Archiviato il flop al box office di Shazam: Furia degli Dei, per i fan e per la stessa DC è già arrivato il momento di guardare oltre, con l’arrivo nelle sale – a partire dal 15 giugno in quelle italiane e dal 16 in quelle statunitensi – del chiacchieratissimo e attesissimo The Flash, di fatto uno dei cinecomic dalla produzione più travagliata dell’interno DC Extended Universe (paragonabile, forse, soltanto a quella di Justice League). È quasi difficile credere che, dopo tutte le intemperie arginate, il film con Ezra Miller – che riprende il ruolo del Velocista Scarlatto titolare – sia finalmente riuscito a trovare la sua strada verso il grande schermo. Eppure, per quanto strano possa sembrare, è così: The Flash è una realtà.
Scritto da Christina Hodson (autrice del riuscitissimo Bumblebee ma anche dello sfortunato Birds of Prey) e diretto da Andy Muschietti (alla sua prima incursione nel mondo dei supereroi dopo le sperimentazioni horror de La madre, IT e IT – Capitolo Due), The Flash – che sarebbe dovuto arrivare in sala, per la prima volta, nel 2018 – non sembra essere stato scalfito, in realtà, dalle tantissime menti creative (tra registi e sceneggiatori) che nel corso degli anni hanno avuto a che fare con questa operazione all’apparenza infelice, destinata a non raggiungere mai un pieno e definitivo compimento. Il risultato finale è, infatti, un film d’avventura nell’accezione più genuina e appagante del termine, che sorprende per il modo in cui è capace di mescolare l’umorismo con la riflessione drammatica, l’azione concitata con la fantascienza più contorta ed esplorativa, e soprattutto di mitigare alla perfezione il cosiddetto “effetto nostalgia”, odierna deriva di questa distopica contemporaneità dove l’unico modo per combattere l’inadeguatezza creativa del presente sembra essere quello di rievocare il nostro glorioso passato, fatto di alta cultura e intrattenimento pop.
Il nucleo della storia narrata in The Flash è di natura emotiva, e per questo innegabilmente potente: la morta della madre di Barry, uccisa quando l’eroe era solo un bambino, e il conseguente arresto di suo padre, accusato del crimine. Intento a dimostrare a tutti i costi di non essere la “ruota di scorta” della Justice League (emblematica, in tal senso, la lunga sequenza iniziale), Barry scopre ben presto di poter correre talmente veloce da poter superare la velocità della luce stessa, il che significa che può tornare indietro nel tempo. A questo punto, il ragazzo si chiede se non possa usare questa sua incredibile abilità per viaggiare nel tempo e provare a salvare sua madre. In un certo senso, ci riesce… Ma si sa: neanche i supereroi possono cambiare il passato senza generare devastanti ripercussioni nel presente e, di conseguenza, nel futuro.
Sostanzialmente, la trama del film si potrebbe riassumere così: Barry Allen che tenta disperatamente di fare ammenda, provando di volta in volta a trovare una soluzione alternativa ai contraccolpi delle sue azioni sconsiderate. Eppure, The Flash è molto più di questo, dal momento che l’obiettivo del protagonista, quindi il motore immobile della narrazione, è legato al suo trauma emotivo, che inevitabilmente diventa l’elemento più affascinante ed entusiasmante di questa sorprendente operazione. La storia recente ci insegna che quasi mai i film di supereroi – fatte le dovute eccezioni! – sono in grado di soffermarsi adeguatamente sui caratteri tragici che, in realtà, definiscono molto più dei poteri o delle azioni questi personaggi immortali che dalle tavole a colori vengono traslati attraverso lo schermo d’argento: in The Flash, invece, è il trauma di Barry, quindi la sua fragilità legata ad un profondo senso dell’abbandono, a diventare l’evento catalizzatore.

Accettare le ferite, anche le più insanabili…
Barry vuole usare i suoi poteri per tornare indietro e correggere i torti che crede – a ragione – di aver subito, ma finisce per scavarsi una fossa dalla quale sarà ancora più difficile risalire. Come gli ricorda il suo amico Bruce Wayne (la versione del DCEU, quella interpretata da Ben Affleck) in uno dei momenti iniziali del film, non possiamo lasciare che sia il nostro dolore a definirci: bisogna imparare ad accettarlo e a conviverci mentre si tenta – seppur con fatica – di andare avanti. Una lezione che il nostro Barry imparerà a caro prezzo e che la sceneggiatura filtra attraverso le classiche tappe obbligate del viaggio (dell’eroe) nel tempo che, tuttavia, vengono sfruttate questa volta per spingere la storia in direzioni tanto rassicuranti e consolatorie quanto oscure, drammatiche ed emotive.
