lunedì, Aprile 15, 2024
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The Grudge, recensione del reboot prodotto da Sam Raimi

La recensione di The Grudge, nuovo reboot americano del franchise horror giapponese Ju-on, prodotto ancora una volta da Sam Raimi. Dal 4 marzo al cinema.

Partiamo dalle origini: per chi non lo sapesse, The Grudge è un franchise horror giapponese partorito dalla mente del regista Takashi Shimizu (Ju-on in originale) che nel corso degli anni è riuscito a travalicare i confini orientali e a catturare l’attenzione del mercato occidentale, dando origine ad una controparte a stelle e strisce che ha avuto ben tre film tra il 2004 e il 2009 e che a partire da domani, 4 marzo (dopo essere stato posticipato di una settimana a causa dell’emergenza Coronavirus), si prepara a tornare sul grande schermo con un nuovo reboot. Probabilmente, neanche lo stesso Shimizu aveva previsto la lunga vista che la sua piccola creatura avrebbe avuto (il primo film della saga originale giapponese, inizialmente, non era neanche destinato alle sale cinematografiche).

Ma cosa devono realmente aspettarsi i fan del genere horror e, soprattutto, della saga originale di Shimizu da nuovo reboot americano di The Grudge? In certi casi risulta necessario non indorare la pillola: l’ultima iterazione cinematografica che si ispira al classico giapponese non aggiunge praticamente nulla al genere e offre veramente poco agli spettatori avvezzi. Il nuovo film, prodotto da Sam Raimi (già dietro la produzione dei precedenti adattamenti USA, il primo dei quali aveva come protagonista Sarah Michelle Gellar), prende la leggenda alla base della storia originale e prova a tracciare nuovamente il percorso segnato da Shimizu con la sua creatura del 2000, ossia raccontare storie di vari personaggi che si intrecciano tra loro. Nonostante la regia di Nicolas Pesce (che in precedenza aveva già diretto due horror, The Eyes of My Mother e Piercing) si riveli efficace quantomeno nella ricostruzione di determinate atmosfere angoscianti, è la sceneggiatura il vero anello debole di tutta la catena di eventi raccontata nel nuovo The Grudge.

Come quella immaginata da Shimizu quasi due decenni fa, anche la struttura narrativa del nuovo The Grudge si compone di più storyline – tre per la precisione – che si intrecciano tra di loro e che vanno a ricoprire un arco narrativo di circa tre anni. L’espediente utilizzato da Pesce come omaggio al materiale di partenza si traduce nella scelta di utilizzare in maniera inclusiva un cast riconoscibile e di gran talento – Demián Bichir (messicano), Andrea Riseborough (britannica), John Cho (sudcoreano), Jacki Weaver (australiana) e la storica “regina dell’urlo” Lyn Shaye (americana) -, che purtroppo si ritrova costretto a dare vita a dei personaggi con i quali non si riesce proprio ad entrare in contatto, né con le loro annacquate personalità né tantomeno con le ripugnanti vicende che li vedono coinvolti.

Sfortunatamente, la sceneggiatura del film – firmata dallo stesso Nicolas Pesce – si rivela totalmente inappropriata a gestire la quantità di personaggi coinvolti, che vengono così depauperati delle loro motivazioni e incapaci di raggiungere un livello bidimensionale. A tutto ciò, si aggiunge anche l’incapacità del regista/sceneggiatore di generare paura in maniera autentica ed originale, affidandosi ad una serie di telefonati jumpscare che invece di spaventare lasciano soltanto indifferenti: è una tecnica che il cinema dell’orrore – soprattutto negli ultimi anni – ha dimostrato di aver ampiamente superato, cercando di “terrorizzare” lo spettatore attraverso le declinazioni della storia e le sfumature dei personaggi; in questo senso, il “nuovo” The Grudge appare ammuffito e stantio.

L’abuso di cliché del genere pullulano, eppure, come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, se c’è un aspetto in cui l’operato di Pesce si rivela funzionale è nella costruzione di determinate atmosfere angoscianti e nella gestione di certi spazi e luoghi desolanti (come dimostra la sequenza finale del film). Inoltre, anche la colonna sonora contribuisce a sostenere in maniera sufficientemente incisiva la progressiva brutalizzazione degli eventi. La speranza è che le abilità da sceneggiatore di Pesce si affinino e migliorino col tempo, e che quelle da regista possano essere messe in futuro al servizio di un concept più moderno e accattivante. Per quanto riguarda il franchise di The Grudge, la soluzione deve essere soltanto una: archiviarlo definitivamente.

Guarda il trailer ufficiale di The Grudge

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Sfortunatamente, la sceneggiatura del film - firmata dallo stesso Nicolas Pesce - si rivela totalmente inappropriata a gestire la quantità di personaggi coinvolti, che vengono così depauperati delle loro motivazioni e incapaci di raggiungere un livello bidimensionale. A tutto ciò, si aggiunge anche l'incapacità del regista/sceneggiatore di generare paura in maniera autentica ed originale, affidandosi ad una serie di telefonati jumpscare che invece di spaventare lasciano soltanto indifferenti.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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Sfortunatamente, la sceneggiatura del film - firmata dallo stesso Nicolas Pesce - si rivela totalmente inappropriata a gestire la quantità di personaggi coinvolti, che vengono così depauperati delle loro motivazioni e incapaci di raggiungere un livello bidimensionale. A tutto ciò, si aggiunge anche l'incapacità del regista/sceneggiatore di generare paura in maniera autentica ed originale, affidandosi ad una serie di telefonati jumpscare che invece di spaventare lasciano soltanto indifferenti.The Grudge, recensione del reboot prodotto da Sam Raimi