Alla fine, Ridley Scott ha girato il suo primo western. Lo ha fatto a ottantotto anni, quasi mezzo secolo dopo il suo debutto alla regia con I duellanti, e in un periodo in cui il genere prospera – in termini di popolarità – più sul piccolo schermo che sul grande: per capirlo basta guardare all’espansione costante dell’universo televisivo di Yellowstone e paragonarlo ai deludenti risultati al botteghino di film come Eddington o l’epopea di Kevin Costner Horizon: An American Saga. Anche Scott lo sa, ed ecco che The Dog Stars – Le stelle dopo la fine ci viene presentato come un film post-apocalittico e sci-fi, quasi a voler nascondere la sua vera natura.
Intendiamoci: The Dog Stars è a tutti gli effetti un film post-apocalittico. Lo è il setting – un futuro prossimo con l’umanità sterminata da un virus -, lo è l’atmosfera cupa, grigia e funerea, e lo sono i protagonisti: l’eroe silenzioso con un oscuro passato (Jacob Elordi), l’ex militare paranoico e burbero (Josh Brolin), la dottoressa in erba (Margaret Qualley) e il suo protettivo padre (Guy Pearce), a cui si aggiungono comunità religiose, predoni, sciacalli e – perché no? – cannibali. È come vedere un gioco da tavolo – con le sue mappe dettagliate, le pedine lavorate e le elaborate schede personaggio – prendere vita in una sala cinematografica.

Il western alla fine del mondo
Scott dunque spunta tutte le caselle del caso, al rischio di forgiare un immaginario derivativo, che pesca a piene mani da quelli di The Last of Us e Io sono leggenda, con qualche sprazzo di Mad Max: Fury Road. Eppure questa è solo la confezione, al cui interno si cela l’anima di un cinema primordiale: il western, appunto. Del resto non c’è molta differenza tra le lande desolate della Monument Valley di Ombre rosse e Sentieri selvaggi e le città in rovina o i boschi sconfinati che ospitano i sopravvissuti della fine del mondo. Sono tutti luoghi selvaggi e ostili che vanno domati, depredati o protetti, a seconda delle circostanze.
Certo, nel post-apocalittico manca completamente il dualismo legge-fuorilegge, così come l’ottimismo tipico di alcuni filoni sulla conquista dell’Ovest nati sulla scia del sogno americano; impossibile che esistano, in un mondo distrutto. Manca anche la questione del razzismo, sostituito da un conflitto materialista e capitalista basato unicamente sul contendersi il possesso delle risorse. Tuttavia, anche qui prevale la diffidenza tra estranei, la tendenza a “sparare prima di fare domande” (come dirà Brolin a Elordi) e la ricerca di una comunità da salvaguardare con tutte le forze. Ed è in questo che i due generi si incontrano, ponendosi domande simili ma su piani temporali e ideologici diversi.
Forse più delle opere a cui si rifà esteticamente, allora, The Dog Stars rappresenta la fusione impeccabile di due linee di pensiero complementari e opposte allo stesso tempo. È un film dove un minuto prima i protagonisti si imbattono in un gruppo di nativi americani che sembrano provenire direttamente dalla frontiera ottocentesca, e un minuto dopo sono costretti a fuggire da una base dell’esercito piena di militari estremisti e invasati. Scott unisce così due Americhe, una passata e una di un futuro che in realtà è vicinissimo al presente, tanto che non serve nemmeno approfondire troppo l’origine della malattia: ai nostri occhi, una pandemia di quella portata non è più una remota possibilità, ma una minaccia concreta che appare inevitabile.

Un ritorno alla sostanza
Dopo i passi falsi di Napoleon e Il gladiatore II, il regista torna a un cinema di maggiore sostanza, non inseguendo più l’epica e le grandi figure storiche, bensì l’intimità dei rapporti umani e il valore di un gesto privo di egoismo. Con il malinconico brano di Hozier “Like Real People Do” in apertura e chiusura, The Dog Stars è un toccante racconto sull’elaborazione del lutto e sulla condivisione del dolore, trainato da un Jacob Elordi bravissimo, che non si era mai visto così a pezzi – no, nemmeno in Frankenstein – e che dimostra una grande intesa con la sempre ottima Margaret Qualley. A rubare spesso la scena però ci pensa Josh Brolin, personificazione riletta in chiave comica di una certa mentalità statunitense odierna.
Alternando momenti riflessivi a sequenze d’azione realizzate con la sapienza di un maestro, l’ultima fatica del cineasta più poliedrico e discontinuo di Hollywood non possiede le qualità per reinventare un genere come Blade Runner o Alien, ma non soffre nemmeno degli stessi problemi che hanno compromesso i suoi film meno riusciti. Tuttavia, se i più belli degli ultimi dieci anni restano The Last Duel e The Martian, The Dog Stars si colloca appena sotto. Magari per Ridley Scott il tempo dei capolavori ormai è passato, ma se d’ora in avanti fossero tutti così, non ci sarebbe di che lamentarsi.


