mercoledì, Maggio 19, 2021
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The Father – Nulla è come sembra, recensione del film con Anthony Hopkins

La recensione di The Father - Nulla è come sembra, il film candidato a 6 premi Oscar con protagonisti Anthony Hopkins e Olivia Colman.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando si cominciò a fare i conti anche con il terribile dramma dell’Olocausto, il filosofo tedesco Theodor W. Adorno scrisse che dopo Auschwitz non sarebbe stato più possibile fare poesia, perché significava varcare un limite da quel momento storico (eticamente) invalicabile. Eppure, nonostante tutto, ci fu chi ce la fece, come il poeta Paul Celan, le cui opere furono indirettamente critiche nei confronti della posizione di Adorno. Un dibattito che, sebbene circoscritto a un preciso fatto storico, è possibile ampliare a molti aspetti e, se vogliamo declinarlo al cinema, chiama in causa – per dirla alla Pierre Sorlin – lo spettro del visibile. Che cosa si può mostrare e che cosa no? Si può davvero raccontare tutto, mettere in scena ogni tipologia di dolore o dramma, rischiando naturalmente di spettacolarizzarlo? È su questa problematica che induce a riflettere il film The Father – Nulla è come sembra di Florian Zeller, opera prima che ha l’ambizione di raccontare la demenza senile affidandosi ai cliché tipici del genere thriller.

Una scelta coraggiosa, quella del regista, che esordisce dietro la macchina da presa trasponendo sul grande schermo la sua omonima pièce teatrale (parte di una trilogia dedicata alla famiglia che comprende anche La mère e il più recente Le fils). Se Michael Haneke nel sublime Amour raccontava una storia per certi versi analoga – due anziani: lei colpita da un ictus e lui costretto a vederla consumare lentamente -, attraverso un punto di vista “esterno” (la vicenda era vista attraverso gli occhi di lui), The Father – Nulla è come sembra compie una scelta antitetica. Il film di Zeller, infatti, si affida a una punto di vista “interno”: quello dell’anziano afflitto dalla demenza, la cui percezione della realtà comincia a vacillare sempre di più, fino a generare un irto labirinto da cui è impossibile uscire.

Anthony (Anthony Hopkins) è un uomo ormai non più autosufficiente. Il suo carattere un po’ scontroso, sommato alla progressiva perdita di memoria, lo rendono una persona tutt’altro che semplice da gestire, tant’è che anche l’ultima badante che si occupava di lui, dopo un litigio, se n’è andata. Ad accudirlo ci pensa dunque la figlia Anne (Olivia Colman), che però sembra essere in procinto di trasferirsi a Parigi insieme al marito, e ha quindi necessità di trovare una nuova bandate per il padre. Un’impresa tutt’altro che semplice, anche perché le condizioni di salute di Anthony sembrano peggiorare progressivamente.

Sul rapporto tra cinema, memoria e psiche Charlie Kaufman ci ha costruito un’intera carriera. I suoi film hanno sempre scandagliato la mente umana, mostrandone la sua natura intricata (si pensi, ad esempio, a Sto pensando di finirla qui: una sinfonia in cui si alternano ricordi del passato, sensazioni del presente, visioni del futuro). Ma perché citare Kaufman in un articolo che dovrebbe parlare di tutt’altro? Il motivo è presto detto: il modo in cui viene trattato il tema della psiche (malata) in The Father – Nulla è come sembra, non è poi così diverso da quello dell’eccentrico regista e sceneggiatore. A cambiare, se vogliamo, è esclusivamente la prospettiva. Se per Kaufman tutte le scuse sono buone per indagare i meandri della mente – in primis, l’amore – per Florian Zeller l’obiettivo dichiarato è quello di raccontare la senilità da una prospettiva inedita.

