martedì, Settembre 27, 2022
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The Hanging Sun, recensione del film con Alessandro Borghi

La recensione di The Hanging Sun di Francesco Carrozzini con Alessandro Borghi, che ha chiuso ufficialmente Venezia 79. Solo il 12, 13 e 14 settembre al cinema.

I paesaggi dell’estremo nord della Norvegia sembrano quelli di Insomnia di Christopher Nolan, ma non c’è il sole che impedisce ad Al Pacino di dormire. Il cielo cupo e la foschia avvolgono il piccolo villaggio (senza nome) congelato nella freddezza dei rapporti e di una religione poco tollerante. Tutto ciò che viene dall’esterno è una minaccia per l’equilibrio. C’è poi un altro luogo chiuso, quello della criminalità, dove il protagonista John (Alessandro Borghi) non sopporta più di essere comandato. Scappa da un mondo di obblighi, regole, violenze per raggiungerne un altro con le stesse caratteristiche, semplicemente più nascoste.

Da fotografo e autore di videoclip musicali tra cui Ultraviolence di Lana del Rey, New York City di Lenny Kravitz e Jealous di Beyoncè, Francesco Carrozzini, dopo il documentario Franca: Chaos and Creation, dirige come suo primo lungometraggio The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte, presentato Fuori Concorso a Venezia 79, un noir tratto dall’omonimo libro di Jo Nesbø. Nel villaggio dove si è nascosto per fuggire dal padre e dal fratello, John fa la conoscenza di Lea (Jessica Brown Findlay), anche lei vittima del padre (Charles Dance), pastore del villaggio che esercita il controllo della popolazione attraverso la paura.

Perché la paura protegge dal male e non si ha così la tentazione di uscire (sembra quasi l’incipit di The Village di M. Night Shyamalan). Non si può bere alcol ma ci sono alcolizzati, bisogna amare gli altri ma c’è la violenza domestica: si crea, quindi, un parallelismo tra i due protagonisti che si incontrano, e bastano poche parole affinché si crei quella sintonia che li porterà ad essere alleati.

The Hanging Sun, un thriller come tanti altri

Alessandro Borghi (che vedremo prossimamente anche ne Le otto montagne) continua ad interpretare un personaggio “rotto” che fugge da una vita colma di peccati; cerca la pace in un luogo inospitale che lo respinge e non riesce ad ottenere il perdono del pastore che lo invita ad andarsene. Il clima è freddo, solitario, come lo è il cuore del protagonista che non riesce a trovare la pace. John e Lea capiscono che devono svincolarsi dai loro rispettivi “padri padroni” per trovare quella libertà tanto desiderata.

Non stiamo certamente parlando della peggiore interpretazione di Borghi, ma la sua recitazione è parecchio al di sotto degli standard a cui ci ha abituato; stessa cosa vale per Jessica Brown Findlay (nota per il ruolo di Lady Sybil Crawley nella serie Downton Abbey). L’unico che spicca davvero è Charles Dance (celebre per essere stato Tywin Lannister in Game of Thrones), ma purtroppo l’attore britannico ha uno screen time molto ridotto, quindi il suo personaggio non viene mai realmente approfondito.

La storia rispetta tutti i canoni dei thriller scandinavi: c’è molta fedeltà all’opera originale, ma è come se Carrozzini si limitasse a portare il testo così com’è sullo schermo senza lasciar intravedere una sua reale impronta. La trama di per sé non ha nulla di originale, quindi si sarebbe potuto puntare di più sulla regia e magari su una direzione più sapiente degli attori. Anche la fotografia e la musica contribuiscono a restituire una sensazione di già visto. The Hanging Sun, quindi, scivola via senza mai colpire davvero lo spettatore.

Guarda il trailer ufficiale di The Hanging Sun

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La storia di The Hanging Sun rispetta tutti i canoni dei thriller scandinavi: c’è molta fedeltà all’opera originale, ma è come se Carrozzini si limitasse a portare il testo così com’è sullo schermo senza lasciar intravedere una sua reale impronta.

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The Hanging Sun, recensione del film con Alessandro BorghiLa storia di The Hanging Sun rispetta tutti i canoni dei thriller scandinavi: c’è molta fedeltà all’opera originale, ma è come se Carrozzini si limitasse a portare il testo così com’è sullo schermo senza lasciar intravedere una sua reale impronta.