappresentato l’esempio più fulgido (e celebre) di questo interesse del genere nei confronti delle “minoranze”, l’uscita su Netflix di The Harder They Fall non fa che confermare questa tendenza, rafforzata negli ultimi anni anche grazie alle sacrosante battaglie del movimento Black Lives Matter. Il film diretto da Jaymes Samuel, cantautore britannico famoso con lo pseudonimo di The Bullits al suo primo lungometraggio, e scritto quattro mani con Boaz Yakin è un classico rappresentate della cosiddetta blaxploitation che racconta – con esibito eccesso – le gesta di uno dei più celebri eroi afroamericani del West: Nat Love.

the harder they fall
THE HARDER THEY FALL (C: L-R): REGINA KING as TRUDY SMITH, IDRIS ELBA as RUFUS BUCK, LAKEITH STANFIELD as CHEROKEE BILL. CR: DAVID LEE/NETFLIX © 2021

Segnato in giovane età dalla morte dei genitori, avvenuta per mano del fuorilegge Rufus Buck (Idris Elba), Nat Love (Jonathan Majors) percorre il West in lungo in largo per compiere la sua vendetta. Ad accompagnarlo ci sono i suoi fedeli compagni: Stagecoach Mary (Zazie Beetz), Jim Beckwourth (RJ Cyler), Bill Pickett (Edi Gathegi), Cuffee (Danielle Deadwyler) e lo sceriffo Bass Reeves (Delroy Lindo). Quando scopre che Rufus, confinato in prigione a vita, è stato liberato dai suoi scagnozzi – tra cui la perfida Trudy Smith (Regina King), Nat pregusta il momento atteso da una vita. Ma compiere la sua missione vendicativa si rivelerà più difficile del previsto.

Non a caso si è citato, in precedenza, Django Unchained. The Harder They Fall, infatti, sembra prendere forma da una costola del film di Tarantino. Un debito del quale non fa mistero, e che anzi sembra ribadire lungo tutto il corso della narrazione. In fondo, il tono scanzonato, l’anima ribelle e rivoluzionaria, l’esibito citazionismo del western all’italiana, le esplosioni di violenza, l’esibito manierismo visivo sono tutti elementi già presenti nell’opera del regista italoamericano. Jaymes Samuel non fa altro che riproporli, talvolta con un’energia che denota un discreto talento registico, rivendicando con maggior convinzione (e, forse, partecipazione) l’alternativa anima black del genere e descrivendo un West dove l’uomo bianco è pressoché bandito (a parte una gustosa inserzione in cui ci viene presentata una città dal nome indicativo: White Town!).

Laddove il film pecca è a livello di sceneggiatura. Da un punto di vista narrativo, The Harder They Fall, nonostante qualche felice intuizione, appare eccessivamente esile. La storia diviene un pretesto per mettere in fila – una dietro l’altra – una serie di sequenze di sicuro impatto spettacolare, la cui efficacia si disperde però a causa della loro natura estemporanea. Il tutto per giungere chiaramente al climax finale, contraddistinto da svariati colpi di scena (alcuni imprevedibili) la cui venuta è tanto inevitabile quanto “forzata” a livello drammaturgico, come se le azioni dei personaggi non fossero determinati dalle loro scelte quanto dà un burattinaio che impone loro di agire in un determinato modo (a volte – è il caso di dirlo – senza alcuna logica).

Così, il potenziale del film alla lunga, durante il corso della narrazione, si dissipa e se la noia non fa mai davvero capolino, l’interesse dello spettatore in certi momenti rischia di venire meno. A salvare la baracca sono allora gli interpreti, tutti superlativi, nonostante chiamati ad animare personaggi tratteggiati in modo alquanto superficiale. A convincere in maniera particolare sono il protagonista, Jonathan Majors (il Kang della serie Disney +, Loki), Delroy Lindo, che inanella un’altra grande performance dopo quella in Da 5 Bloods: Come fratelli di Spike Lee e naturalmente Idris Elba (recentemente comparso nel western moderno Concrete Cowboy), perfettamente a suo agio nell’interpretare (con due sole espressioni, alla maniera di Eastwood) un villain che compare poco, parla pochissimo e spara – se possibile – ancora meno.

Guarda il trailer ufficiale di The Harder They Fall

GIUDIZIO COMPLESSIVO

The Harder They Fall è una suggestiva rivisitazione (in chiave black) del mito del West che convince sopratutto a livello registico. Laddove però il film pecca è a livello di sceneggiatura. Da un punto di vista narrativo, il film, nonostante qualche felice intuizione, appare eccessivamente esile. La storia diviene un pretesto per mettere in fila - una dietro l'altra - una serie di sequenze di sicuro impatto spettacolare, la cui efficacia si disperde però a causa della loro natura estemporanea.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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