sabato, Febbraio 24, 2024
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The Good Nurse, recensione del film con Jessica Chastain e Eddie Redmayne

La recensione di The Good Nurse, dramma basato su un'agghiacciante storia vera, con protagonisti Jessica Chastain e Eddie Redmayne. Dal 26 ottobre su Netflix.

Al di là di quanto possa esserci di vero e di quanto venga effettivamente romanzato nell’adattamento per il grande schermo di una storia basata su un fatto di cronaca particolarmente noto o eclatante, è innegabile che il genere true crime sia uno dei più apprezzati e richiesti al momento. Indagare le ragioni profonde che potrebbero giocare un ruolo cruciale nell’interesse – spesso anche morboso – che le persone nutrono nei confronti delle storie (vere) che parlano di brutali omicidi e di pericolosi serial killer, meriterebbe un approfondimento a parte, e non è certamente questa la sede adatta a sviscerare (o quanto meno provarci) un tema potenzialmente interessante, ma anche estremamente complesso e particolarmente spinoso, che indubbiamente richiederebbe le dovute competenze.

Consci di quanto appurato finora, negli ultimi anni è stata Netflix, rispetto a tutte le altre piattaforme di streaming in circolazione, a ritagliarsi un ruolo di prim’ordine, ormai sempre più crescente, nell’attenta e scrupolosa selezione di materiale incandescente, basato sull’orrore che serpeggia indisturbato da anni nella società, al fine di soddisfare indistintamente i pruriti del semplice fruitore distaccato e dello spettatore più esigente, quello curioso e – in alcuni casi – anche ossessionato: tutto è partito dalla grande risonanza ottenuta dalla serie Making a Murderer che, al di là dei legittimi apprezzamenti e delle inevitabili controversie, ha spinto il colosso dello streaming di Los Gatos (in California) ad aumentare vertiginosamente la produzione di contenuti – tra film, serie e documentari – ispirati a storie di true crime più o meno conosciute, di certo tutte scioccanti e inquietanti (basti pensare che solo nell’ultimo periodo sono approdate sulla piattaforma le due serie Dahmer – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer e The Watcher entrambe partorite dalle mente di Ryan Murphy -, e ancora più di recente la docu-serie Vatican Girl, che racconta della misteriosa scomparsa di Emanuela Orlandi). 

Per tutte queste ragioni, condivisibili o meno, è chiaro che Netflix non poteva di certo farsi scappare l’occasione di aggiungere al suo ricchissimo catalogo (almeno, se parliamo di true crime), un film che per la prima volta porta sullo schermo quella che è stata la storia vera di uno dei più prolifici serial killer degli Stati Uniti d’America. The Good Nurse, disponibile dal 26 ottobre dopo essere stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, ricostruisce la tremenda epopea di Charles Cullen, che ha confessato di aver ucciso ben 29 persone nel corso dei suoi 16 anni di carriera come infermiere nel New Jersey (dal 1987 al 2003). Tuttavia, numerosi esperti hanno stimato che Cullen potrebbe in realtà essere responsabile della morte di ben 400 pazienti, il che lo renderebbe “IL” più prolifico serial killer della storia americana, e non semplicemente “uno dei tanti”.

Basato sul romanzo omonimo di Charles Graeber uscito nel 2013, The Good Nurse racconta sì la vicenda di Cullen, ma lo fa mettendo al centro del racconto un altro personaggio, quello di Amy Loughren (il premio Oscar Jessica Chastain), madre single e infermiera premurosa, che soffre di una forma di cardiomiopatia potenzialmente letale. Spinta al limite, non solo fisico ma anche emotivo, dagli stremanti turni di notte nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale dove lavora, la donna si rende conto di aver bisogno di un aiuto. In attesa di subire un delicatissimo intervento al cuore, assolutamente necessario per poterle consentire di rimanere in vita, le cose nella vita di Amy, soprattutto sul posto di lavoro, sembrano migliorare con l’arrivo di Charlie (il premio Oscar Eddie Redmayne), un nuovo collega, empatico e gentile, che inizia ad affiancarla durante le lunghe notti in ospedale. Da subito, Amy e Charlie sviluppano una solida amicizia grazie alla quale Amy sembra ritrovare una speranza per il suo futuro di donna, di madre e di infermiera. Tuttavia, quando si iniziano a verificare una serie di misteriosi decessi tra i suoi pazienti che danno il via a un’indagine in cui Charlie risulta essere il principale sospettato, Amy sarà costretta a rischiare in prima persona per cercare di scoprire la verità.

