domenica, Ottobre 24, 2021
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The Guilty, recensione del thriller con Jake Gyllenhaal

La recensione del thriller The Guilty, diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jake Gyllenhaal. Dal 1° ottobre disponibile su Netflix.

Chi l’ha detto che per realizzare un thriller efficace è necessario ricorrere all’azione nella sua accezione più comune? Per la serie nessuna legge è davvero scritta nella pietra, nel 2018 il regista Gustav Möller ci insegnava che è possibile generare suspense attraverso un processo sottrattivo. Il suo film d’esordio, Il colpevole – The Guilty si affida all’unità di spazio (e quasi di tempo) e a uno script che prevede che l’azione non venga mostrata, bensì enunciata attraverso il dialogo – oltretutto a distanza, tramite telefono – tra il protagonista e gli altri invisibili personaggi (di cui sentiamo solo la voce). Un film per certi versi estremo, quello dell’autore danese, che ha destato l’interesse di una Hollywood in crisi creativa a tal punto da diventare il modello per un remake d’oltreoceano: The Guilty, dal 1° ottobre disponibile su Netflix.

Un film, quello statunitense, sulla carta interessante, soprattutto per il coinvolgimento di due “pezzi da novanta” come il regista Antoine Fuqua (The Equalizer 2 – Senza perdono) e lo sceneggiatore Nic Pizzolatto (True Detective). Una scelta sicuramente ambiziosa quella della produzione: da una parte affidarsi a un regista proverbialmente “muscolare”, costringendolo a ripensare alla sua idea di cinema; dall’altra, invece, affidarsi a un autore chiamato ad infondere alla storia – già di per sé drammatica – una dimensione esistenzialista.

In una Los Angeles minacciata dagli incendi, il poliziotto Joe Baylor (Jake Gyllenhaal), sotto processo per aver commesso un misterioso reato, viene allontanato temporaneamente dalla strada e degradato a rispondere alle chiamate d’emergenza. Un giorno, alla fine del suo turno di lavoro, riceve la drammatica chiamata di una giovane donna rapita dall’ex marito. Riuscirà il poliziotto a salvarla grazie anche all’aiuto dei suoi colleghi?

Evitiamo fraintendimenti e ammettiamolo, per una volta: remake – termine sovente usato in chiave dispregiativa – non vuol dire per forza di cose prodotto di qualità inferiore rispetto ad un originale di ben altro livello. La storia del cinema è piena zeppa di remake di livello, talvolta persino più riusciti rispetto ai loro modelli. Pensiamo, ad esempio, alla versione hollywoodiana de L’uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock (che già lo aveva portato sul grande schermo in Inghilterra negli anni ’30), oppure all’interessante operazione-omaggio messa in atto da Gus Van Sant con Psyco (sempre di Hitchcock), e ancora la versione di È nata una stella di George Cukor, un capolavoro che non sfigura di fronte al prototipo di William A. Wellman.

Certo, non tutti i remake sembrano avere la stessa “necessità” e soprattutto la stessa capacità di rileggere/reinterpretare/riflettere su una storia già raccontata. Alcuni, a dire il vero, si limitano a copiare (e non in maniera intelligente, come fatto da Van Sant). Si tratta di film che forse, presi di per sé, non sono neanche disprezzabili (e da questo punto di vista, uno spettatore vergine, che non ha mai visto l’originale, può provare anche una certa soddisfazione durante la visione). Eppure, se posti in relazione (non a confronto, per carità!) con l’opera da cui hanno tratto ispirazione testimoniano scarsa applicazione. È come se mancasse loro quella “luccicanza” (per dirla alla Stephen King/Stanley Kibrick) capace di farli emergere nonostante i loro debiti nei confronti di un’altra opera.

THE GUILTY: JAKE GYLLENHAAL as JOE BAYLER. CR: NETFLIX © 2021.

The Guilty appartiene proprio a quest’ultima categoria. Al di là di qualche (discutibile) aggiornamento alla storia già raccontata da Gustav Möller (che compare tra i produttori esecutivi del remake statunitense), il film diretto da Fuqua e adattato da Pizzolatto per 95 minuti non riesce a trasmettere nulla allo spettatore, forse anche perché sceglie la via dell’emulazione e non quella del rinnovamento. Limitandosi, di fatto, a rimpolpare l’esile ma efficace plot del film danese con brevi sequenze ambientate all’esterno della centrale di polizia dove lavora Joe (in particolare panoramiche su una Los Angeles che sembra uscire da un girone dantesco) e scegliendo di rendere più esplicita (ma perché, poi) la crisi coniugale del protagonista, nell’originale solo accennata.

Ciò che però colpisce maggiormente in negativo è la discrepanza tra le ambizioni del progetto – almeno sulla carta – e il risultato finale. La scelta di affidare l’adattamento a Nic Pizzolatto non è stata casuale. Da sempre interessato a personaggi ambigui e costantemente propenso a inoltrarsi nei lati oscuri della psiche umana, lo scrittore e sceneggiatore rifugge l’idea di dare alla vicenda di Joe solo una connotazione intima e personale (come in origine). È come se per lui la storia trascendesse il personaggio, diventando il manifesto di una contemporaneità in disfacimento etico che non può che essere destinata – come L.A., che ne diviene emblema – ad essere travolta da fiamme al contempo infernali e purificatrici.

Il problema, però, è che tutte queste suggestioni non riescono ad emergere in maniera coerente durante il corso della narrazione. Da questo punto di vista, The Guilty testimonia una forte componente dicotomica. Da una parte, la volontà di dare una dimensione quasi metafisica alla storia e, dall’altra, la scelta di non voler abbandonare i (sicuri) binari della convenzione. Ciò genera un cortocircuito estetico e narrativo lungo un’ora e mezza, e così ritroviamo ad apprezzare l’efficace regia di Fuqua, il montaggio serrato, la buona prova del convincente Gyllenhaal ma, allo stesso tempo, non riusciamo mai ad essere coinvolti emotivamente.

Guarda il trailer ufficiale di The Guilty

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Remake di un film danese del 2018, The Guilty per 95 minuti non riesce a trasmettere nulla allo spettatore, forse anche perché sceglie la via dell'emulazione e non quella del rinnovamento. Limitandosi, di fatto, a rimpolpare l'esile ma efficace plot del film originale con brevi sequenze ambientate all'esterno della centrale di polizia dove lavora Joe e scegliendo di rendere più esplicita (ma perché, poi) la crisi coniugale del protagonista, nell'originale solo accennata.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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