Naturalmente, era solo questione di tempo prima che anche la DC cedesse al fascino discreto del Multiverso e delle sue perverse logiche, come prima di lei avevano già fatto i Marvel Studios – radicalizzando a tal punto il concetto da espanderlo anche nella serialità – e persino il cinema indipendente, quello dallo sguardo forse più lungimirante, che di certo non ha nulla a che spartire con i supereroi (si pensi al fenomeno Everything Everywhere all At Once). E così, il viaggio nel tempo di Barry Allen non è solo un’occasione per costringere l’eroe ad affrontare la propria vulnerabilità e a scontrarsi – letteralmente! – contro sé stesso, ma anche per regalare ai fan quello che i più tenderebbero a minimizzare come fan service riuscito bene: intendiamoci, da una parte è sicuramente quello, ma nel caso del film di Muschietti funziona e non disdegna proprio perché assume un peso reale, specifico all’interno della trama.
In un momento storico in cui i bisogni e le richieste dei pubblico hanno assunto una specifica centralità nelle logiche di tutte le maestranze coinvolte nella realizzazione di un prodotto destinato alle masse (oltrepassando, spesso e volentieri, i limiti dell’assurdo), è rincuorante accorgersi che si possono assecondare determinati desideri senza ridurli per forza ad elementi puramente decorativi, addirittura marginali o gratuiti, riuscendo ad inserirli in un tessuto narrativo ampio e stratificato nella maniera più adeguata e consona possibile. C’è qualcosa di speciale, di quasi magico nel rivedere Michael Keaton tornare nei panni di Bruce Wayne a 30 anni di distanza dall’uscita di Batman – Il ritorno: un comeback insperato, quasi inimmaginabile, che viene gestito in maniera funzionale e soprattutto rispettosa dell’eredità che quella “variante” si porta dietro (a partire dall’utilizzo calibratissimo dell’immortale tema di Danny Elfman). Ma non è solo nella gestione dell’ingombrante presenza del primo Batman cinematografico che Muschietti e il suo team dimostrano di aver grande competenza nel maneggiare con cura una materia così incandescente come il Multiverso, ma anche in tutti i numerosi colpi di scena che il film riserva (e di cui – naturalmente – non vi parleremo per non rovinarvi la sorpresa).
Probabilmente, l’unica nota stonata è rappresentata dal villain di turno, da sempre croce e delizia di tutti gli adattamenti tratti dai fumetti: noto per essere uno degli avversari principali di Superman, è un tantino straniante vedere il generale Zod (interpretato sempre da Michael Shannon) apparire in un film trainato da personaggi come Flash o Batman. Tuttavia, il ritorno del cattivo acquista sicuramente un senso drammaturgico significativo quando si ritrova ad affrontare Kara Zor-El/Supergirl, nuova graditissima aggiunta al DCEU che l’attrice Sasha Calle riesce con grande naturalezza a cristallizzare nella memoria dello spettatore nonostante il minutaggio limitato a disposizione (per quanto anche il suo ruolo all’interno della storia sia cruciale).
Siamo certi che The Flash rappresenterà per i fan della DC quello che titoli come Spider-Man: Now Way Home o Doctor Strange nel Multiverso della Follia hanno rappresentato per i fan della Marvel. Andy Muschietti ha messo a punto un’esperienza meravigliosa, un viaggio attraverso le barriere dello spazio e del tempo che assolve finalmente all’arduo compito di ponte tra quello che è c’è stato prima (da Zack Snyder in poi) e quello che verrà dopo (con James Gunn alla guida del nuovo DCU); un viaggio coinvolgente, divertente, emozionante e soprattutto ricco di suggestioni, con un Ezra Miller straordinario nelle sue idiosincrasie e nevrosi, nel dare vita ai due lati della stessa medaglia (le due versioni di Barry Allen che interagiscono tra di loro per tutta la durata del film) e, soprattutto, al dolore e al senso di smarrimento e fallimento che il ragazzo/eroe si porta dietro.
The Flash è grande intrattenimento che non dimentica l’aspetto forse più importante quanto si racconta una storia, al di là del genere, della tipologia, del pubblico a cui si rivolge e persino del suo fine ultimo. Oltre l’azione sbalorditiva, le immagini luminose e le tonalità cremisi, la qualità straniante degli effetti visivi, oltre tutti gli omaggi e i riferimenti, deve esserci sempre uno spazio per raccontare il dolore e la fragilità, la paura di lasciarsi il passato alle spalle, il coraggio di affrontare il presente e la gioia di attendere il futuro, perché è proprio questo che rende grande ogni supereroe: ciò che lo tormenta, che non lo uccide ma inevitabilmente lo rende più forte, facendoli accettare anche la ferita più insanabile.