Jessica Chastain in The Good Nurse. Cr. JoJo Whilden/Netflix

Un approccio placido per un’operazione coscienziosa

Primo lungometraggio in lingua inglese del regista e sceneggiatore danese Tobias Lindholm (noto soprattutto per aver contribuito alle sceneggiature dei bellissimi Il sospetto e Un altro giro, entrambi diretti da Thomas Vinterberg), The Good Nurse si distingue fin da subito per l’approccio inaspettatamente placido che assume rispetto agli angoscianti retroscena dell’assurda vicenda che mette in scena, e che si riflette con enorme sorpresa anche nella sceneggiatura precisa e sistematica di Krysty Wilson-Cairns (co-autrice degli script di film come 1917 e Ultima notte a Soho). Senza mai scadere, neanche una volta, nel sensazionalismo più sterile, banale e fastidioso, quella di regista e sceneggiatrice si rivela un’operazione coscienziosa, estremamente rispettosa nei confronti della vicenda realmente accaduta e delle persone che, purtroppo, ne sono rimaste coinvolte. 

La Wilson-Cairns è abilissima nel far avanzare oculatamente una storia che procede su due binari paralleli destinati inevitabilmente a incrociarsi: il racconto dell’amicizia tra Amy e Charlie, così come le difficoltà e le zone d’ombra che qualificano le esistenze dell’una e dell’altro, si alterna infatti a quello delle indagini delle polizia locale e dell’investigazione interna all’ospedale; il risultato è un assetto narrativo in perfetto equilibro che non eccede mai in un senso o nell’altro, né quando manifesta con grande intensità la sua natura implicitamente drammatica, né quando assume i tratti caratteristici, sempre appassionanti e coinvolgenti, del classico procedural movie. Dal canto suo Lindholm, forte dell’esperienza in qualità di regista di alcuni episodi di Mindhunter (l’acclamata serie crime ideata da Joe Penhall, a cui ha collaborato anche David Fincher), sfrutta al meglio i movimenti della macchina da presa al fine di restituire inquadrature e atmosfere che riecheggiano con grande maestria gli aspetti più minacciosi, allarmanti, nefasti, solo all’apparenza asettici, di una storia tanto spaventosa quanto insondabile.

Nei panni rispettivamente di Amy Loughren e Charlie Cullen, Jessica Chastain e Eddie Redmayne – per la prima volta fianco a fianco – offrono due splendide interpretazioni, scevre di qualsiasi plasticismo rispetto ai ruoli che hanno consacrato entrambi sull’altare degli Oscar: Amy è una donna fragile, vulnerabile e insieme grintosa, che la Chastain tratteggia con spiccata naturalezza ma anche con grande impeto; Charlie, invece, è una figura indecifrabile, che Redmayne riesce a far emergere in tutta la sua apparente docilità e, al tempo stesso, in tutta la sua inafferrabile ed enigmatica follia, grazie ad un concreto e impeccabile lavoro di sottrazione. In quella che è forse una delle scene più belle dell’intero film, Amy è costretta ad affrontare la persona che fino a poco tempo fa credeva essere non solo un “bravo infermiere”, ma anche un amico speciale, entrato nella sua vita con dirompente forza salvifica; la nuova luce sotto la quale riuscirà finalmente a guardarlo, svelerà ai suoi occhi increduli il volto di un vero angelo della morte, atipico ma implacabile, destinato a soccombere al buio della sua anima corrotta.

Nella realtà Charles Cullen – che sta attualmente scontando 18 ergastoli consecutivi nella prigione statale del New Jersey e che non potrà chiedere la libertà vigilata fino al 2403 –  non ha mai spiegato cosa lo abbia spinto a fare ciò che ha fatto, e nel film accade esattamente lo stesso, a sottolineare quanto sia impossibile, e anche inutile nella maggior parte dei casi, sforzarsi di trovare una motivazione plausibile alla personificazione del Male. Inoltre, la frase che Redmayne pronuncia verso il finale – “Loro non mi hanno fermato” – è assolutamente emblematica rispetto alla volontà, da parte del film, di lanciare anche un’invettiva – sempre con toni dimessi e mai violenti – nei confronti del sistema sanitario americano, che nonostante tutti i sospetti non ha mai fermato Charlie dal perpetrare le sue orribili azioni per 16 lunghissimi anni, palesando le sconcertanti criticità di un ambiente colmo di illusioni fallacee riguardo la sicurezza della vita altrui. E così The Good Nurse ci spinge a riflettere ancora una volta sul fatto che la profonda vergogna di chi si macchia di crimini indicibili non deve appartenere soltanto al “mostro” di turno, ma dovrebbe essere condivisa anche dalla società e dai sistemi che quello stesso “mostro” lo abilitano e lo integrano, permettendogli di agire indisturbato.

Guarda il trailer ufficiale di The Good Nurse 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

The Good Nurse ci spinge a riflettere ancora una volta sul fatto che la profonda vergogna di chi si macchia di crimini indicibili non deve appartenere soltanto al "mostro" di turno, ma dovrebbe essere condivisa anche dalla società e dai sistemi che quello stesso "mostro" lo abilitano e lo integrano, permettendogli di agire indisturbato.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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