Per farlo, come anticipato, il regista adotta (e fa adottare agli spettatori) il punto di vista del protagonista, Anthony. È attraverso i suoi occhi che viene mostrato il mondo; un mondo “liquido”, perennemente in movimento, dove sembrano non esserci punti di riferimento. E pensare che The Father – Nulla è come sembra è ambientato negli angusti spazi di uno o due (o forse sono tre?) appartamenti, in cui Anthony si sente un po’ perso. Quello in cui sta camminando in pigiama è il corridoio della sua casa, oppure è quello dell’abitazione della figlia Anne, di cui è ospite (dopo tutto, seduto sulla poltrona, in salotto, c’è uno strano tipo che dice di essere il cognato)? E quella giovane donna tanto simpatica e carina è davvero la nuova badante che tanto assomiglia all’altra sua figlia Lucy, oppure si tratta forse della stessa figlia che è tornata trovarlo?

Un’incapacità a decifrare la realtà che dal protagonista si trasmette – come per simbiosi – anche allo spettatore. Ogni presunta certezza acciuffata in una sequenza, in uno scambio di battute tra i personaggi, viene negata nella scena o nel dialogo successivo. Le quattro mura domestiche – che sembrano sempre simili ma mai identiche – divengono anfratti polverosi e caotici di una mente ormai minata dalla malattia. Il dramma lascia campo ai topoi del thriller psicologico; quello che inizia come il racconto intimo di un tragedia familiare (dopo tutto, anche Anne sembra non passarsela troppo bene) assume le fattezze di un incubo ad occhi aperti. L’accogliente spazio famigliare – “casa dolce casa”, dice il celebre detto – si tramuta in uno spazio perturbante dove persino il genero può assumere le fattezze di uno spietato carnefice, o il riso divertito di una giovane badante si converte in un insistito ghigno malefico.

Un film ambizioso, dunque, quello dell’esordiente Zeller, che accetta il rischio di far scivolare la rappresentazione della vecchiaia in una spettacolarizzazione (della malattia e del dolore) fine a se stessa. Un rischio che però non si concretizza mai, grazie a una regia che appare semplice, ma è soprattutto rigorosa. La macchina da presa delimita lo spazio del visibile esaltando la geometria disturbante degli spazi ed ogni volta che si avvicina ai personaggi lo fa con un pudore esemplare. Rimane alla giusta distanza, quasi come se avesse paura a varcare quel confine etico di cui parlava anche Adorno a proposito di Auschwitz (e, aggiungiamo noi, della rappresentazione della Shoah). A parte nel finale, dopo forse il film si lascia andare un po’ troppo alle emozioni (ma, chissà, forse è anche giusto così), The Father – Nulla è come sembra rinnega qualsiasi forma di sterile patetismo o commozione, restituendoci l’angoscia del dramma della vita.

Se oggi tessiamo gli elogi al film non è però solo per le sue qualità a livello di scrittura e di messa in scena (pur avendo ottenuto 6 candidature ai prossimi Oscar, Zeller non è stato nominato come Miglior Regista: uno scandalo!), ma anche per l’efficace prova dei suoi due interpreti principali. Abbandonati i panni regali (La Favorita The Crown), Olivia Colman offre una performance magistrale, tratteggiando l’immagine complessa di una figlia che non solo subisce la malattia del padre, ma deve fare i conti anche con un passato (la morte della sorella) e un presente (il rapporto con il marito) tutt’altro che rosei. E che dire, invece, di Anthony Hopkins? Definire sontuosa la sua prova d’attore è probabilmente riduttivo. Giunto all’età di 84 anni, l’attore britannico infonde ad Anthony una sofferta fragilità attraverso una recitazione misurata che tocca le corde dell’anima. Se ci fosse giustizia in questo mondo, il Premio Oscar non glielo toglierebbe nessuno.

Guarda il trailer di The Father – Nulla è come sembra

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Un film ambizioso, dunque, quello dell'esordiente Zeller, che accetta il rischio di far scivolare la rappresentazione della vecchiaia in una spettacolarizzazione (della malattia e del dolore) fine a se stessa. Un rischio che però non si concretizza mai, grazie a una regia che appare semplice, ma è soprattutto rigorosa. La macchina da presa delimita lo spazio del visibile esaltando la geometria disturbante degli spazi ed ogni volta che si avvicina ai personaggi lo fa con un pudore esemplare.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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